Generosità Vere E False

3d Nature

Nell’edizione italiana del più importante saggio di Vladimir Jankélévitch – mancano alcuni dei capitoli più belli, e prima di tutto quello sulla generosità, un sentimento attivo, centrifugo, rivolto all’esterno. Il dono è per eccellenza qualcosa che si fa per l’altro, anche se gli psicanalisti esitano ad accettarne la gratuità e teorizzano invece l’esistenza di un controdono.
Mentre l’umiltà implica ripiegamento su se stessi e l’aggressività serve a compensare il senso d’inferiorità, la generosità palesa una natura ricca e vitale. Dice Jankélévitch che essa ricorda un vaso pieno e pronto a straripare: un po’ come alcuni quadri di Rubens.

Bisogna però distinguere tra generosità e prodigalità. Per poter dare, il prodigo deve essere ficco, mentre la generosità si può trovare anche nelle persone più povere. Il prodigo si differenzia, peraltro, dallo spreco che identifica il lusso col superfluo.

La buona generosità implica anche intenzionalità. È in questo senso improprio definire generosa la natura tropicale, perché troppo indifferenziata è la sua prodigalità.
E a questo punto sarà chiaro che non tutte le generosità si somigliano. E che è quindi necessaria una tipologia dei comportamenti generosi.

LA GENEROSITÀ DOC.

Gli animi genuinamente generosi traggono la loro capacità d’amare dall’amore che hanno ricevuto, specialmente nel corso dell’infanzia.
A differenza degli avari, essi sanno che si guadagna più nel dare che nel tenere per sé, perché il dono d’amore appartiene sia a chi dà che a chi riceve: un paradosso dello scambio affettivo che si ritrova anche nella relazione psicanalitica, dove il paziente si arricchisce senza che l’analista si impoverisca.

La generosità è quindi iniziativa, avventurosa improvvisazione, produzione creativa. Secondo Jankélévitch è ordine ordinante, un „ordo ordinans” che si oppone all'”ordo ordinatus”, l’ordine ordinato dei collezionisti, dei piccoli approfittatori, degli amministratori del cuore.

Maria è felice dei suoi figli, che ha allevato con grande attenzione all’ombra del suo amore, della sua bontà e della sua umiltà. È però meno contenta del marito, un intellettuale brillante ma anche affettivamente poco maturo. Emilio ha bisogno di essere amato e vuole che ci si occupi di lui. Vuole tutto quello che gli è mancato da bambino dopo la morte della mamma, sostituita da una donna con la quale è sempre stato in conflitto. Deve buona parte del suo successo professionale a Maria, una donna docile non per debolezza ma perché capace di grande elasticità, oltre che di grande generosità. Maria si occupa di lui quando è stressato, tollera le sue scappatelle perché in esse riconosce una manifestazione della sua immaturità. Dall’esterno potrebbe sembrare che Maria abbia fatto un ottimo affare a sposare un uomo ricco e di successo. In realtà è Emilio che trae i vantaggi maggiori da questa unione, perché la generosità di cuore della moglie non ha prezzo. Purtroppo si trovano sempre meno persone del genere. Se ne avete qualcuna accanto, non lasciatevela scappare.

LE GENEROSITÀ POCO GRATUITE.

Sono quelle in cui si innesta un processo di scambio, perlomeno a livello emotivo. Si situano in questo ambito i fraintendimenti del significato di carità cristiana di quei credenti che si prodigano per potersi poi assicurare la salvezza eterna. E poiché certamente in questo scambio ci guadagnano (a condizione che il paradiso esista), della loro generosità tutto si può dire tranne che sia gratuita. Ci sono peraltro credenti che manifestano una generosità quasi eroica nell’occuparsi di tossicomani, siero positivi e diseredati in genere. E, quasi certamente, in questi casi si tratta di un sentimento del tutto genuino.

GENEROSITÀ E SOLIDARIETÀ.

L’idea di solidarietà si presta ad ambiguità anche maggiori di quella di generosità. Secondo il sociologo Luigi Manconi, tra l’identificazione passionale coi grandi ideali e il neo egoismo egocentrico esiste il potere aggregante di quelle che lui definisce „solidarietà mirate”. In questo ambito, la gente tende a mobilitarsi solo per fenomeni settoriali coi quali è possibile identificarsi. Ne sono un esempio le madri-coraggio che lottano contro la tossicomania a partire dall’esperienza dei loro figli, le associazioni di parenti delle vittime delle stragi di Ustica o della stazione di Bologna, i gruppi che si occupano di assistenza a malati terminali.
Mi occupo con Ada Burrone dell’associazione „Attive come prima”, e sempre mi colpisce la generosità e il calore di queste donne. Peccato che la loro solidarietà si applichi anzitutto a quelle che come loro hanno subito un’operazione per un tumore al seno. Talvolta mi sembra che questo nemico comune, il cancro, limiti le possibilità di una generosità tanto grande.

LE GENEROSITÀ SOCIALI.

Sono quelle del mecenate e dello sponsor, sempre ! Il filo del rasoio tra genuinità ed egoismo. Un noto omosessuale ginevrino che aveva subìto la persecuzione della chiesa protestante ha lasciato alcuni miliardi all’università perché studi, e quindi aiuti, le minoranze erotiche. Sono tra i fortunati beneficiari della fondazione. Lungi quindi da me l’idea di criticare chi ci permette di lavorare ad alti livelli scientifici. Ma, se analizzata dal punto di vista psicologico, la sua motivazione a donare era tutt’altro che disinteressata. Mentre il mecenate trova nella sua generosità una risposta a bisogni interiori e personali, lo sponsor agisce apertamente in funzione dell’utile che ne può ricavare. Quindi, ancor meno si può parlare di gratuità per gli sponsor, che esplicitamente offrono il loro finanziamento in cambio di un ritorno in termini economici o di immagine. Siamo in questo caso lontani dalla passionalità che avvicina la generosità al sacrificio, a quel „sacro furore” simile alla divina follia dell’amore di cui parla il sociologo Ardigò. Il sacrificio non è in questo caso rassegnata accettazione dell’olocausto ma gioia pura che parte da un’intenzione radicata nell’animo di santi, martiri e madri.

Anche il sacrificio non è peraltro immune da ambiguità. Esso può, per esempio, sfociare sia nell’eroismo che nel masochismo. Un tema, questo, abbondantemente studiato dalla psicologia cristiana. Tra generosità sacrificale ed erotizzazione masochista oscillano infatti molte vite di santi, come dimostra la diffusissima e ambigua immagine pittorica del sacrificio di San Sebastiano. In particolare nella raffigurazione di Antonello da Messina, si possono cogliere tanto il coraggio virile quanto l’ambigua erotizzazione della penetrazione (nelle frecce che lo trafiggono). E non a caso, San Sebastiano fa bella mostra di sé in molte case di omosessuali.

GENEROSI SI NASCE O SI DIVENTA ?

La domanda è stata fatta in un recente sondaggio, è un terzo delle persone intervistate ha risposto che generosi si nasce, mentre secondo la maggioranza „la generosità s’impara”. I primi credono che la generosità sia una dote innata, che viene trasmessa attraverso il codice genetico. È un’idea, questa, che affonda le sue radici su un malinteso: la generosità infatti non è innata, ma lo sono i suoi presupposti genetici. Crescere in condizioni di integrità fisica e intellettuale predispone a un atteggiamento maturo, che a sua volta è alla base della generosità.

Come abbiamo visto, la maggioranza degli intervistati pensa invece che generosi si diventi. Ma cos’è la generosità ? La possiamo definire come la capacità di tenere conto delle esigenze altrui e di soddisfarle, a volte anche a scapito dei propri bisogni. Si tratta di una caratteristica specificamente umana: la psicologia animale è infatti predatoria o funzionale a seconda della specie. In questo senso, la generosità che si attribuisce a certi animali è una proiezione antropomorfica. Se l’animale selvaggio è predatore per natura, quello domestico non lo è solo per esigenze di sopravvivenza. Anch’esso risponde però agli stessi bisogni primari; proprio come il bambino, che soddisfa come può le sue urgenze viscerali, ma apprende in seguito come padroneggiarle.

Ciononostante, talune caratteristiche arcaiche persistono in ognuno di noi, e possono riattivarsi in certe situazioni della vita adulta. In alcuni ambienti finanziari e in Borsa il predatore sopravvive: non solo è tollerato ma persino valorizzato. Il raider interpretato da Michael Douglas nel film Wal/street è molto avido: ma anche per questo stimato e rampante.

Quando si parla di soldi, il generoso è spesso scambiato per un allocco. La stessa parte che interpreta in politica: nei negoziati di governo, l’interesse prevale nettamente sulla generosità. Al massimo si pone una questione di facciata: far apparire le proprie azioni generose anche se non lo sono. È così che si compensa l’assenza di generosità nei rapporti di scambio: anche quando vengono soddisfatte certe richieste di aiuto internazionale, questo genere di operazioni nascondono solo il bisogno di esportazione dello Stato „generoso”. È insomma l’idea stessa di dono che si rivela sostanzialmente ambigua.”

Per fortuna la generosità continua ad esistere nell’ambito del privato, e i momenti chiave dell’esistenza spesso sono proprio quelli in cui è possibile vivere esperienze improntate alla gratuità. Questo sentimento si basa talvolta su principi di umanità o di religione. Nel primo caso, l’archetipo a cui si fa riferimento è quello dell’amore materno: un sentimento non quantificabile e lontano da criteri utilitaristici. Nel secondo, il riferimento è ai principi delle scritture, e in particolare ad: ama il prossimo tuo come te stesso” della religione cristiana, che ha portato a non pochi fraintendimenti.

Che si esprima attraverso grandi gesti o nelle piccole cose, la generosità ha sempre origini molto precoci. Le sue radici affondano nel rapporto tra madre e bambino: in quella relazione che nasce dalla sicurezza interiore di chi ha l’intima convinzione di avere ricevuto e di poter quindi a sua volta donare. Anche i poverissimi possono essere generosi, mentre donare è impossibile se non si ha il sentimento di avere qualcosa da dare. E spesso le persone poco generose tali sono semplicemente perché pensano di non aver gran che da offrire. Non solo manca loro il piacere di dare, ma anche guello di condividere.

In altri casi di avarizia affettiva predomina la paura di uscire impoveriti dalla relazione. Dare per queste persone significa perdere. Alla base di questo atteggiamento c’è l’ignoranza di una delle leggi fondamentali della generosità: più si dà, più si ha.

Ci si arricchisce. A questo proposito, mi è anche capitato di litigare con conoscenti. Per loro, la mia abitudine di dare soldi a chi me Ii chiede per strada è uno dei tanti modi che trovo per farmi abbindolare: „Otto volte su dieci non si tratta di gente che ha bisogni reali ma di drogati” mi si dice. E io credo sia anche vero: ma penso valga la pena sbagliare otto volte se in due casi si riesce a fare del bene. Statisticamente folle: ma come abbiamo visto, la generosità non può essere misurata.

Non è mai inutile donare se si crede al principio della reciprocità. Chi offre il suo sangue sa che un giorno sarà lui a paterne avere bisogno, e per questo arricchisce prima di tutto se stesso. Ho spesso avuto occasione di parlare con chi dona liquido seminale e con le donne che offrono i loro ovociti. Al di là dell’indubbio contributo che queste persone danno alla soluzione del problema della sterilità, emerge sempre il concetto di reciprocità: il piacere di sentirsi utili donando una parte di sé che sopravviverà in un’altra vita si mescola al piacere del piacere dell’altro. D’altra parte, anche chi decide di avere un figlio mescola la gioia di donare la vita al piacere che ne ricaverà.

La generosità non è insomma quasi mai gratuita, ma non per questo perde di valore. Che la gratuità appartenga al mondo dell’utopia non è un male irreparabile, se ci resta la generosità. E credetemi, generosi si diventa. Anche se invecchiando alcune persone ridiventano grette, egocentriche ed esigenti, in altre parole rigide come le loro arterie.

RISERVATO O AVARO ?

La passione di Giuseppe sono le ragazze che lavorano nella moda. Rapporti che durano tre mesi al massimo e che mai si traducono in una vera storia d’amore. Cristina è una di queste, ed è lei che racconta la storia di questo cinquantenne divorziato. La giovane modella ha cominciato a nutrire alcuni dubbi sul suo partner dopo che insieme avevano partecipato a una festa mascherata. Proprietaria di una boutique, era stata lei a scovare gli abiti orientaleggianti che avevano fatto fare una così bella figura alla coppia. E quale è stata la sua sorpresa quando il giorno dopo il suo amante le ha chiesto di pagare metà della cena ! Cristina non ha apprezzato la mancanza di tatto, ma il fine settimana successivo ha comunque accettato l’invito di Giuseppe a Megève, Raggiungere la nota località sciistica era stato un supplizio: al volante di una lussuosa Mercedes lui non spingeva mai l’acceleratore oltre i cento all’ora. Prudenza o parsimonia ? Cristina propende risolutamente per quest’ultima ipotesi. E fornisce altre prove della mancanza di generosità di Giuseppe. In albergo, l’uomo ha messo al bando gli alcolici. No, nessuna dieta: solo un’avarizia che si è fatta sentire anche a letto. Dopo tanti sforzi per conquistare Cristina, Giuseppe si è rivelato una sbiadita brutta copia dell’amatore dei primi incontri. È stato rapido per non consumare troppe energie, e spesso ha interrotto il rapporto senza raggiungere l’orgasmo. Come qualche lettore avrà già intuito, è anche stitico: le funzioni intestinali sono allineate al resto della sua personalità. Sotto l’apparenza di quel corpo ben tornito e migliorato da due lifting al volto, Giuseppe riserba ben poca sostanza. Non appena deve aprire il cuore o il portafoglio si manifesta un irresistibile impulso ritentivo. Delusa da tanta avarizia affettiva, Cristina lo abbandona. La chiave per aprire la propria vita alla qualità dei sentimenti non si trova nell’abbandono totale o nella generosità gratuita: ma è necessario che lo scambio sia perlomeno spontaneo, se non passionale. E soprattutto, nel dare non bisogna avere la sensazione di perdere. Una dimensione che Giuseppe non ha mai conosciuto: non solo non ha piacere nel dare ma neppure nel procurare piacere agli altri. E così facendo preclude prima di tutto a se stesso il mondo delle emozioni.

EGOISMO O EGOCENTRISMO ?

Per alcune persone, tutto ruota intorno al proprio ombelico. Pensano solo a se stesse: e non per scelta narcisistica ma per istinto. Se incontrate qualcuno che fa l’amore spesso e volentieri, ma solo quando lo decide lui, ricordate: anche per lui tutto ruota attorno al proprio ombelico, e non, come potrebbe sembrare, attorno al fallo.

Il mondo è pieno di questi individui che pensano solo a sé. A volte parlano e agiscono con intelligenza (è il caso di certi critici alla moda) e allora molto viene loro perdonato. Personaggi creati dal pubblico proprio per rappresentare le ambizioni popolari, sono per questo giustamente ammirati. Nella maggior parte dei casi, invece, l’egocentrismo altrui è difficilmente sopportabile.

Nel circolo di golf che frequento, abbiamo soprannominato uno di questi rappresentanti della categoria degli egocentrici „il turbo”. Non appena sferra un colpo si precipita in direzione della sua palla, lasciando con un palmo di naso i giocatori a cui tocca ancora giocare. Insopportabile ? Niente al confronto di un altro conoscente, che ormai si frequenta solo perché è sposato a una donna gentile e interessante. Durante le cene, lui mantiene il più assoluto silenzio, e solo se viene sollevato un argomento che conosce a menadito dice la sua. Si comporta come certi finanzieri, o anche cacciatori, golfisti, giocatori di bridge: monomaniacaIi, parlano solo dell’unico argomento che conoscono, come se avessero mandato a memoria certi nefandi manuali sull’arte di riuscire in società. Addentrandomi in quella che mi piace definire „psicologia dell’ombelico” mi è parso di capire che l’egocentrismo raggiunge lo zenit del suo potenziale distruttivo quando si somma al menefreghismo. Le due caratteristiche sono complementari, e chi le possiede riesce talvolta a passare per altruista grazie a salti mortali di diplomazia. Ma alla fine, conferma che dietro certe forme di gentilezza formale si nasconde solo interesse. „Avrà avuto la sua convenienza” diceva in genovese il comico Gilberto Govi quando vedeva passare un funerale, sintetizzando così questo modello di vita.

L’egocentrismo ha portato al successo più di un industriale, che in nome del proprio interesse ha saputo condensare tutte le sue energie su un unico obiettivo. Davanti a questi successi così settoriali credo sia opportuno chiedersi se non sarebbe meglio perseguire „l’aurea mediocritas” di Orazio, e il giusto equilibrio tra le parti, piuttosto che condurre vite che spesso si consumano
nella realizzazione di un sogno.

Le personalità fortemente egocentriche sovente nascondono una immaturità dovuta a mancanza di intelligenza o di cuore. Nel primo caso, la scarsa disponibilità a programmare porta a non delegare, e ad assumersi in modo miope tutte le responsabilità delle situazioni. Si tratta di casi non troppo frequenti. Molto più spesso, a mancare nelle personalità egocentriche è il cuore. Si finisce allora per somigliare a quei gatti, che si lanciano sulla ciotola del cibo senza preoccuparsi dei colleghi felini. Molto raramente nel regno animale, più spesso in quello degli umani, l’istinto predatori o viene frenato dalla solidarietà, senza la quale convivere sarebbe davvero impossibile.

Sul versante opposto di questo atteggiamento ci sono le situazioni che si creano in certe sottoculture nelle quali è negato persino il diritto al desiderio. Nei paesi che hanno vissuto lunghi periodi di colonizzazione, il danno maggiore non è stato provocato dalla perdita dei diritti civili ma dalla negazione dell’identità e della possibilità di esprimere i propri bisogni. Prima di ribellarsi ai poteri dominanti, la sottomissione ha prodotto passività e dipendenza abulica.

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Bisogno E Desiderio

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FAME O APPETITO ? È meglio la fame o l’appetito ? Ho posto questa domanda durante una serata elegante, per animare un dibattito che fino a quel momento mi era parso sin troppo formale, e approfittando del ritardo nel servizio della cena. Ero convinto che tutti i commensali avrebbero fatto la mia scelta. Certamente meglio l’appetito, che fa parte del mondo del desiderio, piuttosto che la fame che appartiene a quello del bisogno. L’appetito anticipa’ il piacere di una bella cena. È collegato alla buona cucina, alle scelte raffinate, al buon gusto: a sensazioni adulte. Quando si ha appetito si parla dei piatti e dei vini preferiti: è l’appetito che ha portato gli uomini a parlare di cibo, mentre prima se ne occupavano solo le donne. L’appetito è piacere differito. Così la penso io. E grande è stata la mia sorpresa nel sentire quanti prendevano invece la difesa della tesi opposta, e con quale passione ! La fame è gioia, non sofferenza, hanno detto in molti. E hanno aggiunto: «La fame è un’emozione forte, che ci fa sentir vivi; mentre l’appetito è una pratica borghese, un’abitudine che ha perso ogni slancio. La fame è istintiva, viene dal mondo animale: per questo è preferibile». Mi disse un medico che aveva lavorato a lungo nel Sahara: «Lei forse non ricorda cosa si può arrivare a fare quando si ha fame». Altri, a ruota, mi hanno ricordato storie di marinai: di quegli uomini spersi su isole deserte che per fame aguzzano l’ingegno escogitando le più incredibili soluzioni di sopravvivenza.
Non ho voluto obiettare. Le loro argomentazioni mi hanno portato a capire quanto radicata sia l’ideologia del bisogno, e quante siano le persone che ritengono che solo attingendo agli impulsi arcaici si generino i veri cambiamenti. Solo le grandi passioni di santi, eroi e scienziati hanno cambiato le sorti del mondo. E se l’appetito è sinonimo di democrazia, la fame ha il suo equivalente politico nella rivoluzione.

VOGLIA O PULSIONE ? La fame è bisogno. L’appetito è desiderio. La prima è un impulso che viene spesso subito. Il secondo è un sentimento che pone il problema di essere gestito. Richiede maturità e consapevolezza. Come l’affetto, che crea difficoltà sia quando è troppo che quando è troppo poco. In genere, sono più le persone che si lamentano della mancanza di calore umano di quelle che ne lamentano un’eccessiva presenza. Non è un caso. Un carente clima emotivo può influenzare negativamente non solo l’equilibrio emotivo ma anche le capacità intellettuali. Non sempre è indispensabile una relazione di calda intimità condivisa, ma quando vengono a mancare anche i presupposti della solidarietà e della fiducia appare inesorabile l’ombra della estraneità. Chi si sente estraneo, poco coinvolto, finisce anche per rinunciare all’impegno scolastico, sociale, politico. Per questo dico che la ricerca dell’intimità non è mai una fuga dalla realtà sociale, o un’ semplice ripiegarsi nel mondo del privato. Al contrario, è proprio la mancanza di calore umano che mina il sentimento di appartenenza ed elimina i presupposti per la condivisione profonda di un progetto sociale. Anche l’eccesso di intimità ha i suoi effetti negativi, che raramente però si manifestano esplicitamente. Più spesso si avverte una sensazione indefinita di malessere che finisce per influenzare la qualità dei rapporti umani.

Ne è dimostrazione la storia di Mario.
A quarant’anni, Mario è un dongiovanni che raramente esce due volte con la stessa donna. Conquista e abbandona: specie se si tratta di donne sposate e per bene. Non lo fa solo per immaturità: in realtà, Mario ha vissuto con la madre il rischio opposto, e per nessuna ragione al mondo vorrebbe correrlo di nuovo. Mario ha dormito nel letto dei genitori fino all’età di 8 anni, ed è rimasto in camera loro, anche se in un letto separato, fino ai 12. Lo spazio in casa non mancava: ma pur di tenere suo figlio sotto controllo, la mamma di Mario non aveva neanche pensato di arredare la stanza a lui riservata sin dalla nascita. Possessiva e soffocante, aveva riversato sul figlio il bisogno di affetto lasciato insoddisfatto dalla lontananza del marito, un marinaio spesso assente di casa. La fuga da casa, verso un paese straniero, aveva salvato Mario da seri disturbi psichiatrici ma non lo aveva messo al riparo da un incubo ricorrente: quello di un armadio che cadendogli addosso mentre dorme lo uccide. In bella vista nella camera dei genitori, questo armadio significa probabilmente il comportamento materno. Insegnante, ultrasettantenne, la mamma non ha mai risparmiato a Mario le sue raccomandazioni: in autunno lo chiama per ricordargli di indossare la maglietta di lana; d’inverno gli ricorda di fare scorta di gasolio per il riscaldamento. A 40 anni suonati, Mario continua così a vedere una strega in ogni donna, e una catena in ogni relazione duratura. In questo classico esempio Mario non ha potuto e non può esprimere liberamente i suoi desideri perché sono sempre stati schiacciati dai bisogni affettivi della madre.

PRECOCE O PREMATURO ? La dialettica tra bisogno e desiderio si intravede spesso anche alla base della sessualità e dell’erotismo. Pensiamo al sintomo sessuale più comune. Quell’eiaculazione precoce che affligge milioni di coppie italiane. Nel meridione. Prima della rivoluzione sessuale, alcuni maschi ne parlavano come di una prova d’amore: «Mi piaci tanto che non riesco a trattenermi» si sentiva dire. Più che un bisogno, l’eiaculazione precoce è peraltro il sintomo di altri disturbi dell’affettività la cui identificazione è necessaria prima dell’inizio di ogni terapia. Abbiamo considerato quattro casi clinici. Solo quando svolge il suo lavoro in Borsa, Giangiacomo trae vantaggio dalla sua rapidità. Per il resto ne soffre. Emotivo non solo a letto, parla veloce e quando è ansioso balbetta. A tavola, è sempre il primo a finire di mangiare. Quando era ragazzo, gli capitava di eiaculare mentre ballava. La sua prima volta, con una prostituta, fu un fallimento perché venne ancora prima di togliersi le mutande. Ora raggiunge l’orgasmo in media trenta secondi dopo la penetrazione. Senza entrare nei dettagli della sua storia personale si può dire che Giangiacomo soffre di un eccesso di impulsività. Le sensazioni soverchiano la capacità di controllo. Il problema non è nell’oggetto d’amore, se una donna sia più o meno eccitante, ma in lui stesso. Fino all’età di nove anni, Giangiacomo ha fatto la pipì a letto, e ancora adesso è precoce in tutto. Più che di una terapia sessuale, credo che abbia bisogno di tecniche di rilassamento o di ipnosi, e a queste lo indirizzo. Quanto Giangiacomo è impulsivo, tanto Maurizio è riflessivo e controllato. Grande negoziatore nella sua attività di commerciante di diamanti, è del tutto indifeso con le donne, verso le quali prova attrazione e paura allo stesso- tempo. Solo dopo i 23 anni è riuscito a entrare in contatto col sesso femminile, senza peraltro riuscire a superare le sensazioni sgradevoli che gli danno il colore delle mucose, la peluria del pube, le secrezioni. Per Maurizio la vagina è uno spazio misterioso nel quale è meglio lasciare il pene il meno possibile. E l’eiaculazione precoce è per lui una fuga necessaria da quella zona di pericolo e, al tempo stesso, una reazione di paura più che di eccitazione.

Un altro tipo di paura è alla base del problema di Piero, 40 anni, un professionista con alle spalle una lunga esperienza di analisi e qualche difficoltà nella definizione della sua identità sessuale. Con le donne, Piero ha proprio paura di non farcela. Durante il corteggiamento le sommerge di rose e di inviti a cena. Ma quando poi si tratta di prenotare un albergo per un week-end, vuole sempre camere separate (seppur comunicanti). Alla partner, Piero dice che è necessario salvaguardare la sua rispettabilità di banchiere. A se stesso non può negare la realtà, e cioè che ha troppa paura di rimanere senza vie d’uscita in caso di fallimento a letto. Preoccupato dalla sua erezione più che dalla sua galanteria, Piero dimentica la gentilezza del corteggiamento mentre si impadronisce di lui l’ansia di non sfruttare il «momento buono). Spia il suo sesso invece di osservare se la partner è disponibile e ricettiva. Per troppa apprensione non si abbandona alle sue sensazioni e non riesce a vivere il presente del rapporto. Purtroppo, neppure i fachiri sono in grado di controllare l’erezione con la volontà. Per mettere fine alla sua ansia, Piero è arrivato anche a considerare la possibilità di adottare una protesi. Al momento, non riesce a controllare l’eiaculazione, che raggiunge inevitabilmente quando teme che il suo sesso perda rigidità. La sua eiaculazione precoce è in realtà solo impotenza mascherata. Il risultato è che la sua partner rimane profondamente delusa dal rapporto, non tanto per la qualità della prestazione virile, quanto perché si sente utilizzata, per niente considerata, e poco ascoltata nei bisogni profondi del suo corpo. Gino e la moglie vivono un rapporto stabilmente conflittuale. Lei non smette di lamentarsi: della sua scarsa brillantezza, del suo stipendio troppo basso, di se stessa che ha rinunciato a un buon partito per cedere alle lusinghe di un uomo che ora la costringe a lavorare e ad occuparsi dei figli. I rapporti di potere si giocano anche sul terreno della sessualità. Lei dice che Gino potrebbe benissimo trattenere l’eiaculazione, ma che non lo fa per pigrizia, anche se sa che lei è particolarmente lenta a raggiungere l’orgasmo. Lui la possiede in un rincorrersi di eccitazione ed ostilità, e raggiunge l’orgasmo proprio quando lei chiede di essere aspettata. L’eiaculazione precoce è lo strumento punitivo di Gino, una vendetta, l’arma che toglie l’intimità alla coppia. Da qualche mese, il corpo della moglie palesa il suo disagio attraverso una colite spastica che lei cerca di tenere a bada con analgesici e tranquillanti. Per ora. Fino a quando non comprenderà il meccanismo sadomasochista nel quale è rimasta invischiata col marito. L’eiaculazione precoce è sempre l’espressione di un bisogno, non di un desiderio. Di rado questo bisogno parte dal fisico: quasi sempre si tratta dell’espressione di un disagio psichico che trova nel corpo uno strumento di reazione: i quattro esempi hanno mostrato il ruolo nefasto dell’eccessiva eccitazione, della paura e della vendetta.

URGENZA O EMERGENZA ? Il sentimento e la sensazione d’urgenza permettono di ben studiare i rapporti tra bisogno e desiderio. A vivere in una situazione di urgenza perenne sono in molti. Spesso si è costretti a questa condizione dal lavoro. Il giornalista ha, per esempio, una nozione del tempo necessariamente rapida, nella misura in cui morte e resurrezione di un giornale si ripetono quotidianamente. Anche i manager sono obbligati dalle proprie responsabilità a decisioni fulminee. I migliori tra loro sono dotati di quella capacità di sintesi e di quell’ordine interno che permette loro di distinguere gli eventi prioritari dalle situazioni procrastinabili. Ci sono invece persone che ci trasmettono solo agitazione, insieme alla sgradevole sensazione di dover fare tutto in fretta. Schiavi dell’urgenza spesso girano a vuoto, e quando raggiungono un posto di potere, diventano facilmente tiranni del tempo altrui. Altre vivono l’urgenza come l’espressione del loro mondo interiore. Massimo,. Per esempio, sulle prime aveva collegato la frenesia di cui è vittima al suo lavoro di giornalista. Poi ha capito che la motivazione era più personale, legata all’angoscia di avere ancora poco da vivere. Massimo soffre di diabete. In sé, si tratta di una malattia non grave e facile da controllare, ma il medico che l’ha diagnosticata ha descritto con una coscienza a dir poco eccessiva tutte le implicazioni possibili nella neuropatia diabetica. Ed è da allora che Massimo, terrorizzato, vive il più velocemente che può le sue giornate, assillato dall’ombra della morte o della decadenza fisica. Vi sono poi pazienti che somatizzano la loro urgenza e per questo appartengono alla vasta area dei malati psicosomatici. Franco, ad esempio, non riesce a procrastinare nulla.’ deve risolvere subito ogni problema. La sua ansia di portare a termine ciò che è rimasto in sospeso spesso gli procura persino dei dolori di stomaco. Schiavo di un’educazione rigida che gli ha insegnato che non è bene rimandare a domani quello che si potrebbe fare oggi, Franco impone il suo attivismo a se stesso e agli altri, sia in ufficio che in famiglia, e le tensioni si somatizzano non appena il bisogno di agire non può concretizzarsi. Ai bruciori di stomaco, Franco alterna periodi in cui fuma troppo ed altri in cui si impegna in una forsennata attività fisica. Il suo caso non è isolato. Dalla psoriasi alle crisi d’asma alle coliti sono numerose le patologie psicosomatiche che nascono dall’incapacità di differire le proprie azioni, stante la specificità che di caso in caso determina la scelta dell’organo e della sintomatologia. In questi casi, il bisogno di agire è spesso legato all’incapacità di inquadrare mentalmente i problemi: esprimersi attraverso il linguaggio e i simboli offrirebbe infatti ben altro margine di manovra rispetto a quello consentito dal corpo e dall’azione. Altre volte, l’urgenza è legata non tanto a manifestazioni aggressive o sessuali che non possono essere simbolizzate e quindi canalizzate, ma a una patologia delle categorie dello spazio e del tempo. Abbiamo già citato il dramma di chi soffre di eiaculazione precoce per via di una patologia soggettiva del tempo: è la sensazione di essere sempre in ritardo, e non l’eccitazione o altro, a farli godere troppo in fretta. Il problema riguarda anche le donne. Una paziente mi raccontava che quando si eccita sente «come una scossa elettrica» che la lascia insoddisfatta. Ha l’impressione che le sia «scappato un orgasmo». Per lei il godimento è una reazione violenta, rapida e locale che le impedisce di vivere pienamente il rapporto e soprattutto di condividere le sue sensazioni col partner, la cui progressiva eccitazione diviene così insopportabile. Se nasce da funzioni fisiologiche elementari, la sensazione di urgenza può trasformarsi in un tratto del carattere in quelle persone in cui permane quella che viene chiamata «morale sfinterica». L’espressione viene usata per chi non ha imparato da giovane a controllare i propri bisogni fisiologici e che continua a moltiplicare nel corso della sua vita momenti in cui domina l’urgenza del bisogno ad altri in cui il controllo prevale. Quest’alternanza si manifesta ad esempio nei disturbi alimentari con quella che Fausto Manara ha chiamato «ciclotimia alimentare».1 A lunghi periodi di anoressia segue, in questi casi, la bulimia, cioè la pulsione più arcaica che si esprime attraverso l’urgenza di mangiare. Lo stesso fenomeno si osserva in sessuologia nei casi di quanti oscillano tra periodi di anoressia sessuale senza alcuna libido e crisi di bulimia sessuale che si concretizzano nella ricerca di partner e di esperienze saltuarie. Altre volte, peraltro, la sintomatologia che concerne l’incontinenza resta confinata al campo genito-urinario. È il caso del taxista che qualche mese fa mi ha raccolto all’aeroporto di Milano. Notavo che esitava sul percorso da prendere, e per questo ho attaccato discorso. Saputo che ero medico, mi ha confessato di essere perennemente angosciato dall’idea di dover fare la pipì. Aveva quindi selezionato attentamente i bar muniti di toilette e non troppo affollati, e in base alla 10iO dislocazione sceglieva il percorso. Gli adulti che fanno dell’urgenza il fondamento del loro comportamento autoritario e capriccioso sono molti. Col loro volere tutto e subito si mettono in una situazione di grave handicap nelle relazioni sociali, perché l’urgenza emotiva è poco compatibile con i ritmi delle altre persone. Radicalizzando malintesi che con un po’ di pazienza avrebbero potuto essere chiariti e superati, la fretta ha mandato in crisi migliaia di matrimoni. Il comportamento corrispondente al sentimento d’urgenza è la precipitazione, anche se questa spesso viene gabellata per velocità di esecuzione. Si sa invece che la rapidità del pensiero implica l’intuizione, oltre che l’assenza di inibizioni nel passaggio tra pensiero e parola, e tra quest’ultima e l’azione. L’urgenza provoca proprio l’effetto contrario: la confusione tra pensiero, parola ed azione che nasce dall’incapacità di soppesare o verbalizzare la pulsione iniziale. Nella famiglia di Ludovica, lo scorrere del tempo è scandito dai ritmi della religione e della montagna. Lei è la più piccola di quattro figli. Mi descrive i genitori, gente onesta della Valdossola, come una coppia di lavoratori imbrigliati nei doveri e nei ruoli. La gestione degli affetti è delegata alla madre, che ha allevato i figli, e le ragazze soprattutto, secondo i principi più tradizionali. Il loro futuro è stato programmato sin dall’infanzia: dagli studi all’apprendistato, fino al matrimonio con un serio lavoratore della zona, se possibile astemio. Dato che i soldi erano pochi, la mamma aveva pensato di spingere Ludovica sulla strada della vocazione religiosa. Dopotutto lei era servizievole e ubbidiente. E si tollerava ben volentieri quell’unica passione per le quattro tartarughe che allevava con tanta cura, che disegnava in classe e che, in definitiva, le permettevano di vivere di riflesso una vita lenta, intensa, difesa da una corazza protettiva. Ma quella che all’apparenza sembrava una bambina modello nascondeva un vulcano di emotività. E riuscendo a finanziarsi da sola gli studi da infermiera, Ludovica riesce a sfuggire a un destino di religiosa e all’angusta vallata della sua infanzia. Il primo uomo che Ludovica incontra, e al quale chiede soprattutto affetto, la mette incinta. Da allora le sue storie d’amore sono caratterizzate da due costanti: la negatività e la non disponibilità del partner. I partner che Ludovica trova o sono già impegnati oppure addirittura sposati. Con ognuno, lei vive nell’illusione di essere stata scelta, e si adegua ai suoi tempi. Ma poi, frustrata e delusa, finisce per interrompere una relazione che spesso si è ridotta al solo rapporto sessuale. L’emotività bipolare di Ludovica si manifesta anche nel corpo. All’anoressia si alterna la bulimia, ai rari periodi in cui si sente sessualmente disponibile [«continuamente bagnata», come dice lei) seguono fasi di completo disinteresse per il sesso. La sua analisi inizia proprio a partire da questo problema. Ed è subito chiaro che si tratterà di un processo molto lento: i cambiamenti richiederanno anni più che mesi. All’inizio, cerco di farla uscire dalla sua passività e dalla posizione di sottomissione a cui è abituata. Assuefatta a privarsi del diritto di desiderare, lei sarebbe portata a ringraziarmi per il solo fatto di averla ammessa alla terapia. Dopo mesi di investigazione del mondo che si nasconde dietro la sua mancanza di energia, Ludovica sembra risvegliarsi. Vive esperienze sentimentali e sessuali che finalmente la soddisfano. Ma al primo incontro con un uomo che conta e che per di più è disponibile, emerge in lei un insopprimibile sentimento d’urgenza. Me ne parla, e dice che sta rischiando di mandare tutto all’aria. Lui è come lei uno studente: hanno simpatizzato, mangiato insieme, e dopo qualche giorno hanno fatto l’amore. Non abitando nella stessa città, il legame è mantenuto vivo da ripetute telefonate. Di qui il problema. Lui ritarda una telefonata di poche ore, e lei mi dice che le è insopportabile aspettare tanto a lungo qualcosa di cui ha bisogno, in questo caso l’affetto dell’uomo che ama. Si sente affamata di affetto, e per fortuna è riuscita a trattenersi dal parlarne con l’amico, ed ha elaborato questa pulsione in sede terapeutica. Le faccio notare che questa urgenza è legata alla difficoltà che lei incontra nel gestire i sentimenti, dato che i bisogni del cuore vengono assimilati a quelli della pancia. Nel corso della seduta, Ludovica mi chiede di alzarsi: deve andare urgentemente in bagno, ed è facile per me mettere in relazione questa incontinenza al suo bisogno viscerale di vivere emozioni e sentimenti. Le personalità incapaci di vivere gli affetti senza mediazioni, non nel mondo del desiderio ma in quello scandito dall’urgenza del bisogno, sono molte. La sfida per loro è sperimentare con il terapeuta una strada alternativa. Se si riesce a stabilire con loro un rapporto di fiducia, anche le pulsioni dell’emotività possono essere differite. Se viene superata l’insicurezza di fondo si attenua anche la paura dell’abbandono che così spesso porta all’urgenza.

Grandezza E Decadenza Della Tenerezza

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La tenerezza è il lievito affettivo che permette la crescita e la coesistenza degli esseri umani.

Intrisi di tenerezza sono gli scambi tra la madre e il bambino fin dai primi momenti della vita, „i rapporti di coppia, i legami con gli anziani. La goffaggine e la malagrazia di alcuni adulti si spiegano con la poca attenzione che hanno ricevuto da piccoli: l’origine della tenerezza è infatti precoce e corporea, un vissuto viscerale più che intellettuale. La disponibilità e la capacità di condividere i propri sentimenti sono definiti dal modo in cui si è stati tenuti in braccio da piccoli, dal tono della voce di chi ci parlava più che dall’intelligenza delle parole che ci venivano sussurrate. Il ruolo della tenerezza è anche testimoniato dalla solidarietà che si scatena, al di là dello spirito di carità cristiana, verso le popolazioni che soffrono per la fame o per i gravi problemi connessi al sottosviluppo. La tenerezza è poi un ingrediente fondamentale persino dei rapporti con gli animali, come ha dimostrato la recente rievocazione dell’affetto che legava Sigmund Freud e Marie Bonaparte ai loro cani chow-chow.

Dal punto di vista psicologico, gli attributi della tenerezza sono il calore, la fiducia e la continuità. In essi affondano le vere radici del rapporto madre-bambino e del suo successivo sviluppo nei legami di coppia. Tenerezza non significa infatti soffocamento, ma rispettosa partecipazione ai bisogni dell’altro, un’intimità privilegiata e condivisa che dà fiducia e sicurezza. La tenerezza non ha niente a che fare con la sdolcinatezza del dovere sociale. È un sentimento autentico. Un esempio tra tanti: la pietà che suscita la vista di un bambino malato ci permette di identificare nel bambino le nostre fragilità. O meglio: è proprio il bambino che è dentro di noi a identificarsi nell’altro e a indurre i sentimento di tenerezza. E in questo senso, la solidarietà può essere vista come un mezzo per curare la nostra debolezza proiettata nell’altro.

Ma esiste anche un’altra faccia della tenerezza. Questa infatti spesso serve da copertura a sentimenti più ambigui. Cercheremo di affrontare la questione nelle prossime pagine. Ma con prudenza, perché per molti italiani parlare male della tenerezza è come offendere la mamma o parlare male di Garibaldi.

1. LA TENEREZZA PUÒ ESSERE UN OSTACOLO ALL’EROTISMO.

Per alcune coppie, la tenerezza affettiva e corporea è la rampa di lancio dell’erotismo. Continuă lectura

La Normalità Tra Quantità E Qualità

Il desiderio di sentirsi normali se da un lato è legittimo, dall’altro espone al rischio del conformismo. Spesso infatti implica la delega del giudizio su di sé a un’autorità esterna. In cambio del senso di appartenenza che organizzazioni di tipo religioso, politico o culturale possono fornire, è richiesta la rinuncia a una parte della libertà individuale: quando non si vuole fare la fatica di essere responsabili si finisce per accettare acriticamente una condizione di mancanza di autonomia.
A compiere questa scelta sono in molti. La sociologia conosce bene l’istinto gregario. Che è stato interpretato come un elemento utile all’adattamento sociale (per la scuola di pensiero più conservatrice) o come l’anticamera della sottomissione (secondo una visione più radicale). Anche a livello psicologico si propone la stessa dualità. Nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, l’identità personale si costruisce a partire da risposte conformi alle aspettative dei genitori. Più avanti, l’ego trova nuova forza nei momenti di totale opposizione al padre e alla madre. È quindi difficile definire la normalità affettiva: da una parte significa adeguarsi ai comportamenti della maggioranza, dall’altra realizzare l’identità personale. Si tratta insomma di una condizione ambigua per definizione, che si complica quando i criteri di valutazione quantitativa si mescolano a quelli qualitativi.
Come mostreremo in questo libro, è molto difficile valutare la qualità di fenomeni come la normalità, o anche il rapporto tra rigidità e rigore, o la differenza tra controllo e padronanza. Si sbaglia nell’indulgere nei vizi capitali, ma altrettanto sbagliato è ricadere in quelli che la giornalista Maria Venturi ha chiamato contropeccati. L’attivismo può essere deleterio almeno quanto l’ozio. La competitività spesso sostituisce l’invidia, la frugalità prende il posto dei peccati di gola non solo come abitudine alimentare ma anche come stile di vita.
Non è possibile stabilire dove sia il giusto se non a partire dalle proprie esigenze e dalla storia personale. Invece, molti di quelli che mi consultano per problemi sessuali o sentimentali pensano di essere anormali. Ma come definire la normalità ? Abbiamo già affrontato il tema, ma ci sembra giusto riesaminarlo almeno per brevi cenni.
Un primo criterio è quello della normalità statistica: normale è ciò che corrisponde al comportamento della maggioranza della popolazione. A partire da questo principio sono nate le grandi inchieste sulla sessualità che hanno trasformato il mondo dei sentimenti in un atlante di botanica. In saggi del genere, a dominare è il bisogno di rassicurazione che proviene dal sapersi inseriti nella media dei comportamenti di un gruppo dato. Chi fa riferimento a questo criterio pone domande stereotipe sulla lunghezza del pene, sul giusto numero di orgasmi quotidiani, su quale sia la frequenza normale dei rapporti d’amore. E persino su quanti figli sia lecito programmare per non sentirsi diversi.
Chi prende le distanze dal conformismo statistico e ritiene più giusto dare spazio ai bisogni individuali spesso conclude che l’unico strumento per definire la normalità sia quello medico-legale. Si delega allora alla legge il compito di tracciare lo spartiacque tra quello che è normale e quello che non lo è: i fautori di comportamenti sessuali particolari sono in genere i più inclini a questa visione della sessualità.
Agli albori della civiltà, la definizione della normalità morale era affidata alla religione, a cui spettava la giurisdizione non solo sul sapere umano ma anche sull’alimentazione e sulla sessualità. Oggi che a parlare di affetti ci pensano gli psicanalisti, i sociologi si occupano di sentimenti e i filosofi di comportamento, proprio i malintesi sui codici morali sono alla base del conflitto di coppia. Chi si rivolge a noi sessuologi spesso porta inconsapevolmente dentro di sé una ancestrale visione etica, e il nostro lavoro consiste nel portare il paziente ad assumersi le responsabilità delle scelte morali che compie, affinché non rimangano allo stadio di eredità inconscia.
Proprio in sessuologia, l’idea di normalità morale è particolarmente difficile da definire. Basti pensare a quanti trovano che la trasgressione costituisca il migliore afrodisiaco. O alle dame della buona società che si occupano di assistenza sociale a prostitute e drogati solo per poter gettare un occhio su questo mondo a loro proibito. O ancora, si consideri il successo di un libro come DONNE CHE AMANO TROPPO, venduto in cinque milioni di copie nel mondo per un fraintendimento sul titolo. Perlomeno questa è l’idea che me ne sono fatta: chi ha comprato il libro non era tanto interessato a capire come si fa a non amare troppo, voleva piuttosto vedere come queste donne abbiano fatto ad amare così tanto. O meglio, troppo, come annuncia il titolo alimentando speranze trasgressive per un saggio che si occupa del problema ben più serio di chi soffre di bulimia sessuale.
È proprio per la divergenza di opinioni sul concetto di normalità che molte coppie entrano in conflitto. Tipica è la situazione della coppia in cui lui è un fautore della monogamia, mentre lei è una femminista che argomenta le sue idee con le statistiche sull’adulterio. O ancora: lei che vuole lasciare il partner che ha avuto un episodio gay e lui che si fa forte delle conclusioni dell’associazione americana di psichiatria, secondo cui l’omosessualità non va più considerata una malattia.
In situazioni del genere, le terapie aiutano a ridefinire i rispettivi ideali di normalità piuttosto che entrare nel merito del contenzioso. In questi casi si cerca prima di tutto di sfrondare il campo da ideali statistici, religiosi o morali del tutto fuorvianti per poi affrontare lo spinoso problema della normalità soggettiva. Il nocciolo della questione sta nell’affrontare introspettivamente la propria vita per affidarsi a criteri di valutazione diversi da quelli quantitativi. È solo allora che prende forma il bisogno di una più ricca qualità dei sentimenti, insieme alla capacità di rispondere a questa esigenza.

IL BISOGNO DI ESSERE NORMALI.

Per chi si occupa professionalmente di sessuologia, la contraddizione tra normalità e diversità emerge quotidianamente. La prima condizione alla lunga annoia, la seconda spaventa. Che esista il bisogno di essere conformi alla norma è confermato dalle continue richieste di rassicurazione avanzate dagli uomini sulle dimensioni del pene. Per molti di quelli che si presentano negli studi degli andrologi sollevando questo problema, l’insufficienza non è localizzata a livello dei genitali ma simboleggia una più generale paura di non essere all’altezza delle situazioni.
Louis Subrini, un urologo francese che ha lavorato per quattro anni a Tahiti, in occasione della sua comunicazione al Congresso mondiale di Sessuologia (Caracas, 7 dicembre 1989), ha spiegato che molti marinai dell’Estremo Oriente si infilano sotto la pelle del pene delle piccole conchiglie che a poco a poco aumentano il diametro del loro organo sessuale. A beneficio di chi invece è preoccupato dalla lunghezza del suo membro, Subrini ha scoperto che il pene è comparabile per estensione presso tutte le razze, e a cambiare è solo l’inserimento nel perineo. Se la popolazione africana ha un pene per due terzi esterno ed i bianchi mezzo dentro e mezzo fuori, gli asiatici hanno una profonda inserzione all’interno del perineo. Per questo Subrini ha messo a punto un intervento chirurgico che permette di spostare il pene verso l’esterno o verso l’interno, guadagnando o perdendo fino a cinque centimetri di lunghezza: una tecnica che ha avuto notevole successo sia tra le persone sessualmente poco dotate che tra quelle che si sentivano troppo potenti. Se c’è chi si preoccupa per questioni di insufficienza, non manca infatti chi ha il problema opposto. Matteo è timidissimo. Arrossisce in continuazione, e il suo psicanalista lo manda da me sospettando che il problema non sia solo psicologico. Dopo aver passato molti dei suoi ventun anni in terapia, Matteo è riuscito finalmente ad avere un rapporto con una coetanea. I due non sono mai riusciti però a fare l’amore. Le difficoltà di penetrazione sono state, a torto, imputate all’inesperienza di lei, e anche per questo la relazione si è interrotta.
È stato nel villaggio turistico dove ha passato le vacanze successive che Matteo ha sperimentato per la prima volta il sesso. La tema di avventure che ha vissuto nel breve spazio di un mese si sono però fermate al petting: spaventate dalle dimensioni del pene del ragazzo, tutte e tre le donne si sono infatti rifiutate di avere con lui un rapporto completo. In preda all’ansia, Matteo mi chiede se è possibile ridurre le dimensioni del suo pene con un intervento chirurgico. Gli è persino difficile usare preservativi di dimensioni normali, e mi domanda se esistono in commercio modelli extralarge. È insomma ossessionato dall’idea di essere superiore alla media.
La visita andrologi ca conferma che la conformazione del suo pene è armoniosamente superiore alla media, e cerchiamo di spiegare a Matteo che questo non gli procurerà problemi. Dopo alcune sedute se ne convince e riparte con il solo problema residuo di trovare un preservativo adatto alle sue dimensioni.

LA QUANTITÀ NON È SEMPRE UN PREGIO.

Fare spesso l’amore non sempre significa migliorare la qualità della propria vita sessuale. Quantità e qualità a volte si esaltano in una felice sinergia; più spesso si oppongono in una feroce antinomia. Ecco alcuni casi di quantità sessuale di dubbia qualità:

Marisa chiede di essere visitata per una dispareunia (ha rapporti sessuali dolorosi) che è accompagnata da stati di angoscia e da un esaurimento nervoso. Mi dice che da quando lo scorso Capodanno il marito l ‘ha vista ballare con un altro uomo, la loro vita è diventata un inferno. L’episodio ha scatenato in lui una possessività che si esprime attraverso un’attività sessuale forsennata. Appena può, abbandona l’ufficio per fare l’amore con la moglie. La sera rientra dal lavoro in anticipo e non perde l’occasione di consumare mentre il risotto finisce di cuocere. I due o tre rapporti quotidiani non escludono quello notturno, se la fatica lo consente o i programmi televisivi sono particolarmente noiosi. Così non avrai voglia di farlo con altri commenta lui a denti stretti.
La gelosia può trasformarsi in un eccellente afrodisiaco, ma non è mai in grado di migliorare la qualità dei sentimenti, che in questo caso sono anzi del tutto emarginati dal rapporto.
Da due anni Carla non riesce a scrivere, e trattandosi di una nota narratrice la cosa comincia a preoccuparla. Mi dice subito che tutto dipende dall’avere interrotto l’attività sessuale. Per schiarirsi le idee, ha sempre avuto bisogno di essere penetrata e arrivare così al godimento. Era uno strumento di ispirazione collaudato in numerosi anni di attività e attraverso diversi libri di successo, ma avendo lei passato la settantina le cose si sono fatte più difficili. Il suo partner ultraottantenne è stato sconsigliato dal cardiologo a proseguire l’attività sessuale per non affaticare troppo il cuore. Si è quindi defilato dagli incontri galanti, e lei non ha trovato di meglio che consultare un sessuologo. Purtroppo, vista l’età fu impossibile trovare una soluzione per il suo caso.
Il sesso compulsivo non è praticato solo in modo utilitaristico come questo esempio porterebbe a pensare. Lo si ritrova anche tra gli adolescenti e in altri momenti della vita. Talvolta, la non comprensione dei motivi che portano ad una sessualità frenetica porta alla ninfomania: il sesso serve allora a soddisfare bisogni psicologici pregenitali e a confermare le capacità di chi lo pratica.

Esiste poi il sesso che riempie. Come nel caso di Julia, una ragazza che si è rivolta al centro di psicosomatica dell’ospedale di Ginevra per un grave caso di bulimia (fame nervosa). Come tante sue compagne di università, quando è sotto stress Julia si ingozza di cibo di ogni genere che poi volontariamente vomita; inoltre fa un grande uso di lassativi per non ingrassare. Questo accade da due anni, da quando cioè è stata abbandonata dal fidanzato, con cui aveva un’intensissima attività sessuale. Dimostrando grande intelligenza, ci dice di avere capito che è proprio l’assenza di sesso che la porta a riempirsi di cibo.
La bulimia di Julia è ora, dopo vari e importanti interventi a livello medico e psicologico, sotto controllo. Ma la sua affermazione ci conferma la distanza che esiste tra il sesso compulsivo e quello relazionale. Benché sia importante, il primo porta a scaricarsi, mentre il secondo permette di comunicare.

I DECIBEL AFFETTIVI.

Un concerto a cui ho di recente assistito con mia moglie aveva in programma il Poema dell’estasi di Skrjabin. È un brano che amo per la sua forza e brillantezza. Mia moglie lo trova invece troppo intenso, specie se eseguito dal vivo, perché l’intensità le impedisce di apprezzare le finezze della melodia.
Anche nel mondo dei sentimenti c’è chi ha bisogno di molti decibel affettivi per vivere le emozioni. Che si tratti di musica o di rapporti umani, queste persone non riescono a cogliere le mezze tinte. Si situano così all’opposto di quei privilegiati che riescono ad alternare emozioni intense a rapporti più sfumati a seconda delle situazioni e delle persone con cui entrano in contatto.
Per sentirsi vivo, Gianfrancesco è obbligato a scatenare delle vere e proprie tempeste emotive. In realtà, si trova a suo agio solo in situazioni limite, e quando le acque sono troppo calme si inventa degli incidenti. Anche quando gioca a tennis drammatizza: se un avversario reclama un punto è un ladro, se il compagno di doppio sbaglia una palla ha compiuto un errore fatale. In amore gli succede lo stesso, e le storie di Gianfrancesco sono sempre tempestose e all’insegna della litigiosità. In ogni dissidio lui coinvolge amici e parenti, e i suoi flirt sono un tema obbligato delle chiacchiere mondane.
Una delle persone con cui va più d’accordo si chiama Cleopatra, un nome che è tutto un programma. È una specialista nel complicare le faccende più semplici e nel creare incidenti teatrali. Litiga con tutte le donne specie se attraenti, conosce la vita intima di tutti i reali d’Europa e la sua lettura preferita è Novella 2000.
Sia Gianfrancesco che Cleopatra vivono come in un film western: non possono stare più di cinque minuti senza un colpo di scena. L’azione serve loro per sentirsi veri: una condizione comune a molti. Le recenti polemiche sulla febbre del sabato sera, che ha portato migliaia di genitori a schierarsi contro gli eccessi notturni dei figli, partono dallo stesso bisogno. E lo stesso si può dire del fenomeno dei raduni rave, le feste che coinvolgono migliaia di ragazzi dalle tre del mattino al pomeriggio del giorno dopo. La necessità di vivere intense esperienze emotive è sempre legata al bisogno di verificare i propri limiti. Un’esigenza che è portata all’estremo dagli psicotici, che spesso si fanno del male ancor prima che la crisi di nervi abbia inizio: ferirsi significa per loro sentirsi e ritrovare così il senso del limite del proprio corpo della propria personalità.
La verifica dei propri limiti, che da bambini costituisce un tassello fondamentale nella costruzione della propria identità, si accentua nel corso dell’adolescenza. I suicidi di teenager a partire dai quali si è costruito il mito della gioventù bruciata spesso sono solo incidenti: il desiderio non era quello di morire ma di sperimentarsi ai confini della incolumità personale. E l’esperimento è andato troppo oltre.
Per molti, rischiare è l’unico modo per creare l’intensità emotiva che sola merita di essere vissuta. Woody Allen ha interpretato magistralmente questo genere di personaggio nell’episodio del film Tutto Quello Che Avreste Voluto Sapere Sul Sesso Ma Non Avete Mai Osato Chiedere in cui i protagonisti riuscivano a vivere la loro sessualità solo in pubblico: sotto il tavolo di un ristorante o nelle sale di un museo. Nel reparto di sessuologia dell’ospedale dove lavoro conosciamo molti casi del genere. Leslie ad esempio si è rivolta a noi di recente perché riesce a fare l’amore solo in una caserma o sdraiata sulle rotaie all’interno di una galleria ferroviaria. Senza addentrarmi nelle molte implicazioni psicologiche della sua storia, dirò che il tratto saliente della sua personalità è l’amore del rischio affrontato con una doppia speranza: che molti treni passino durante il rapporto e che il rumore del loro arrivo sia abbastanza forte perché lei e il partner possano scansarsi per tempo.

La Qualità Dei Sentimenti

CONFERINTA 1200.JPGÈ molto difficile dire cose intelligenti su argomenti comuni come i sentimenti. Si corre sempre il rischio opposto: quello di dire cose banali su argomenti importanti. Questo libro nasce dall'osservazione delle difficoltà incontrate dagli scienziati, siano essi medici o saggisti, nell'affrontare i grandi temi che trattano dell'evoluzione dei sentimenti. Per parlare dell'amore, è meglio lasciare spazio agli artisti e ai poeti. I sociologi, ad esempio, quando abbandonano le analisi quantitative per addentrarsi nel mondo della sociologia dinamica, spesso mancano dell'esperienza clinica quotidiana che li potrebbe mettere in contatto con la linfa vitale dei sentimenti. Provano allora a cercarla altrove, con alterne fortune. Per trovare un materiale analogo all'esperienza clinica degli psicoterapeuti, il sociologo Jean Kellerhals di Ginevra ha scandagliato la letteratura popolare. Lo stesso metodo è stato adottato da Francesco Alberoni, che ha recentemente studiato coi suoi collaboratori i contenuti della Collana Harmony per analizzare il linguaggio dei sentimenti. I filosofi sentono che il territorio della loro competenza specifica è insidiato da più parti: soprattutto da sociologi, da psicosociologi e dall'applicazione della psicanalisi al mondo degli affetti. Malgrado non manchino personalità d'eccezione, la filosofia dei sentimenti non sembra particolarmente fiorente. Da un lato rischia di impantanarsi nelle sabbie mobili dell'etica e della morale, e, dall'altro, di confondersi con la sociologia aggressiva di intellettuali come Bernard-Henri Lévy o Michel Foucault. La posizione dei teologi è ancora più difficile. Prima di tutto, intervengono ormai in troppi campi sine cognitione causae. E poi il loro pensiero spesso procede sugli stretti binari di una logica dogmatica e deduttiva, troppo rigida per applicarsi alla lettura di emozioni fondamentali come il desiderio sessuale o l'aggressività. Confesso, però, di conoscere poco questa letteratura. Anche la psicanalisi non è esente da rischi metodologici. La consuetudine di partire dalla patologia per definire la normalità degli affetti e delle emozioni dà sempre più l'impressione di una estrapolazione abusiva. L'estensione del metodo psicanalitico al di fuori dell'ambito terapeutico per il quale è stato creato mostra ormai tutti i suoi limiti: essa è tanto affascinante quanto pericolosa. Secondo Enzo Spaltro, gli psicanalisti (e gli psichiatri) si distinguono dagli psicologi per una questione di tono: i primi hanno del mondo una visione pessimistica, i secondi propendono all'ottimismo. Freud ha parlato più dei malati che degli eroi: ora sembra giunto il momento di capire cosa vi sia di peculiare nell'uomo di successo e che ha trionfato sulla sua nevrosi. Certo, la patologia resta spesso più interessante della normalità. Lo dimostrano le vendite dei giornali: è lo strano, è il perverso, che fa sognare e fremere il lettore. Come sostiene il più trito degli slogan giornalistici, è l'uomo che morde il cane che fa notizia, non il contrario. Né il sociologo né il filosofo; non il teologo e neppure lo psicanalista. Nessuno ha dunque il monopolio sul discorso dei sentimenti: le diverse competenze coesistono e si rivelano inevitabilmente parziali. In questa prospettiva, uno psichiatra a formazione analitica come me ha lo stesso diritto di altri specialisti ad addentrarsi sul terreno infido delle emozioni e degli affetti. Le ragioni di quest'interesse sono d'altra parte molteplici.
1. Al contrario di quel che comunemente si pensa, le disfunzioni sessuali di cui mi occupo professionalmente sono più legate a problemi affettivi che a insufficienze biologiche. Ho già descritto casi nei quali la domanda sessuale maschera una difficoltà a gestire l'intimità affettiva. La capacità: li stabilire rapporti intimi è la cartina al tornasole di molte relazioni, e può servire come modello per addentrarci nel territorio più vasto dei sentimenti. Emblematico è il caso di Mario e Lucilla, coppia in disaccordo sul concetto di normalità sessuale. Lui sostiene di essere del tutto normale: è pronto quando la moglie lo richiede e non ha difficoltà d'erezione, anche se quasi mai riesce a prendere l'iniziativa. Lucilla obbietta che non vuole solo prestazioni fisiche, ma essere desiderata. Ha bisogno della dolcezza e delle carezze che precedono e se possibile segue l'attività sessuale. Altrimenti non riesce a raggiungere l'orgasmo. Ed è per questo che Mario la manda dal terapeuta. Basta una seduta per chiarire l'equivoco. Avevano ragione entrambi: Mario, che rivendicava l'efficienza della sua sessualità: Lucilla che chiedeva più intimità affettiva. Era peraltro certamente lei a mostrare una maggiore maturità sentimentale, nonostante si dimostrasse sessualmente più fredda. Anche il concetto di intimità, così come quelli di amore e li sesso, necessita di essere chiarito. C'è chi la considera ma qualità, un privilegio da condividere con pochi. Per altri è un difetto: una debolezza, un residuo romantico e de: adente. Questi ultimi confondono l'intimità con le coccole. Primi pensano che porti ad una condivisione più profonda. Altri malintesi, questa volta sui livelli di scambio, possono nascere dal fatto stesso che l'intimità può essere vissuta ad almeno cinque livelli:
spirituale, intellettuale, affettivo, corporeo, e sessuale. È proprio questa complessità dei sentimenti, insomma, che ci impone di non arrestarci ad una analisi superficiale e ci spinge ad addentrarci nelle pieghe dell'animo umano.
2. Il mondo dei sentimenti permette di gettare un nuovo ponte tra pubblico e privato. Si parla di calo della solidarietà e dell'impegno sociale. Si dice che proprio il ritorno al privato ostacola l'impegno civile. È un malinteso che nasce dalla confusione tra dimensione privata ed egoismo. Al contrario, molti trovano proprio nel buon rapporto con se stessi la spinta per l'impegno pubblico. Il politico che conduce una campagna moralizzatrice per compensare problemi personali non risolti (succede più spesso di quanto si pensi) potrà forse imporsi come un nuovo Savonarola: rimane, nondimeno, una personalità inquietante. Credo di più in chi riesce a essere autentico nei suoi rapporti privati: sarà anche in grado di difendere gli stessi principi nell'ambito della solidarietà sociale. È naturale che non sempre questo sia automaticamente vero. Alcune persone, anche le più autentiche, possono ad esempio gestire i sentimenti solo mantenendo una certa distanza affettiva. Angelo è un professore universitario: un ottimo pedagogo che ha sempre avuto passione per l'insegnamento e che sempre è stato ricambiato dalla stima dei suoi allievi. Paradossalmente, ha più difficoltà educative a casa, con i suoi figli, che in università. Gli riesce facile confrontarsi in pubblico perché non si mette in gioco personalmente: la distanza che instaura con i suoi allievi agisce come una sorta di neutralizzazione affettiva. Il corpo a corpo necessario nel legame coi figli invece lo paralizza, e si ritrova incapace di gestire i propri sentimenti. La sua esperienza è opposta a quella di Carlo, che è un padre disponibile al rapporto con i propri figli, sempre pronto a condividere nuove esperienze nell'ambito dell'intimità familiare. Dirigente industriale, Carlo va in crisi quando si trova di fronte ai suoi dipendenti. Le sue capacità pedagogiche crollano per la paura di essere mal giudicato. C'è quindi una distanza ottimale nella quale i sentimenti riescono ad esprimersi.
3. Ho riletto le favole di Esopo e di La Fontaine riscoprendone la grande modernità, e questo mi ha invogliato a rivisitare i sentimenti espressi in queste storie emblematiche. Ecco perché alcuni paragrafi di questo volume sono strutturati come favole. Viene presentato un tema, che spesso è di per se stesso ambiguo o apparentemente ordinario, e in cui gli uomini giocano la parte degli animali delle favole. La storia si conclude con una morale, sia pure indiretta. L'uso delle favole e delle metafore è frequente sia in psicanalisi che nelle psicoterapie sistemiche ? Si adotta questa tecnica ogni volta che diviene difficile o addirittura paralizzante esprimersi per concetti: in questi casi si fa ricorso a situazioni allegoriche. Succede, per esempio, quando è difficile rompere il silenzio che è calato sulla vita di una coppia. Spesso faccio notare ai due che hanno eretto un muro tra di loro, incitandoli a immaginare cosa si possa fare per superarlo. Lei propone di costruire una porta; lui di scalarlo. Sovente cominciano a litigare su come risolvere il problema del muro. Si tratta già di un miglioramento: litigano tra di loro e non su di loro. Più tardi, la stessa coppia può essere invitata a riflettere sulla valigia piena di problemi che si sta portando dietro. Insieme, si vede quali sono i panni sporchi che vengono lasciati nell'ufficio del medico e quali quelli che vengono rimessi in valigia e riportati a casa. Non sempre le metafore permettono di risolvere i problemi, Ma spesso aiutano a ristabilire il dialogo attraverso la creazione di obiettivi comuni da risolvere.
4. Per addentrarci nel mondo dei sentimenti, abbiamo adottato un'altra strategia che si rifà al rapporto tra Caino e Abele. Fratelli ma diversi, i due incarnano gli stereotipi del bene e del male. Ma proviamo a osservarli meglio. La bontà di Abele è anche la sua debolezza; mentre la cattiveria di Caino rappresenta anche una forza. Non ci occuperemo però di bene e di male, e neppure delle grandi antitesi della vita (attività-passività, forza-debolezza, coraggio-viltà, bellezza-bruttezza…). Ci proponiamo invece di raccontare la faccia nascosta dei sentimenti. Il coraggio può nascondere l'incapacità di vivere una vita ordinaria, la viltà può rivelarsi una salutare prudenza. L'attività può diventare frenesia, la passività spesso significa capacità di introspezione. Proprio questa doppiezza di ogni situazione umana è fonte di numerosi malintesi. E i malintesi affettivi sono più frequenti di quel che si pensa. Sia nella forma che nel contenuto. Già l'uso di alcuni termini genera confusione. In sessuologia, per esempio, alcuni parlano di eiaculazione precoce e altri di eiaculazione prematura. Nel primo caso, il riferimento è quantitativo (si può definire precoce un
rapporto che dura 30 secondi o che non ha più di dieci movimenti). Quando si usa l'aggettivo prematuro si adotta implicitamente un concetto più relazionale: il comportamento è prematuro rispetto alle aspettative proprie o del partner. Poniamo il caso che la donna abbia una risposta sessuale rapida: anche se lui termina il rapporto in 30 secondi, non ci sarà motivo di lamentarsi. Si potrà invece parlare di eiaculazione prematura, rispetto alle aspettative di piacere condiviso dalla coppia, se lui conclude dopo 10 minuti ma il comportamento sessuale di lei è particolarmente lento. Tutto è relativo, e altri esempi del libro tengono conto di questi malintesi formali. Si può parlare dei giovani di oggi come di neoegoisti, mentre per altri si tratta di una generazione realista. Si può dire che le donne incarnino sul lavoro modelli di comportamento maschili: ma resta il dubbio che abbiano semplicemente raggiunto l'obiettivo che il movimento femminista perseguiva, quello della parità. C'è chi dice che un atteggiamento seduttivo nasconda il desiderio di truffare il prossimo, ma per altri è solo un ulteriore elemento di fascino. La trasparenza, l'essere diretti nei rapporti con gli altri, è un pregio o un difetto ? Ne parleremo nel corso del libro, attraverso il racconto di storie spesso singolari.
5. Le tematiche del libro sono volontariamente presentate sotto forma di opposizioni del tipo o-o. Si tratta di una scelta soggettiva e dichiaratamente provocatoria. Come, infatti, in fisica la presenza di poli opposti è necessaria per suscitare l'energia elettrica, così la vita non è mai totalmente bianca o nera. Ma spero che il lettore vorrà accettare la provocazione per quel che è, nella speranza che alla fine di ogni capitolo si sia passati dal rapporto o-o alla soluzione e-e.
6. Questo volume non difende un modello di psicoterapia, ma un progetto di rnicropsicologia dei sentimenti in cui i casi clinici, opportunamente mascherati, servono ad illustrare le idee, e non il contrario. Solo nell'ultima parte del libro, gli esempi si fanno più lunghi e strutturati, per dimostrare come La focalizzazione sui sentimenti abbia spesso risolto psicoterapie che si erano insabbiate. La micropsicologia dei sentimenti, in altri termini, non è solo un modo nuovo per penetrare nel mondo degli affetti, ma costituisce anche la messa a punto di un metodo: il corretto uso dei sentimenti e delle emozioni può trasformarsi in un fattore di guarigione.

Misurare I Sentimenti

MISURARE I SENTIMENTI.

Emozioni e sentimenti esistono da che esiste l’umanità. La storia della medicina e prima ancora quella dell’arte ne descrivono l’evoluzione. Solo più recentemente (con Darwin nel 1872) le emozioni sono entrate a tutti gli effetti a far parte dei fenomeni scientifici, anche se persiste la convinzione che la scienza non riuscirà mai a carpirne il segreto. Dice un proverbio orientale: Non basta aprire la gola dell’usignolo per capire il segreto del suo canto.

Le emozioni hanno due funzioni fondamentali: servono a comunicare con gli altri e allo stesso tempo preparano il corpo a reagire in situazioni ostili. O pericolose. Se le sensazioni vengono represse, si esprimono indirettamente attraverso i disturbi psicosomatici. Le emozioni sono più esplicite, e per questo possono essere più facilmente studiate: si prestano ad essere misurate meglio di quanto non accada con i sentimenti,. Che sono spesso espressione di categorie affettive più complesse.

In questo capitolo vedremo come emozioni e sentimenti possono essere diagnosticati dalla grafologia, scienza tanto giovane quanto affascinante. Ma prima vogliamo passare in rassegna altre tecniche in grado di raggiungere gli stessi obiettivi.

I QUESTIONARI.

A raccogliere testimonianze sul vissuto delle emozioni sono talvolta questionari standardizzati, la cui analisi permette di creare modelli scientifici basati sulla ripetibilità e la predittività. Esistono metodologie particolarmente sofisticate, in cui l’intervista è condotta da più ricercatori che mettono poi a confronto le loro impressioni. L’introduzione dell’informatica per le analisi statistiche ha permesso grandi passi avanti nella conoscenza del mondo emotivo. I questionari vengono utilizzati in particolare da sociologi e psicologi sociali.

TEST PSICOLOGICI.

Non pensate a quelli che imperversano ormai nei giornali italiani. Molto più efficaci e profondi sono i cosiddetti test proiettivi. Il prototipo è il test di Rorschach, conosciuto come il test delle macchie d’inchiostro. Dopo aver statisticamente verificato che certe risposte corrispondono a significati inconsci ripetitivi, il test può essere sottoposto a qualunque persona di cui si vogliano valutare le caratteristiche emotive profonde: l’identità, la forza della personalità, l’importanza dei meccanismi di controllo rispetto alla forza delle passioni. Altri test proiettivi, come il TAT di Murray, utilizzano allusioni più esplicite. Ad esempio, vengono descritte con voluta ambiguità alcune scene di vita quotidiana, in modo da permettere le proiezioni del mondo emotivo inconscio di chi affronta il test.
A differenza dei quiz verbali che servono per il divertimento dei lettori di periodici, i test proiettivi hanno grande importanza scientifica e sono usati in psichiatria per diagnosticare disturbi della personalità e per identificare al meglio la terapia più adatta.

ESAMI E STRUMENTI.

Poiché emozioni e sentimenti spesso vengono canalizzati in intense reazioni viscerali, si è pensato di misurare queste ultime. Quando, per esempio, si vuole sapere se i disturbi mestruali sono indotti da fattori emotivi, si sottopone la paziente a dosaggi ormonali e si valuta la corrispondenza tra i cambiamenti che si verificano in psicoterapia e quelli delle analisi di laboratorio.
Più recentemente, questa tecnica si è evoluta nel biofeedback (BFB) o retroazione biologica. Strumenti particolari permettono in queste metodologie di misurare le reazioni chimiche indotte dalle emozioni. Le variazioni nella composizione chimica di certe parti del corpo sono rese visibili su uno schermo o riprodotte in risposte sonore. Diventano così riconoscibili emozioni che altrimenti rimarrebbero sconosciute sia al soggetto che allo spettatore. Nel cosiddetto GSR si analizzano le modifiche nella composizione chimica della pelle in presenza dell’ansia. L’EMG misura invece cambiamenti anche minimi nelle reazioni muscolari del soggetto sottoposto a determinate emozioni: sulla base dei risultati dell’esame si deciderà se è il caso di indurlo a tecniche di respirazione o a sedute di rilassamento.
Vi sono apparecchi che, collegati agli organi genitali di uomini che non avevano nessuna erezione, selezionano gli stimoli subliminali capaci di determinare reazioni che non sono visibili a occhio nudo ma che vengono registrate dalla macchina. Spesso si tratta del primo passo verso la guarigione. Altri apparecchi di biofeedback più sofisticati utilizzano l’elettroencefalogramma per misurare le onde cerebrali.
Il biofeedback non è solo una tecnica di obiettivazione delle emozioni ma è diventato oggigiorno una terapia vera e propria, particolarmente efficace per disturbi come le cefalee e la stitichezza patologica. E il principio dell’obiettivazione delle emozioni attraverso macchine ha trovato applicazione al di fuori della scienza con i lie-detector, le cosiddette macchine della verità.


STRATEGIE COMBINATE.

Una recente e validissima tecnica di obiettivazione delle emozioni combina l’uso di videoregistratori e computer. Quello che prima era affidato alla sensibilità del terapeuta ora è gestito da queste due macchine: il paziente viene filmato e le manifestazioni emotive indotte nella voce o nel corpo sono analizzate dal computer.
Con questa tecnica sono state identificate le caratteristiche della Comunicazione non verbale (CNV), e cioè le dissonanze tra quello che si dice e quello che viene espresso dal corpo. Spesso la verità sulle emozioni viene proprio dal corpo. Anche
In medicina, si pone particolare attenzione a sette indicatori della comunicazione non verbale, che spesso sono rivelatori di emozioni nascoste: lo sguardo, la mimica, la voce, la gestualità, il portamento, la distanza ottimale,il look, la presentazione esterna.
E ovviamente impossibile in questa sede esaurire l’argomento. Rinviamo ai testi di Paul Eckman per la mimica, di Klaus Scherrer per la voce e più in generale a Pio Ricci Bitti per la comunicazione non verbale. In questo capitolo ci limiteremo ad una descrizione più dettagliata della grafologia intesa come strumento per valutare le emozioni e i sentimenti.
La grafologia dei sentimenti e delle emozioni ha origini antiche dato che già 30 anni fa Emilio Cailla aveva applicato la grafologia ai caratteri descritti dallo psicologo Renato Le Senne. Aveva così studiato la grafia di 8 tipi psicologici: il nervoso, il sentimentale, il collerico, il passionale, il sanguigno, il flemmatico, l’apatico e l’amorfo.
Mentre la psicologia del carattere è un po’ passata di moda, la grafologia dopo essere stata applicata alla selezione del personale, ritrova oggi un’applicazione fruttuosa nella comprensione dei sentimenti. In questo contesto si situa il testo originale della Dottoressa Rosanna Romagnoli Bianchi.

LA GRAFOLOGIA.

La grafologia è la scienza che studia la personalità attraverso la scrittura. Mi piace definirla psicologia della scrittura. Come la psicologia studia l’essere attraverso il suo comportamento e il modo che ha di pensare e di relazionarsi agli altri, così la grafologia prende in esame la grafia, espressione unica e irripetibile della nostra individualità. Dell’unicità del nostro modo di scrivere erano convinti già gli antichi, e in particolare Aristotele che riteneva che la scrittura rappresentasse un’espressione del nostro mondo interiore, come ci tramanda Averroè nei suoi commenti ad Aristotele.
La grafologia nasce peraltro come scienza in tempi recenti.

Impiego la parola scienza pur sapendo che ancora molti equiparano questa disciplina a una sorta di rito magico. Niente di più errato. Ogni segno grafico ha un corrispondente neurofisiologico e psicologico, che acquista pieno valore nell’interazione con altri segni e che permette di analizzare le caratteristiche di intelligenza, temperamento, comportamento, affettività e sessualità di chi scrive. Certo, il lavoro del grafoanalista richiede una certa dose di intuito, ma non più di quanto ce ne vuole da parte dei terapeuti, degli psicologi e degli psicanalisti.
Il terreno d’analisi è per tutti lo stesso: la complessità del mondo individuale. E non sembra casuale in questo senso che l’uomo sia l’unico essere vivente capace di esprimersi attraverso la scrittura. Per scrivere è necessario che il sistema nervoso abbia raggiunto la piena evoluzione delle strutture neuroanatomiche corticali e midollari che permettono alle dita della mano di coordinare movimenti molto complessi. Le mani risultano così essere i terminali di informazioni che giungono dalla zona gnosica del cervello, quella che sovrintende alla percezione degli oggetti e al riconoscimento del loro valore simbolico. Chi scrive, non solo vede le parole che sta scrivendo, ma le integra in un contesto psichico di comprensione.
Anche l’emotività si evidenzia in modo chiaro e inequivocabile nella grafia. L’emotività, non la sensibilità, intendiamoci.
Distinguiamo i termini: mentre la sensibilità rappresenta la capacità di percepire stimoli sottili dalla realtà, e ci è consentita da una bassa soglia di ricezione delle nostre cellule nervose, l’emotività non è legata al sistema nervoso ma a quello endocrino. Le ghiandole surrenali secernono infatti una sostanza chiamata adrenalina che quando viene immessa nel sangue provoca uno stato di eccitazione. Se la secrezione non è eccessiva, si ha un giusto grado di emotività, che consente di partecipare con entusiasmo agli avvenimenti della vita senza eccedere nella risposta agli stimoli. Se invece la quantità di adrenalina che raggiunge il sangue è eccessiva lo è, di conseguenza, anche il grado di emotività, con conseguenze spesso negative. È quanto succede agli iperemotivi, individui che, se sottoposti a sollecitazioni troppo intense, vivono in stato di perenne eccitazione.
L’emotività si riflette sulla grafia attraverso la pressione sul foglio, diretta espressione dell’energia vitale di chi scrive. La grafologia distingue tre forme di espressione energetica: la Filiforme, quella Grossa, quella intozzata primo modo.

Filiforme.

E l’energia che scorre sul foglio senza lasciare tracce. La si può paragonare a un filo leggero e continuo, e neurofisiologicamente indica una personalità dotata di scarsa energia fisica. Chi scrive in questo modo è sensibile e portato più ai valori spirituali della vita che a quelli materiali. Affettivamente dimostra bisogno di tenerezza e di amore; la sua sessualità si esprime più nella ricerca di manifestazioni di affetto da parte del partner che non nell’atto sessuale vero e proprio.

proprio

Questo è un esempio di scrittura filiforme. Si noti la delicatezza del tracciato. Risulta evidente che la mano di chi scrive, una ragazza ventenne, non ha energia sufficiente per incidere il foglio. La scrittura dimostra che si tratta di una persona molto intelligente, adatta più a lavori di tipo intellettuale che a quelli di tipo manuale.

L’energia Grossa.

Si oppone a quella Filiforme. Chi ne è dotato incide con forza il foglio su cui scrive, e così facendo scarica la sua energia in modo omogeneo e continuo, tenendo i muscoli in tensione. Le personalità di questo tipo hanno alte soglie di ricezione agli stimoli che ricevono dall’esterno. Sono portati ai valori materiali della vita. Spesso aggressivi, non temono il conflitto. Mantengono la propria energia sempre sotto pressione, e questo consente loro di non provare sensazioni negative. L’energia Grossa rappresenta un lo che per non soffrire ha pietrificato la sua sensibilità. Chi la possiede può sopportare la fatica e lo stress, e impegnarsi in sport pericolosi. La sua affettività è stimolata solo da situazioni molto coinvolgenti, mentre sessualmente è portato a concludere velocemente piuttosto che a perdersi nei preliminari, che sono considerati una perdita di tempo.

indirizzo

La pressione sul foglio di questo ragazzo è notevole: comunica sano vigore e, nel contempo, incapacità assoluta di percepire le sfumature della realtà. Si tratta di una personalità concreta: non a caso ama giocare a pallone, e sul campo smaltisce gran parte della sua energia e della sua aggressività.


Intozzata primo modo.

Così, con un nome un po’ strano e misterioso, si definisce in grafologia il modo migliore in cui si esprime l’energia vitale. Chi la possiede carica la sua mano di energia ascendendo nello spazio del foglio con filetti sottili, per poi scaricarsi nella discesa. La sua forma si esprime in aste grosse e pesanti. Tanto più è sottile il filetto che ascende rispetto all’asta che discende, quanto più è prepotente la personalità di chi scrive. Si tratta di persone spesso aggressive, che amano sempre la lotta e il confronto. Chi possiede una scrittura di tipo Intozzata primo modo è veloce nel passare dal momento della forza impositiva a quello dell’allentamento della tensione.

tensione

Notiamo in questo esempio la sottigliezza dei filetti ascendenti delle parole in confronto allo spessore dell’asta che discende. Si tratta di una grafia interessante per forza espressiva, velocità, eleganza. È una scrittura da leader, e infatti lo scrivente si trova a dirigere una grande azienda. La sottigliezza del filetto ci dice che è anche una persona di grande sensibilità, che riesce a godere delle piacevolezze della vita. Gli è peraltro necessario scaricare quasi brutalmente la sua energia nella materialità. Ha un eccessivo bisogno di imporre la propria personalità, come se temesse di essere sopraffatto da qualcuno più forte di lui.
A questa energia normale, che scorre in ognuno di noi e che nella scrittura si esprime attraverso i tre tipi di pressione di cui abbiamo parlato, si aggiunge in caso di emotività un’energia anomala che in grafologia viene chiamata intozzata secondo modo. Nella scrittura, si manifesta con macchie sul tracciato grafico. Il perché è facilmente spiegabile: ogni volta che proviamo un’emozione, infatti, la nostra mano si ferma sul foglio provocando una macchia. Se queste macchie non sono frequenti, la nostra emotività è tollerabile: semplicemente, interagiamo con le molteplici sollecitazioni che ci vengono dall’esterno, senza che questo turbi il nostro equilibrio.

equilibrio

Il gesto personale e veloce ci presenta una personalità vivace. È la scrittura di una giovane psicologa, entusiasta del suo lavoro e di una vita che le appare ricca di promesse. Anche se nel tracciato grafico non mancano macchie, l’emotività non è tale da togliere alla scrivente la capacità di rispondere in modo obiettivo agli stimoli che riceve. Come esempio di scrittura Intozzata secondo modo in alto grado consideriamo invece una lettera di WoIfgang Amadeus Mozart.

mozart quella lunga

È impressionante vedere come questo foglio sia cosparso di macchie. Siamo nel 1780, e Mozart ha già 26 anni. Ricordo la prima volta che vidi questo documento, e quanta impressione mi fece questa scrittura minuta e veloce, tanto armoniosa da far sembrare le lettere dell’alfabeto delle note di spartito. Mozart era un iperemotivo, imprevedibile, attratto da stimoli molteplici a cui dava immediata risposta. Ancora oggi la sua musica ci stupisce per la profondità del pensiero, la sa sapienza nel comporre, la divina creatività. Come dice il filosofo Schopenhauer, l’ingenuità e la sublime innocenza di Mozart ci danno conferma sull’affinità del genio col fanciullo”. E ancora: In ogni autentico genio, che considera il mondo come spettacolo, si cela un grande bambino.
L’iperemotivo è in effetti come i bambini: facilmente eccitabile da ogni sorta di stimolo esterno. Come spesso non si può fare, purtroppo, da adulti. Le personalità iperemotive sono, anzi, guardate con sospetto dagli adulti, perché considerate poco affidabili, e dotate di scarso senso della responsabilità.
Al polo opposto si collocano le personalità inemotive.
Quelli che, come si dice, si lasciano vivere. Abulici, disinteressati a tutto, trascinano la loro esistenza nella più completa apatia.

apatia

È la grafia di un ragazzo di 20 anni, a cui poco interessano gli avvenimenti che accadono attorno a lui. Il tracciato della sua scrittura è amorfo, come privo di vita.

Ma quale personalità si cela dietro una scrittura in cui un tipo di pressione interagisce con un altro ?
Vediamo il caso in cui la scrittura intozzata secondo modo di alto grado, e la Grossa interagiscono. In questo esempio, chi scrive è soggetto a frequenti scatti d’ira che, data la sua forza fisica, lo possono anche rendere pericoloso.

pericoloso

È la grafia di un uomo di 40 anni. Si è rivolto a me perché, pur amando i suoi familiari, spesso li maltrattava senza capacitarsi delle ragioni di tanta violenza. La sua aggressività, resa incontrollabile da un’eccessiva emotività, è diminuita solo dopo un trattamento psichiatrico a base di psicofarmaci.

Il prossimo documento costituisce una rarità. Si tratta infatti di una personalità eccessivamente emotiva, e repressa per paura del giudizio degli altri, che ha improvvisamente rotto gli argini, cambiando la sua vita di modesto impiegato modello al punto da rendersi irriconoscibile. Lo stessa non sono stata capace di attribuire le due grafie alla medesima persona.

persona

La vita di quest’uomo e la sua scrittura sono state stravolte dalla morte di un figlio. In seguito all’incidente, quello che era un dipendente meticoloso si è del tutto disinteressato della propria attività e di se stesso.
L’emotività di chi scrive si riflette anche nel ritmo del tracciato grafico. A prima vista, le lettere che compongono un testo sembrano immobili. Ma se seguiamo con lo sguardo il percorso che la mano ha tracciato sul foglio, se entriamo in sintonia col suo ritmo grafico, conosceremo qualcosa del suo ritmo interiore.
Dal più veloce al più lento, esiste una gran varietà di ritmi scrittorii. Ognuno di essi è espressione di un diverso pulsare dell’energia vitale. A un ritmo accelerato corrisponde una vibrazione sincopata dell’energia vitale, indice di iperemotività. Il ritmo più sfrenato che mano possa eseguire è chiamato dai grafologi Impaziente. I tratti vergati sotto questo impulso ritmico sono appena delineati. Le lettere sono nervose e sfuggenti, a volte addirittura omesse. La scrittura impaziente sottende un temperamento emotivo e instabile.

instabile

Seguiamo la mano di questo ragazzo diciassettenne. Il ritmo è velocissimo: mancano alcune lettere e alcuni tratti che ne determinano il significato, come i puntini sulle i. Chi scrive è portato ad assolvere velocemente tutto ciò che fa, spesso tralasciando particolari importanti, come se desiderasse esaurire tutto in un lampo, anche la sua vita. L’irrequietezza di chi ha una scrittura impaziente non dipende da stimoli esterni ma è sempre presente in lui. È proprio l’eccesso di emotività a determinare l’eccesso di velocità.
L’accumulo di energia nervosa repressa può portare non pochi danni. Per non perdere l’autocontrollo davanti ad altri, ci si vieta di sfogare la propria emotività, e così facendo si contrae energia vitale dentro di sé, e alla lunga ci si logora. Il lungo trattenere la rabbia e gli affronti subiti porta questi ipercontrollati ad accumulare recriminazioni che magari non si palesano sul volto, ma che vengono tradite dalla scrittura con tremolii, segnettature, tratti congestionati.

congestionati

A 40 anni, chi scrive ha raggiunto un’alta posizione manageriale. Uomo brillante, sul lavoro dimostra grande creatività. Mi ha chiesto aiuto dopo avere avuto uno scatto d’ira tanto violento da spaventare i colleghi. Gli ho suggerito che il suo comportamento non dipendeva forse dalla circostanza (la banale dimenticanza di un dipendente), ma da anni di rabbia accumulata e mai sfogata.
Un’altra manifestazione dell’emotività nella scrittura è quella che in termini tecnici viene definita Non omogenea: un segno complesso che riguarda la Pressione, il Calibro e l’Inclinazione assiale.

Si ha una scrittura Non omogenea della Pressione quando, toccando il foglio scritto, si avverte che il tracciato grafico è impresso in certi tratti con forza, in altri più leggermente. L’energia vitale oscilla in questi casi tra momenti di sospensione e momenti di forza. Gli ondeggiamenti, provocati da un’emotività che sfugge al controllo di chi scrive corrispondono a momenti di smarrimento (negli affievolimenti dell’energia) e a scoppi di aggressività (nelle marcature).

nelle marcature

La personalità di questo ragazzo ventiduenne è disturbata dalla scarsa capacità di canalizzare l’energia. Il risultato è che non riesce ad applicarsi con costanza, la socializzazione è instabile, affettività e sessualità sono ambivalenti.

Il Calibro è l’altezza del corpo delle lettere minuscole, che si può misurare matematicamente: piccolo se inferiore ai 2 millimetri, medio quando oscilla tra i 2 e i 3, grande se supera i 3 millimetri. Il Calibro esprime l’energia espansiva di chi scrive. Quanto più è piccolo tanto più lo scrivente tende a ritrarsi su se stesso; quanto più è grande tanto più manifesta desiderio di mostrarsi agli altri.
Quando in un testo si vede il Calibro variare considerevolmente, con sbalzi ben visibili, ci si trova in presenza di un segno Non omogeneo del Calibro, indicatore di un’energia espansiva che varia tra l’ampliarsi nello spazio e il ritrarsi su se stessa. Si tratta di un cattivo uso dell’energia determinato dall’eccesso di emotività. Chi scrive in questo modo spesso soffre di ansia e di momenti di caduta di tono, a cui fanno seguito sensazioni di potere e di benessere.

benessere

Le oscillazioni del Calibro nella scrittura di questo ragazzo diciassettenne esprimono la sua ansia, dovuta a un’identità sessuale non ancora acquisita.

L’Inclinazione assiale riguarda gli assi letterali dello scritto, ossia i segmenti che dividono esattamente in due le lettere, e ci rivela come chi scrive si pone nei confronti dell’altro da sé. Se è Dritta (quando gli assi sono perpendicolari ai margini del foglio) indica che chi scrive è capace di scambi paritari; se è Pendente (gli assi sono rivolti verso il margine destro) dimostra bisogno dell’altro che si manifesta nel tentativo di attirarlo nel proprio spazio; e è Rovesciata (quando gli assi guardano a sinistra) significa rifiuto e repulsione dell’altro.

Quando l’inclinazione assiale varia di continuo e nel testo si alternano parole dritte, pendenti e rovesciate, si può a buona ragione ritenere che l’affettività di chi scrive sia disturbata da un’emotività che rende precari e inconsistenti i rapporti con l’altro.

con l'altro

È il caso di questa giovane donna che cambia partner con grandissima frequenza.
Il grafoanalista è un diagnostico che, quando rileva segni di forte emotività in uno scritto, tali da indicare che lo scrivente non è in grado di gestire in modo armonioso le proprie energie, canalizzandole a fini precisi, gli consiglia di consultare uno psicoterapeuta.

Una Buona Distanza

ESSERE VICINI: DEBOLEZZA O PRIVILEGIO ?

Senza stare a riflettere, cercate tre aggettivi per definire il termine vicinanza. Pensate ora a cosa significa per il vostro partner, se la pensa come voi o se proprio da questa differenza di vedute non nascano litigi e incomprensioni. Domandatevi ora quali sono le persone alle quali vi sentite vicini, e cosa hanno di speciale rispetto alle altre. Che ruolo hanno in questo contesto il sesso, la stima, la complicità, le abitudini culturali, l’appartenere alla stessa classe sociale. Fate 1; 0 stesso esercizio visualizzando una persona che vi è antipatica, e cercate di capire quali siano gli ostacoli che vi impediscono di avvicinarvi a lei.
È a interrogativi come questi che cerchiamo di rispondere quando donne, uomini e coppie ci consultano per i loro problemi psicologici, psicosomatici, sessuali. E da queste stesse domande è partita la mia riflessione, sull’intimità che si è (conclusa nella convinzione che essa rappresenti una chiave di lettura fondamentale per arrivare alla risoluzione dei conflitti personali. Qualsiasi terapia sessuale risulterà del tutto inutile se mancherà di esaminare le difficoltà di coesistenza affettiva con se stessi e con gli altri.
Così la vicinanza fa parte degli elementi che contribuiscono a costruire una buona intimità. Come questa, presuppone l’esistenza di un sentimento privilegiato. Come succede per l’intimità, è spesso confusa con la debolezza. Non è un caso che come segno di forza e manifestazione del potere personale si dica tenere a distanza qualcuno. L’arroganza di questa frase partecipa alla costruzione di tutti i fraintendimenti nella comunicazione che instauriamo con gli altri. La verità è che la distanza, così come la vicinanza, non si stabilisce quasi mai a partire da un atto di volontà, ma più semplicemente dalla presa di coscienza dei propri sentimenti nei confronti dell’altro. È insomma dentro se stessi che si deve guardare quando ci si mette in relazione con gli altri.
Ecco perché è fondamentale prima di tutto essere in risonanza sincera con le proprie emozioni e i propri sentimenti, se si vogliono stabilire rapporti armonici col mondo esterno. Fatto questo primo passo, la vicinanza nei confronti dell’altro apparirà semplicemente come un privilegio che ci si concede in quanto persone mature e responsabili e non una debolezza provocata dal bisogno o dalla confusione interiore.

CONCAVO O CONVESSO.

Ricordate i walkie-talkie che usavamo da bambini ? Rappresentano un’ottima metafora per parlare della comunicazione: essa presuppone che esistano una radio-emittente e una radio-ricevente, e che i ruoli si possano alternare, pena l’instaurarsi di situazioni in cui è uno solo. A parlare, mentre l’altro non fa altro che ascoltare.
Lo stesso concetto può essere spiegato usando i termini a me più cari di concavità e convessità. Vi sono persone che sono naturalmente concave, e cioè ricettive e pronte ad aprirsi agli altri. Anche se l’anatomia gioca a favore dello stereotipo – la concavità sarebbe femminile, la convessità sarebbe maschile e fallica – essere concavi non è una prerogativa delle donne soltanto. Al contrario, vi sono più donne intrusive e uomini accoglienti di quel che si pensi. Ma perché si stabilisca una buona comunicazione e si rafforzi la vicinanza con chi ci interessa, è comunque necessario giocare con elasticità i ruoli convessi e quelli concavi. O, in altre parole, far vivere dentro di noi sia la parte maschile che quella femminile.
Indicatori preziosi per riconoscere una persona tendenzialmente concava o convessa sono l’atteggiamento corporeo. il tono della voce, la gestione della parola e del silenzio. Pensiamo a quelli che sono abituati a esprimersi in pubblico, e che non abbandonano il loro tono da comizio anche nei discorsi a quattro occhi al ristorante. O a quanti sono per natura silenziosi, curiosi, accoglienti, ricettivi. In entrambi i casi esiste secondo me mancanza di elasticità, ma è molto più facile per le persone concave imparare a giocarsi nel ruolo opposto che non percorrere la strada inversa: le persone che non hanno ormai avuto accesso al territorio personale della vicinanza con se stessi, spesso passano un’intera vita nel cercare di raggiungere l’altra dimensione e, una volta conquistata, nel tentativo di difenderla.
Tra di loro, il petting è sempre stato soddisfacente. Ma dopo due anni di matrimonio, non hanno ancora fatto l’amore. EX: lui, dopo avere pazientato per timidezza e per amore, ora, sentendosi ingannato, pensa seriamente di rispedire la moglie in Libano, con una lettera di accompagnamento alla famiglia di lei.
La storia di Sheila, 26 anni, laureata in archeologia, è simile a quella di altre ragazze mediorientali che cercano di imporre la propria autonomia in un contesto di grande arretratezza culturale. Le sue armi sono il successo professionale e quello economico che ne deriva, e con queste lotta contro l’autoritarismo del padre e l’accondiscendenza della madre, che invece di difenderla è solidale col marito nel proporre alla figlia il tradizionale modello di sottomissione delle donne orientali.
Dopo la laurea e una permanenza di alcuni anni a Londra, Sheila apprezza sempre di più i valori dell’emancipazione femminile. Ma il suo rancore nei confronti dei genitori si mescola al senso di colpa e alla fedeltà verso le sue origini. Dopo un periodo di fidanzamento con un ragazzo maronita del quale è ancora segretamente innamorata, Sheila sente di avere tradito i propri sentimenti sposando un uomo ben accetto dalla sua famiglia. E per questo gli rifiuta la penetrazione. Avverte nel profondo che la sua emancipazione si gioca nella convessità, nei successi che accumula sul piano professionale e intellettuale, e su questo terreno accumula la sicurezza delle sue scelte. Ma non è capace di aprirsi alla parte concava di se stessa, che identifica a livello corporeo nella vagina, una sorta di tabernacolo che protegge a tutti i costi e che preclude al marito, identificato per i suoi desideri intrusivi col padre. Dopo un anno la coppia sta separandosi e Sheila ha iniziato un’analisi personale.
Reazioni simili a quelle di Sheila sono comuni tra le donne che hanno subito una violenza sessuale, e che a lungo stentano a recuperare un rapporto armonico con le diverse parti di se stesse, quella concava e quella convessa.


IL TEMPO DELL’AMORE.

Il colpo di fulmine è istantaneo. L’innamoramento necessita di più tempo. E l’amore trova proprio nel lungo periodo la correzione ai malintesi dell’illusione amorosa, e la verifica della capacità di resistere alle inevitabili crisi. La coppia che dura viaggia inevitabilmente a velocità di crociera. Questo non significa che affoghi nella routine quotidiana. Proprio dall’apprendimento del ritmo altrui ciascuno dei due trova la propria collocazione.
Elisa e Franco si sono innamorati d’estate, e dopo quella splendente stagione si sono resi conto delle diversità che li caratterizzano nel percepire e affrontare la realtà. Franco pensa in modo sintetico: forse è superficiale, ma certamente anche molto rapido. Lei ha un’intelligenza analitica: più lenta ma più profonda. È stato necessario che i bisogni individuali progressivamente si aggiustassero nella loro complementarietà, anche attraverso ripetuti contrasti, prima che questa giovane coppia, ora felice, trovasse il ritmo del proprio rapporto.
Non sempre la definizione del tempo dell’amore è tanto facile. Oriana mi consulta all’insaputa del marito. Dopo la nascita del primo figlio, dice di essere stata parcheggiata in una grande villa sul mare. Lui la copre di regali, le ripete che le vuole bene. Ma lei pensa alla separazione. Da tempo non ha più di un rapporto sessuale al mese col marito, e la cosa sarebbe normale se mancasse il desiderio, ma il problema sono solo i ritmi di vita di lui.
Lui si chiama Gigi. Romagnolo, è titolare di una segheria ereditata dal padre. Ama la bella vita, le conoscenze che contano, i Berlusconi e i Gardini che ha eletto a suoi ideali di vita senza capire che persino loro sanno difendere la propria vita privata sia quando prendono parte a una regata che quando vanno allo stadio. Gigi no. Lui è sempre disponibile alle interferenze altrui, e anche di notte riceve telefonate di lavoro. Messa giù la cornetta, non manca di farsi avanti con la moglie, ma le sue carezze a lei sembrano più che altro pizzicotti.
Chiedo a ariana se Gigi si è sempre comportato così, e se per caso lei non si fosse sbagliata sin dall’inizio sul suo conto. Mi risponde che in realtà lui ha delle attenuanti. Il loro è stato il classico colpo di fulmine. In vacanza in Grecia, tra il mare e gli ulivi. Due giorni dopo l’incontro a Gigi è però capitato un incidente di macchina, e rimpatriato in aereo è rimasto per mesi ingessato all’ospedale. Quando Oriana lo andava a trovare, lo trovava sempre pronto al dialogo. Malgrado il gesso, anche il corpo di Gigi era disponibile, e spesso avevano fatto l’amore in ospedale. Poche settimane dopo essere stato dimesso, lui ha chiesto la mano di lei ai suoi genitori. Il primo figlio è venuto rapidamente, e con altrettanta velocità lui è stato riassorbito dal ritmo dei suoi affari.
Ormai ariana ha perso la stima che aveva del marito, e la sola speranza di salvare il matrimonio sarebbe di ingessarlo di nuovo, in modo da ritrovare insieme il tempo dell’amore !
Gigi, con quella sicurezza da playboy riminese che ostenta in ogni occasione, mi fa pensare alle decine di manager che ho visto rischiare l’infarto prima di capire che attività non significa attivismo, e che la qualità della vita è l’unico bene che valga la pena di salvaguardare a tutti i costi. A volte la timidezza ci impedisce di cominciare, ma ancora più spesso l’impazienza ci impedisce di continuare !
Malgrado i loro nomi siano tanto simili, Enrico ed Enrica ci hanno messo cinquant’anni per trovare il punto di convergenza dei loro ritmi di vita. I due hanno gusti e tempi diversi. Lei ama il giardinaggio, la lettura, le conversazioni approfondite. Lui, alpinista di talento, preferisce evadere sulle montagne, ed Enrica è spesso costretta a inventarsi qualche malattia immaginaria per riuscire a farlo tornare a casa e ottenere qualche conferma del suo amore.
Per 45 anni, la coppia ha mandato avanti questo rapporto stabile ma poco profondo, improntato a un certo conformismo pur nell’esaltazione dell’autonomia affettiva. Il punto di svolta si è verificato quando Enrico è stato operato per un’artrosi all’anca. Purtroppo, la protesi che gli era stata impiantata si infetta, e dopo una nuova operazione l’articolazione resta bloccata. Lui è costretto a rinunciare allo sci e alle scalate, ma durante la lunga convalescenza a casa riscopre l’affettuosità della moglie. Enrica si occupa amorevolmente di lui, ed è ripagata da un amore che le fa rivalutare il suo ruolo nella coppia.
A poco a poco il ritmo della loro vita converge: fanno lunghe passeggiate e raccolgono insieme i fiori; Enrico è contento perché ritrova il contatto con la natura che sentiva perso con l’impossibilità di scalare le montagne; lei gioisce per il fatto di non dovere più corrergli dietro. Nel giro di un anno il loro rapporto è diventato più sereno di quanto non lo sia mai stato in 45 anni di vita in comune. Ora, a 75 anni, Enrico ed Enrica sentono di essere finalmente una vera coppia.

L’IMPORTANTE È NON VEDERSI.

Voglia di stare insieme non sempre significa capacità di starei. E se vi sono coppie che provano piacere nel condividere affetti e sentimenti nella più piena comunanza di tempi e di spazio, altre sono obbligate a una vicinanza non voluta dalle condizioni materiali. Penso agli emigranti, che nella coppia trovano rifugio da un mondo estraneo per abitudini, lingua e cultura. Ma vi sono poi coppie unite per ragioni sociali (matrimoni di convenienza o derivanti dalla pressione sociale) per le quali l’importante è incontrarsi il meno possibile. Per questo, si tengono a distanza. Quando possono.

LA DISTANZA NEGLIGENTE.

Marta viene nel mio studio preoccupata per il suo matrimonio in bianco. Infermiera di Varese, ha sposato un collega di Taranto conosciuto durante le vacanze. Si vedono episodicamente, ma non fanno nessuno sforzo per infittire gli incontri o magari per ottenere un trasferimento. Viene proposta loro una terapia sessuale di coppia, e se all’inizio nicchiano, in un secondo tempo rifiutano apertamente. Dopo alcune insistenze si decidono. Ma da me a Ginevra arrivano separatamente: prima lei per cercare di curare un vaginismo che le impedisce la penetrazione; poi lui per la sua eiaculazione precoce.
Dopo due sedute rinunciamo a mettere in atto una terapia che risulta efficace solo quando i pazienti sono fortemente motivati. Marta e il marito non lo sembrano. Ci chiedono di non essere curati. È come se urlassero, insieme: Aiuto, non cambiate niente.

LA DISTANZA EROTIZZANTE.

Questa è la storia di Ronnie e Marina, protagonisti di un clamoroso fraintendimento. Lui, diplomatico a Ginevra. Lei, una sua ex collaboratrice trasferitasi in Perù. I due cominciano a scriversi dopo il divorzio di lui, e sin dalla prima lettera lei confessa di averlo sempre amato. Nella seconda lo invita in Perù per un mese di prova: le giuste nozze potranno essere celebrate dopo la conferma della passione che li unisce.
Ronnie parte fiducioso, ma rientra dopo lO giorni completamente disfatto. Lei era come se la ricordava, carina e sensuale, ma del tutto refrattaria. Per un mal di testa non era venuta a prenderlo all’aeroporto; per problemi ginecologici non lo aveva raggiunto in albergo di sera. E dopo tre giorni di animate discussioni, lo aveva praticamente rispedito a Ginevra.
Durante l’ultimo pranzo consumato insieme in un albergo di Lima, Marina aveva ammesso di essersi innamorata di un’ombra: non era mai riuscita a convivere con un uomo e non ce l’avrebbe fatta neanche con lui. Figlia di un importante politico peruviano, aveva idealizzato in Ronnie il sostituto simbolico del padre. E aveva sviluppato nei suoi confronti un’illusoria costruzione romantica, crollata alla prova dei fatti. Il Ronnie reale le aveva mostrato l’inconsistenza del Ronnie ideale.
L’abisso che separa le aspettative dalla realtà è un tema costante della grande letteratura. E se Anna Karenina faceva coincidere illusione e realtà, Cyrano De Bergerac aveva talmente paura delle donne da sublimare la penetrazione nella scherma, salvo poi dichiarare il proprio amore in punto di morte.

LA DISTANZA NEGATA.

Il pensionamento può rappresentare una tragedia per le coppie che soffrono a vedersi troppo spesso. Il problema si acutizza nei periodi di crisi economica: di recente Belgio e Francia hanno, ad esempio, introdotto il prepensionamento a 60 anni per uomini che, seppur nel pieno delle loro capacità, devono lasciare posto nelle industrie nazionali a forze più giovani. L’impatto terribile di questi prepensionamenti è stato spesso sottovalutato, o minimizzato nella problematica dell’esclusione da una vita attiva. Ben più pesante, e per niente considerato, è l’impatto che questi ritiri anticipati possono aver avuto sull’interazione di coniugi fino al giorno prima abituati a vedersi poco e che, all’improvviso, si sono visti costretti a una vicinanza alla quale non erano preparati, e che vivono come una sgradevole promiscuità.
Nella stessa condizione sono i rappresentanti di commercio, i piloti di linea, i diplomatici e tutti quelli che il lavoro obbliga a intrattenere rapporti rarefatti col partner. Quando la routine viene spezzata da un qualsiasi evento esterno che porta a una maggiore vicinanza, molte di queste coppie non sono in grado di gestire la diversa intensità affettiva. E se in alcuni casi l’elasticità interiore dei due permette di adeguarsi alle nuove esigenze, in altri la soluzione viene cercata nell’acquisto di due televisori o di letti separati.

LA DISTANZA SALUTARE.

Le vacanze possono diventare occasione per gravissimi malintesi anche quando sono attese come un toccasana.
Pamela aspettava, per esempio, da due anni il viaggio alle Baleari che l’avrebbe riavvicinata al marito Nando, uomo impegnato e difficilmente disponibile anche nei momenti di riposo. Nei suoi sporadici ritorni a casa, infatti, Nando preferiva giocare a tennis con il figlio maggiore piuttosto che occuparsi della moglie e della figlia minore. Napoletano e fiero delle sue origini, l’uomo non aveva assimilato l’idea partenopea della donna, e non era in grado di apprezzarne valori, qualità e specificità.
Dopo essere faticosamente riuscita ad affidare i figli ai nonni, la coppia aveva infine salpato le ancore per l’agognata crociera. Ma dopo sole due settimane pamela ha fatto irruzione in lacrime nel mio studio: le tanto sospirate vacanze erano state un disastro. Già sulla nave che li portava alle Baleari, Nando aveva mostrato i primi segni di insofferenza. La claustrofobia per la cabina si era rapidamente ripercossa sulla vita di coppia: dopo due giorni aveva cominciato ad ascoltare i programmi radiofonici via satellite in italiano, dopo tre era partito alla ricerca della Gazzetta dello Sport, dopo cinque i due litigavano con grande impegno. Lei cercava condivisione, lui privacy. Al bisogno di affetto di Pamela corrispondeva l’incapacità di convivere di Nando. Proprio a partire da questo è iniziata la psicoterapia di lei, alla quale il marito non ha mai voluto partecipare.


LA DISTANZA COLMATA.

A 43 anni, Hegon non è ancora riuscito a decidersi tra la sua identità sudamericana e quella europea. Figlio di un grosso proprietario terriero messicano e di una donna francese, dopo il divorzio dei suoi ha vissuto prevalentemente in Europa con la madre, stabilendo con il padre lontano ed assente un pluriennale rapporto di amore e odio. Quando di tanto in tanto capita loro di vedersi in Messico, i due non fanno altro che litigare: a quasi 80 anni, il padre-padrone ancora non rinuncia al suo ruolo di patriarca, e continua ad imporre regole e principi al figlio, che peraltro ha fatto una bella carriera in Europa. Dopo questi incontri, la comunicazione si interrompe per svariate settimane, fino a che la voglia di rincontrarsi non trova soddisfazione grazie alla complice mediazione degli altri membri della famiglia.
È in seguito a una lunga psicanalisi che Hegon può rivalutare la propria identità maschile, fortemente contaminata dall’invadenza di una madre molto possessiva. La difficoltà a stabilire una distanza affettiva con gli uomini viene invece elaborata attraverso la relazione con me, il terapeuta. Solo di recente Hegon ha invece creativamente trovato un punto di contatto col padre. Gli scrive ogni settimana, e in queste lettere molto personali, autentiche e poetiche spiega le sue difficoltà. Il padre risponde, ed è finalmente nato un autentico dialogo. Lo scambio è però ora messo in pericolo dal progresso tecnologico. Presi da urgenza emotiva, i due si sono messi infatti a spedire le lettere via fax. Vogliono accorciare i tempi della risposta, ma la velocità ha reso la comunicazione più superficiale.

SINGLE PER SCELTA O PER OBBLIGO.

La coppia e il ritorno a casa sono argomenti di moda.
Viene enfatizzata la fine del single e della sua scelta liberatoria, avventurosa e trasgressiva, da molti interpretata come una fuga dalle strutture borghesi delia coppia e della famiglia, vissute più come strutture oppressive che come rassicuranti. La realtà non è così semplice, e la scelta di vivere soli deve essere valutata tenendo conto delle alternative individuali, che possono essere individuate in quattro cerchi concentrici:
Individuo
Coppia
Famiglia
Società.
C’è chi sceglie di essere single. Altri subiscono questa condizione. A volte escono dallo spazio della coppia come vedovi. In altri casi, perdono anche l’appartenenza alla famiglia, come certi divorziati. Per il single per scelta, può essere facile trovare nella cerchia degli amici una valida alternativa alla struttura familiare. Il modello inglese dell’uomo che passa i week-end con gli amici, partecipando alla vita sociale e affettiva di un club sportivo, ha rappresentato una soluzione alternativa alla monotonia della coppia per generazioni di coniugi oppressi. Per loro, concedersi momenti di single significava sfuggire a una vita di coppia di cui non sapevano apprezzare i vantaggi e che era divenuta poco sopportabile.
All’interno del pianeta single, esiste insomma un caleidoscopio di personaggi e di ruoli. Eccone alcuni.

I SINGLE PER FORZA.

Per loro, la condizione di single è una realtà ineluttabile. In questi casi, a essere maggiormente penalizzate sono le donne. Solo per citare un esempio, sarà molto più facile per un paraplegico maschio trovare una moglie, mentre le donne portatrici di handicap ben difficilmente riescono a stabilire relazioni affettive con uomini sani. Le donne sono svantaggi ate anche in caso di divorzio, specie se la separazione si verifica nella maturità. A loro viene negato lo statuto di single: capita più spesso che vengano considerate persone sole, e costrette a confrontarsi con una solitudine non scelta ma subita.
Altri diventano single per forza a causa della loro personalità. Il loro carattere è talmente difficile che impedisce loro la convivenza con chiunque. A volte anche piccoli difetti come l’eccessiva sudorazione, se trascurati, condannano alla solitudine. Per non parlare delle nevrosi personali.
Andrea non può percorrere lunghe distanze in aereo, soggiornare negli alberghi, convivere nello stesso appartamento con altre persone. Il suo problema: non riesce a urinare se ci sono altre persone nei paraggi. E per questo mi chiede un appuntamento, al quale arriva visibilmente turbato. A 35 anni sarebbe quello che si definisce un buon partito: è ricco e ama fare l’amore, anche se a volte raggiunge un po’ troppo in fretta l’orgasmo. Ha molte avventure, ma non appena una delle sue amanti gli propone di passare insieme il week-end, è preso dal panico. L’invito da un lato attiva il suo bisogno vescicale, dall’altro blocca completamente la relazione.
Dopo essere finito un paio di volte al pronto soccorso per farsi svuotare la vescica, Andrea ha imparato a farsi dei sondaggi vescicali da solo. Ma questo non ha sciolto la sua inquietudine. Appassionato di vela, fa gite in compagnia solo d’estate, quando può buttarsi in acqua e urinare senza essere scoperto. Quando ha programmato una lunga traversata, è stato costretto ad affrontarla in solitario. A rendere la sua vita un inferno e inchiodarlo al ruolo di single è il persistere di una nevrosi infantile, che insieme abbiamo deciso di affrontare e che stiamo forse per risolvere.

SINGLE PER VIZIO.

Sì, proprio per vizio. E lo scrivo senza che il termine implichi un qualche giudizio da parte mia, ma perché bene esprime la condizione dei single che tali sono per una lucida scelta narcisistica. Sono quelli che, in fondo, pensano di non avere bisogno di nessuno.
Matteo, 50 anni, è il prototipo di queste persone che agli esseri umani preferiscono la solitudine, la lettura e il rapporto con gli oggetti. Considerato dai rari conoscenti un vero orso, ripete che è meglio essere soli che male accompagnati. Ama l’alpinismo, e la sua unica attività sessuale consiste nel masturbarsi. In quei momenti. Le sue fantasie sono ambigue, e a forte componente omosessuale. Non si masturba perché è solo, ma perché l’autoerotismo è il comportamento sessuale più congeniale al suo carattere di single per obbligo.

Il SINGLE PER SCELTA (E SODDISFATTO DI ESSERLO).

Quando la solitudine è temporanea, può semplicemente corrispondere alla fisiologica fluttuazione di bisogni che portano a essere talvolta estroversi e talvolta meditativi. In altri casi, la decisione di isolarsi può nascere dal desiderio di canalizzare tutte le proprie energie su un obiettivo professionale, umanitario o religioso. Oppure è la delusione che deriva da una disavventura sentimentale o da un lutto familiare a portare alla condizione di single.
Talvolta, però, anche nella più onorevole delle motivazioni appare in controluce il disagio. In alcuni casi si tratta della paura di affrontare persone del sesso opposto, oppure dell’attrazione per persone del proprio sesso che viene negata. La bisessualità coesiste sovente con il matrimonio, che costituisce un ottimo paravento e allo stesso tempo un pretesto ideale per non ammettere la propria condizione. Oppure può celarsi dietro la non volontà di stabilire rapporti durevoli con le donne.
Luca è un bell’uomo di 50 anni: molto curato nei gesti, sensibile e interessato al teatro, è un venditore dalla carriera brillante e dai numerosi rapporti sociali. Pur avendo vissuto con donne anche per lunghi periodi, ha deciso di non sposarsi, accontentandosi di rapporti con donne volgari, a volte di aspetto mascolino, a volte decisamente sottomesse. Nonostante l’interesse che nutre per i bambini e la paternità, nessuna di queste relazioni è sfociata in un matrimonio.
Di fronte a tanto mistero, una parte dei suoi amici aveva sviluppato dubbi sull’identità sessuale di Luca. Ma nonostante questo, sono tutti rimasti sorpresi nel sapere che dopo avere ottenuto il prepensionamento lui aveva deciso di partire per il Marocco, dove si è stabilito in un villaggio notoriamente frequentato da omosessuali occidentali.
Altre situazioni sono meno drastiche di quella di Luca. Il mondo è pieno di ragazzoni timidi e sportivi, che nel bere trovano la disinibizione necessaria per affrontare rapporti con donne di cui hanno paura: per loro il matrimonio rappresenta un obiettivo spesso irraggiungibile. Ma esistono anche personalità schizoidi, che nell’altro vedono un costante pericolo e nella coppia una trappola mortale.

La Nascita Dei Sentimenti

Per capire dove nascano i sentimenti bisognerebbe analizzare e confrontare tra di loro tutte le svariate teorie sul mondo affettivo del bambino. Si tratterebbe di un lavoro enorme, che chiaramente esula dai fini di questo libro. Ci limiteremo quindi a ricordare i principi della psicanalisi freudiana su cui si fondano le tesi di questo saggio. Nella scoperta dell’inconscio umano e delle basi emotive del suo comportamento malato, prima Janet e Charcot (con l’ipnosi) e poi Freud (c on la psicanalisi) hanno mostrato che le radici dei comportamenti adulti inadeguati affondano nel passato, e in particolare nella prima infanzia. Freud li ha collegati a disturbi nello sviluppo degli affetti originatisi tra i 4 e i 6 anni, il periodo nel quale si sviluppa il complesso di Edipo. Senza voler dare un ennesimo contributo alla volgarizzazione del più celebre e inflazionato concetto freudiano, ricorderemo solo che la genesi dei sentimenti affermativi, e cioè della libertà interiore nei confronti del mondo emotivo, dipende da come sono stati neutralizzati e sublimati i conflitti infantili. Tenerezza ed erotismo possono, per esempio, coesistere se i legami ambivalenti nei confronti dei personaggi dell’infanzia sono stati elaborati evitando di scindere i propri sentimenti su oggetti d’amore separati, un o portatore della tenerezza e l’altro dell’erotismo. Ciò vale anche per l’aggressività, un’altra pulsione di base la cui elaborazione dipende da f attori educativi e culturali. Spesso si fa confusione tra grinta (aggressività positiva) e violenza (aggressività distruttiva), che sono due cose ben diverse, anche se entrambe trovano radici nel mondo infantile. Nella sua ricerca sulle origini inconsce degli affetti umani Freud ha sviluppato anche ipotesi pregenitalli, e cioè che la nascita dei sentimenti si possa situare addirittura nel periodo precedente lo sviluppo genitale e l’acquisizioni e della differenza tra i sessi. Ma anche il dimorfismo sessuale non è un fenomeno univoco. Quando scrisse la celebre frase: la donna non esiste , Freud non voleva divulgare un’idea antifemminista: sosteneva piuttosto che nel bambino il sesso femminile è visto come una mancanza, non come una caratteristica positiva. In quest’ultimo caso, si sarebbe dolorosamente rievocata l’angoscia di castrazione: si è preferita allora I’ipotesi che esista un solo sesso, quello ben visibile dei maschi. Se il pene non appare nella bambina significa che non si è ben guardato, oppure che apparirà più tardi. Il monismo fallico freudiano, come viene chiamata quest’idea di Freud, è stato spesso ripreso e criticato. In prospettiva femminile, Melanie Klein ha mostrato che l’invidia del pene nella femmina è secondaria rispetto alla più arcaica invidia maschile di ciò che esiste nel ventre materno: da questa dipenderebbero l’ostilità e la rabbia di quelli che reiterano istinti predatori e distruttività feroci nei confronti dei loro simili. Sempre Melanie Klein, come ha ben sotttolineato Silvia Vegetti Finzi, ha dimostrato che l’odio può essere superato solo attraverso il recupero della gratitudine verso i propri genitori, e per la madre in particolare. Solo dalla riconoscenza verso la madre può nascere l’amicizia e l’amore per gli altri. Fra il modello di Melanie Klein e quello freudiano si sono inserite numerose altre teorie psicanalitiche che sottolineano l’importanza delle fasi pregenitali orale, anale: e uretrale. È da questo mondo ambiguo, nel quale si sviluppano le funzioni fisiologiche, che nascono le emozioni e i sentimenti più arcaici. Essi sono in un primo tempo indissolubilmente legati alloro equivalente fisiologico, dal quale si differenziano progressivamente nello sviluppo dell’individuo, sempre che la transizione all’età adulta sia favorevole. Nello stadio sadico-orale, per esempio, in parallelo allo sviluppo dell’aggressività attraverso la bocca e i denti, si acquisiscono i primordi di quei comportamenti voraci e aggressivamente predatori che accompagneranno alcune persone per tutta la vita. In un’altra fase precoce, descritta sia nei bambini da Imre Hermanr che nelle scimmie da H. Harlow, nasce la sindrome di aggrappamento, nella quale il bisogno di sicurezza legato al contatto col corpo materno è più importante di altri bisogni come la fame, il sonno ed, evidentemente, il sesso. Parallelamente a questo bisogno fisiologico si sviluppano le tendenze all’attaccamento ossessivo e morboso delle personalità cosiddette abbandoniche. Nel primo stadio anale il bambino conosce per la prima volta la felicità che può derivare dall’espulsione delle sue materie fecali e dai rumori che può fare con il suo intestino. In parallelo nascono le sensazioni legate all’urgenza, all’impulsività, alla precipitazione: tutte esperienze più vicine alla morale sfinterica che non alla padronanza degli affetti. È facile distinguere un gesto fulmineo da un comportamento impulsivo in cui a dominare l’individuo è l’urgenza, e molte parti di questo libro trattano proprio della confusione tra bisogno e desiderio. Nel secondo stadio anale, nel quale prevalgono la ritenzione e il controllo degli sfinteri, si concretizzano ulteriormente i meccanismi che il bambino ha già parzialmente acquisito in altre fasi dello sviluppo,
per esempio tramite il controllo motorio e linguistico. Rimanere o regredire a questo stadio può sviluppare tratti del carattere come l’avarizia, l’eccesso di prudenza e la paura del rischio. Si tratta di teorie psicanalitiche ormai addirittura inflazionate. Ma un’ulteriore conferma della loro validità viene ora da una nuova e originale metodologia basata sull’osservazione diretta del bambino. Fondata trent’anni fa da René Spitz, approfondita da Margaret Mahler, e ulteriormente in recenti lavori della scuola di Ginevra, su questa disciplina parte dall’osservazione etologica del neonato e del bambino per verificare dall’esterno il suo mondo interno. La cornice teorica nella quale inseriremo i sentimenti ambigui descritti in questo saggio si basa sul presupposto che più le radici degli affetti sono arcaiche più è difficile gestirli. Soprattutto in coloro che stabilisco no un rapporto binario, cioè tra due persone, c’è meno margine di manovra che non nel classico triangolo edipico. Il bambino che cresce senza padre (o senza un suo sostituto) deve elaborare con il persona ggio materno sia i sentimenti di affetto che quelli di ostilità, perché la madre rappresenta ai suoi occhi anche la legge. Questo bambino avrà molta più difficoltà a sviluppare un’autonomia dei sentimenti che non colui che può, per così dire, giocare a ping-pong col padre e la madre. Tutti conosciamo per esperienza personale le situazioni in cui il bambino si allea con la mamma in opposizione al papà, salvo poi fare esattamente il contrario la settimana dopo: è in questo gioco dialettico di elastiche identificazioni che si costituiscono le basi dell’identità e del la fiducia personale, e che soprattutto si definiscono i rapporti sentimentali con gli altri. In queste pagine vengono descritti due tipi di ambiguità: (a) le confusioni interne ad un sistema e (b) le confusioni che mescolano sistemi diversi, in particolare emozioni, sensazioni e sentimenti.

A) Come dice Eric Fromm, l’immaturità affettiva è legata alla difficoltà di distinguere i sentimenti buoni da quelli cattivi. La difficoltà a percepire i bisogni dell’altro e ad accedere al mondo dell’alterità crea, per esempio, una confusione tra egoismo ed altruismo che può ostacolare le relazioni sociali. Molti fraintendimenti descritti in questo libro (quelli tra rigidità o rigore, docilità o sottomissione, controllo o padronanza) contribuiscono all’ambiguità che regna nel mondo dei sentimenti. Altri sentimenti sono ambigui perché la loro origine è rimasta legata a pulsioni che ne hanno impedito la sublimazione. Il sistema che Freud
ha chiamato perverso polimorfo non viene incanalato ed integrato in meccanismi psicoaffettivi più vasti, ma viene vissuto separatamente, come fosse scisso dal resto della personalità. Non di rado le fantasie si confondono con i comportamenti perversi. Nasce allora l’ambiguità tra curiosità e voyeurismo, tra espressione di sé ed esibizionismo, tra aggressività e sadismo, tra spirito di sacrificio e masochismo.

B) Nelle confusioni che mescolano sistemi diversi l’ambiguità è legata alla radice corporea dei sentimenti. Alcuni vivono intense sensazioni corporee lontane dallo stato di coscienza, come la paura di morire e alt re sofferenze che ci avvicinano alla radici arcaiche della nostra esistenza. Il bisogno impellente di urinare è una sensazione spiacevole che può trovare una sua analogia sentimentale nelle sensazioni sgradevoli che ci provocano le persone antipatiche o invadenti. Altri vivono la realtà soprattutto come emozione, e si tratta già di una elaborazione più complessa tra la componente fisica e quella biologica. E difficile dire dove nascano le emozioni. La teoria più accreditata è quella periferica di Lang ? Secondo cui le emozioni nascono a livello viscerale, dalla produzione di mediatori chimici come l’adrenalina. Questi ultimi mandano messaggi al cervello, che a sua volta induce in modo riflesso le reazioni che noi codifichiamo come emozioni: la paura, la sorpresa, la gioia, la tristezza, la collera… Poiché hanno un collegamento corticale, le emozioni sono più elaborate e in parte più controllabili d elle sensazioni, ma sono meno strutturate dei sentimenti. Questi ultimi sono più vicini al cuore che non al cervello, e mediano tra la pancia e la testa. Proprio la consapevolezza della differenza tra sensazioni, emozioni e sentimenti ci permette d’identificare le reazioni istintive che ci sono più congeniali. Di fronte ad un evento favorevole c’è chi avrà una sensazione di calore al viso, chi esprimera gioia, chi mostrerà la sua riconoscenza verso chi ha prodotto questo stato d’animo. Altre volte però la complessità di questa ambiguità non lascia spazio alla consapevolezza.

LE LACRIME AMBIGUE.

piangente e piena di vergogna, col marito si tratteneva e questo fatto era fonte di un conflitto psicosessuale. Nel caso di queste due donne assistiamo alla persistenza di un fenomeno piuttosto comune nell’età infantile, ma che in genere si risolve c on l’età e la maturazione affettiva. Entrambe hanno sempre la stessa reazione, come i bambini che piangono sia che provino eccitazione, p aura o rabbia. O anche quando vogliono attirare su di sé l’attenzione o una punizione. Elga è rimasta a questo stadio espressivo, e quando deve parlare di sesso piange. L’espressione dell’emotività attraverso le lacrime è peraltro abbastanza comune negli scambi affettivi tra adulti. Luigi è severo con la moglie e la critica spesso. I due litigano in continuazione, e quando lui si arrabbia lei piange. Paradossalmente però, invece di provare rancore, in queste occasioni emergono in lei forti e mozioni sessuali, che la rendono immediatamente disponibile a fare l’amore. È come se il litigio rappresentasse per questa coppia la chiave per aprire la porta del piacere. Purtroppo non è sempre così: generalmente le dispute culminano in rancori che paralizzano i rapporti amorosi. Anche la paura può avere un effetto paradossale. Una psicologa di Firenze mi ha raccontato che nei preliminari del rapporto con un uomo appena conosciuto lui le aveva legato la cravatta sugli occhi. La prima reazione della ragazza era stata di grande paura: era scoppiata a piangere pensando di essersi imbattuta nel mostro di Firenze. Ma dopo essere stata tranquillizzata da lui, dice di aver provato uno degli orgasmi più forti della sua vita. Le emozioni possono servire da copertura alle sensazioni e ai sentimenti. Il fenomeno è particolarmente evidente tra quanti soffrono di malattie psicosomatiche che alterano le loro funzioni organiche. Nei casi di alessitimia, come viene chiamato questo disagio, manca del tutto il contatto con le proprie emozioni. Il malessere si manifesta con pressione alta (senza apparente ragione sul piano cardiovascolare), emicranie (senza che ci siano tumori al cervello), bruciori di stomaco o coliti (senza infezioni). È come se gli organi sofferenti lacrimassero liquidi corrosi vi per lo stomaco o secrezioni invalidanti le funzioni intestinali. Tra i medici che affrontano casi di alessitimia con presenza di cistiti senza infezioni batteriche. Si dice che il frequente bisogno di urinare è il pianto della disperazione. Esistono anche lacrime diplomatiche, che leggerissime sgorgano solo per avvantaggiarsi nelle relazioni con gli altri. Le personalità isteriche, i simulatori (e perché no anche gli attori) talvolta piangono solo per ispi rare pietà o condividere un’emozione. Come il colpo di fulmine nella relazione amorosa, le lacrime possono anche segnalare l’irruzione di un sentimento forte ed imprevisto. Famoso banchiere di origini armene, Carlo è in psicanalisi da ben tre anni per una nevrosi ossessiva che ha inibito la sua creatività riducendolo allo stato di collezionista di grafici e statistiche. L’andamento del prezzo dell’oro è appeso nella sua camera da letto come si trattasse di un quadro d’autore. Ma d’altra parte lui non dorme quasi mai, sempre intento a seguire l’andamento dei suoi pacchetti azionari dall’alba (sui mercati di Tokio) a notte fonda (quando vengono resi noti i risultati di New York). È rigido: mi chiede di essere aiutato ma anche di non essere del tutto coinvolto. Carlo mi chiede un aiuto psicologico rapido ed efficiente e nel quale non sia direttamente implicato. Per questo fa molta fatica a entrare in contatto con me: per anni ha trattato i l suo psicanalista come un prestatore di servizi a cui è richiesta soltanto efficienza. La situazione si sblocca improvvisamente due anni fa, quando in Armenia un terremoto ha provocato migliaia di vittime scatenando la solidari età internazionale. Carlo scoppia improvvisamente a piangere nel bel mezzo di una seduta. Finalmente la sua emotività trova un canale per esprimersi, e al successivo appuntamento mi annuncia di aver deciso di ricominciare a lavo rare per raccogliere soldi e aiutare la sua gente. C’è voluto un sisma vero e proprio per provocare il terremoto dentro di lui, capace di mobilitare tutta l’energia e le emozioni tanto a
lungo represse.

Delimitiamo L’amore

Chiunque cerchi di analizzare i comportamenti privati non può fare a meno di prendere Atto delle radicali trasformazioni che si sono verificate nel rapporto tra sesso, amore e procreazione. Fino a tre generazioni fa, questi fenomeni erano tra loro ineluttabilmente concatenata. I nostri nonni si conoscevano, si amavano, facevano l’amore e per diretta conseguenza di questi comportamenti, mettevano al mondo dei figli. Progressivamente, il sesso si è svincolato dall’amore e dalla procreazione. E oggi possiamo dire che il processo di allontanamento si è completato: la separazione del sesso dall’amore e del sesso dalla procreazione è compiuta.

SESSO SENZA FIGLI E FIGLI SENZA SESSO.

Sin dalle prime inchieste sulla psicologia della contraccezione Si è verificato che la richiesta di contraccettivi efficaci (oltre che innocui) è dovuta al desiderio di vivere una sessualità slegata dalla procreazione. I movimenti per la pianificazione familiare (family planning), per la liberazione della donna (women liberation) e per la protezione dei bambini maltrattati (child abuse) sono nati proprio dalla nuova possibilità di controllare le conseguenze del sesso e di emanciparlo dalla procreazione. Viceversa a quel 10 per cento di popolazione che vive il dramma della sterilità vengono oggi proposte soluzioni sempre più efficaci e sofisticate, tutte basate sul comune denominatore della procreazione senza sessualità All’adozione tradizionale si sono così affiancate le tecniche dell’inseminazione. Artificiale con donatore (IAD), della fertilizzazione in vitro (FIV: i figli in provetta), dell’utero in affitto (surrogate mothers). I problemi psicologici creati da queste soluzioni non mancano. In via di principio possono però essere superati in tutti i casi in cui il bambino nasce prima di tutto da un progetto amoroso della coppia, e se i genitori riescono a relativizzare il modo in cui la loro creatura viene fisicamente messa al mondo.

Al di là delle ripercussioni sull’intimità di coppia, i quesiti che le procreazioni senza sessualità sollevano sono legati alla loro diffusione. Per ora coinvolgono pochi pionieri, ma nessuno è in grado di prevedere se nel ventunesimo secolo entreranno a far parte dei comportamenti condivisi dalla maggioranza della popolazione. Ne sono convinti alcuni economisti, che osservano quanto le finalità dell’erotismo e della procreazione tendano a divergere.
Anche il coinvolgimento di questi esperti è, peraltro, un segnale preciso nel mutamento dei tempi. Prima dell’avvento dell’ Aids, nel mirino della classe politica non c’era la sessualità ma la pianificazione delle nascite. Le incidenze economiche dello sviluppo demografico non potevano essere lasciate al libero arbitrio (si pensi al problema della scuola, o del sistema pensionistico in una società a rapido invecchiamento) mentre lo studio della sessualità veniva ben volentieri delegato, quasi in forma di contentino, agli organismi privati. Oggi invece anche la sessualità richiede pianificazione e prevenzione, pena la diffusione della sindrome da immunodeficienza acquisita. Tutto sembra essere cambiato rispetto a vent’anni fa. Allora si domandava ancora il sesso senza procreazione: oggi la procreazione
senza sessualità è una realtà quotidiana.

SESSO SENZA AMORE.

L’altra dissociazione riguarda i rapporti tra sesso e amore, due fenomeni fortemente radicati nel mondo dei sentimenti. Malgrado la recente riscoperta del valore dell’intimità, il sesso senza amore continua a rappresentare una tendenza in ascesa nei comportamenti individuali. Crudamente, Erica Jong l’ha definito scopata senza cerniera. In chiave psicodinamica si può invece notare che nel sesso slegato dall’affettività la pulsione prevale sull’oggetto d’amore. Viene cioè enfatizzata la positività dell’energia sessuale, mentre perde di definizione l’altro. È una ricaduta delle idee di liberazione che hanno cominciato a circolare nel 1968. Oggi se ne riscopre l’importanza nuovamente in termini ideologici: il sesso è buono, è sano e fa bene, dicono i detrattori dell’intimità. Si tratta di una visione della sessualità che presta il fianco a non poche contraddizioni, e che spesso si radicalizza nel consumismo sessuale, nel feticismo dell’orgasmo obbligatorio o nel considerare il sesso come uno status symbol. Si passa allora dalla sessualità privata al sesso di cui bisogna render conto in pubblico, esattamente come un tempo si doveva render conto delle capacità procreative.
Nel saggio perché l’aborto abbiamo detto che non si può rispondere a questa domanda senza porsi un interrogativo preliminare: perché un figlio ? Se fino a pochi anni fa le coppie si definivano socialmente in funzione della procreazione, oggi questa funzione è assegnata alla sessualità Il fenomeno privato sono oggi i bambini: le scelte sulla loro vita vengono fatte all’interno degli equilibri della coppia, e non devono più corrispondere agli imperativi sociali. Per riassumere: il sesso che era relegato al mondo del privato è divenuto un fatto pubblico; da bene pubblico, la procreazione è ora una scelta privata. La rivoluzione copernicana dei comportamenti è così compiuta. Con tutti i vantaggi e gli inconvenienti che questo comporta. Per meglio capire il rapporto che lega i sentimenti alle emozioni, bisogna distinguere il sesso che deriva dal bisogno da quello che nasce dal desiderio. Più ci si avvicina alle basi endocrine del sesso, più appare la componente istintuale del bisogno. Nel desiderio si assiste invece a un fenomeno di elaborazione qualitativa e non solo quantitativa dell’istinto sessuale. Spieghiamoci: il sesso senza affettività non è un fenomeno che riguarda solo il desiderio: è anche un’espressione di fenomeni biologici. Nella risposta sessuale sono coinvolti vari centri nervosi. Quello situato a livello lombo-sacrale induce, ad esempio, una risposta orgasmica di tipo riflesso, che ritroviamo nella cosiddetta sessualità del viaggiatore (le eccitazioni dovute a lunghi viaggi in treno, indotte dagli stimoli ritmici.
Che questo mezzo di trasporto comporta). Un’integrazione a livello più elevato di tutti gli stimoli erotici (tattili, visivi, dell’immaginario) porta invece a quella che potremmo definire Sessualità evoluta. Più la sessualità è di tipo riflesso, più si concretizza la possibilità del sesso senza amore o sganciato in parte dall’affettività più il circuito passa attraverso la testa, più l’erotismo diventa ricco e al tempo stesso vulnerabile.
Certi pazienti mi parlano a volte con invidia degli amici a cui basta schiacciare un bottone e tutto funziona. A loro invece, specie se sono innamorati, succede di non essere all’altezza. Per consolarli, dico loro che se per qualcuno è facile vivere esperienze sessuali senza amore, per tutti è impossibile il sesso senza fantasmi. Esiste cioè tutto un mondo fantasmatico e inconscio a supporto del comportamento sessuale. I fantasmi hanno la stessa importanza degli ormoni, e saperli gestire è fondamentale specie per le persone più sensibili.

AMORE SENZA SESSO.

C’è poi l’affettività senza sesso. I principi dell’ascesi sono istituzionalizzati in diverse formule di carattere ideologico. Castita piu o meno volontarie rappresentano sublimazioni talora plausibili, ma talvolta non sono che, barriere psicologice, innalzate. Per proteggersi dalla paura del sesso. Nel film L’ultima donna, Marco Ferreri propone ad esempio la storia di una coppia disperata, che attraverso la rinuncia al rapporto sessuale cerca un altro livello di comunicazione. Più orientata alla sublimazione è l’associazione americana Nuova castità. Le centinaia di coppie che ne fanno parte, dopo aver scoperto che il sesso consumistico crea più grane che piaceri, hanno scelto di essere caste per qualche mese. L’obiettivo è quello di ritrovare una migliore comunicazione di coppia. Perché questo obiettivo debba essere perseguito fondando un club è un altro problema, che ha forse a che fare più con lo spirito gregario degli americani che con l’efficacia della terapia. L’affettivita senza sesso è presente anche tra i bambini, nonché nei rapporti di fraternità e d’amicizia in cui, secondo il modello freudiano, l’attrazione. PeIsone… wàl. Neutralizzata e sublimata. Anche in assenza del contatto sessuale può verificarsi una buona intimità, sia essa spirituale, intellettuale o affettiva:” a questo proposito rinvio al capitolo sulla tenerezza, un sentimento che spesso si presenta disgiunto dall’erotismo. In questa sede preferisco approfondire le implicazioni patologiche dei rapporti tra sesso e cuore. Il sesso può creare problemi affettivi ? E può l’affettivita essere alla base di problemi sessuali ? Purtroppo, la risposta è affermativa in entrambi i casi.

QUANDO IL SESSO CREA PROBLEMI DI CUORE.

A) Si pensi all’impatto negativo delle malattie sessualmente trasmissibili (MST) e più recentemente dell’Aids, che ha introdotto diffidenza e bisogni di controllo in comportamenti che, come dice Michel Maffesoli, non vivono di sola logica, ma trovano nutrimento nella trasgressione e negli imprevisti. Anche l’herpes genitale o le banali micosi che creano disparnie e dolorosità di rapporto nella donna, possono alla lunga avvelenare la buona intesa affettiva.

B) A mandare in crisi giovani coppie o a radicalizzare vecchi conflitti sono talvolta le divergenze dei bisogni sessuali o le diverse concezioni di normalità. I conflitti possono insinuarsi nella coppia per i motivi più banali: dalle preferenze Nelle posizioni sessuali ai tempi dell’amore (lei vuole farlo la sera, lui la mattina). Profonda ma possessiva e ipercontrollata, Dacia stenta a lasciarsi
andare. Focoso e innamorato, il marito è invece un uomo disinvolto che ogni sera la prende e con altrettanta rapidità si addormenta. Lo mi sveglio quando lui si mette a dormire mi dice lei, che mi ha chiesto un appuntamento per una colite spastica. A divergere in questa coppia è il tempo dell’amore. O meglio, il tempo necessario a raggiungere l’abbandono necessario per una felice sessualita.

C) Quando la coppia si divide sull’idea di normalità sessuale spesso si instaura una lotta di potere in cui uno cerca di imporre all’altro le proprie abitudini sulla posizione o sulle pratiche preliminari. Molto è già stato scritto sui rapporti urogenitali: meno indagato è il rapporto tra sodomia e conflitto. La sodomia divide anche dal punto di vista morale e giuridico: si va dalla sua penalizzazione (in alcuni stati degli USA) alla sua assimilazione a metodo contraccettivo (specialmente nei paesi africani). Colleziono statuette erotiche, la maggior parte delle quali provengono dalla tradizione peruviana e Mochica in particolare: secondo Paul Gebhard, il sessuologo coautore del rapporto Kinsey, nessuna ceramica erotica raffigura pratiche omosessuali, mentre quasi tutte illustrano il coito in forma di sodomia. S Difficile capirne la ragione, dato che nulla si sa della scrittura delle popolazione pirenaiche. Se il fenomeno viene letto in chiave psicosessuale, bisogna premettere che tra gli omosessuali la sodomia non è necessariamente la pratica più frequente. Non è ancora del tutto verificata l’importanza della sodomia tra gli eterosessuali. Quello che è certo è che in alcune culture mediterranee essa nasce come da un’aberrazione dell’idea di verginità: si tratta infatti di una pratica imposta con violenza per salvaguardare l’illibatezza anatomica. Nel rapporto di coppia, lo stesso gesto può corrispondere a qualcosa di privato, privilegiato e segreto Ca una buona intimità o allo stupro di un’anima non consenziente oltre che di un corpo che si rifiuta. Si ritiene, ad esempio, che l’uomo imponga la sodomia e la donna la subisca, una convinzione che assimila l’anatomia alla cultura. Non sempre è così. Di recente ho incontrato una coppia i cui rapporti di forza erano palesi già dai ruoli assunti nel mio studio. Seduto in disparte, lui subiva terrorizzato le critiche intrusive della moglie che con voce alterata dall’alcool reclamava più vigore nel sesso ed esplicitamente chiedeva di essere sodomizzata.

D) Il sesso è un’attività relazionale, e in questo senso rappresenta un ottimo test per valutare la buona distanza tra i partner, oltre che i rapporti tra autonomia e partecipazione. Di solito nell’altro si è disposti a tollerare disturbi come l’anoressia alimentare, l’insonnia o la depressione. Ma se l’anoressia diviene sessuale e si trasforma magari in repulsione, ecco che scatta la reazione del partner. Le coppie che chiedono aiuto ai sessuologi spesso non soffrono dunque di problemi sessuali ma di disturbi relazionali. Il sesso crea problemi affettivi quando le diverse esigenze pongono in conflitto due idee di normalità. Ancora, può diventare terreno di scontro sui rapporti di potere della coppia. Ma può anche trasformarsi nello strumento di apprendimento dell’indipendenza, una possibilità che è del tutto preclusa a chi soffre di patologie legate agli eccessi della libido come la ninfomania o la bulimia sessuale. Robin Norwood fornisce numerosi esempi di donne che banno bisogno del sesso di una droga. Una condizione che può distruggere qualunque interazione affettiva perché non è quasi mai conciliabile coi ritmi della controparte. Le storie
raccontate dalla psicologa americana spesso culminano in una depressione: incapaci di canalizzare la propria avidità affettiva, queste donne finiscono per ritrovarsi sole.

E) In alcune situazioni descritte soprattutto da specialisti dell’approccio sistemico, esiste nella coppia una complicità (o collusione inconscia) nel creare una coesistenza di sintomi che Alla fine mantengono l’equilibrio nella coppia. Questo è quanto avviene in alcuni matrimoni bianchi, dove la paura della penetrazione di lei trova un atteggiamento complementare nella timidezza di lui, pronto a rinunciare all’iniziativa sessuale non appena la donna mostra i primi segni d’inquietudine. Altre volte l’eiaculazione precoce di lui è funzionale alla frigidità di lei, che vuole solo che il rapporto finisca il più presto possibile. L’omeostasi affettiva evita cioè che il sesso crei troppi problemi di cuore, e impedisce che si inneschi il conflitto.
Quando invece la coppia non è complementare ma asimmetrica, i problemi emergenti dal sesso sono fonte di sofferenza. Partiamo da una sindrome tipica: come vivere con un uomo impotente. Tra numerosi scenari, ne abbiamo scelti quattro:

1) VA BENE COSI A Luisella fa comodo che Paolo sia impotente perché ciò lo rende più controllabile e dipendente. Paolo è un avvocato molto noto, parla bene in pubblico ma tace quasi sempre in presenza di questa moglie critica ed esigente. Per di più la copre di regali ed ha fatto finta di non accorgersi di un suo flirt estivo. Tutti si domandano Ma chi glielo fa fare ?. In realtà Luisella detiene il segreto dell’impotenza di Paolo dalla quale trae notevoli vantaggi. È quindi indispensabile non cambiare nulla.

2) UNA PROTESI PER LEI Luigi è diventato impotente dopo un intervento chirurgico alla vescica. Indebolito e preoccupato per la sua salute, farebbe anche a meno della sessualita ma accetta di mettersi una protesi al pene perché sua moglie non può rinunciare alla penetrazione. Lei dirige chiaramente il rapporto di coppia e lui si adegua per ristabilire il precedente Equilibrio.

3) UN AMANTE SU MISURA Francesca ha deciso di affianca- Re al marito impotente un amante con funzioni specifiche e selettive. Nell’Amante di Lady Chatterley/Chatterly la realtà affettiva trascende la finalità erotica e i due amanti s’innamorano: un rischio che Francesca è riuscita ad evitare. 4) UN’ ALTRA INTIMITÀ Valorizzare forme alternative di intimità affettiva e sessuale. È forse questa la soluzione più Equilibrata che offre alla coppia le chances di un nuovo equilibrio dinamico. Rinvio per numerosi esempi al mio libro sull’intimità.

F) FREQUENTE è il tentativo di fare accettare all’altro il proprio vizietto, e sono molti i bisessuali che chiedono ai sessuologi come far coesistere i loro bisogni sessuali con la propria vita affettiva. Altrettanto spesso chiedono aiuto agli specialisti quelli che si trovano dall’ altra parte della barricata: chi su bisce il vizi etto altrui e non sa come ritrovare il suo spazio personale nella coppia. Teresa ha scoperto che il marito è omosessuale e pedofilo. Dopo aver verificato che non ha dato fastidio al figlio, accetta la
situazione. Lo fa sin troppo velocemente: considera infatti meno lesiva per il suo amor proprio l’omosessualità che non un tradimento eterosessuale. Sofia invece non sa come comportarsi di fronte alla rivelazione che il marito è bisessuale. Teme che le sue pratiche disinvolte portino nella coppia l’Aids. Ma soprattutto, sente che le sue armi di seduzione non riusciranno a difenderla da tradimenti di tipo omosessuale. Ai suoi occhi, il marito diventa uno straniero. Queste scoperte possono a volte scatenare dei drammi. Nel film Bella di giorno, il masochismo dell’eroina (incarnata da Catherine Deneuve) la portava a prostituirsi segretamente di giorno. E alla fine del film, l’ignaro marito viene aggredito da un cliente psicopatico della moglie e si ritrova su una sedia a rotelle.

QUANDO IL CUORE CREA PROBLEMI DI SESSO.

Troppo affetto può soffocare il sesso e, d’altro canto, troppo poco amore può uccidere l’attrazione sessuale. Tutto questo saggio è dedicato all’impatto che sentimenti ambigui possono avere sulla sessualita e agli intoppi affettivi che ne possono derivare.

A) La perdita della stima a causa di un avvenimento che rende il partner inaffidabile. Senza fiducia, è difficile condividere a lungo la felicità di coppia.

B) La volgarità può provocare la fine dell’innamoramento, non solo nei confronti del partner ma anche verso un paese straniero. Come è successo a un medico di mia conoscenza, che ammirava moltissimo il formalismo e il controllo dei sentimenti dei giapponesi. Senza sapere che anche in alcune cene preparate con maggiore rigidità era programmato un passaggio dal momento del pasto a quello del sesso. E quale è stato il suo stupore quando con gli alcolici è stato servito un film pornografico, viatico a una seconda serata all’insegna dell’erotismo. Una soluzione troppo brutale per un uomo legato all’immagine romantica della geisha: da allora il dottore ha cercato di evitare i viaggi in Giappone.

C) La lunaticità di certe personalità troppo impulsive e abituate a tener conto solo dei propri bisogni può generare vere e proprie avversioni sessuali da parte di chi non sente rispettati i propri ritmi, i propri tempi e i propri bisogni.

D) A mandare in crisi l’attrazione sessuale può essere anche l’avarizia affettiva di personalità diffidenti che non sanno esprimersi con spontaneità (vedi il capitolo sulla, generosità).

E) L’aggressività può essere una dolce violenza, ma più spesso si esprime in forma di inaccettabile sopraffazione. Sono migliaia le compagne di uomini alcolizzati che hanno perso ogni entusiasmo e che, assoggettandosi ai doveri coniugali, non fanno altro che accumulare rabbia, astio e rancore.

F) Sul versante psicopatologico dei disturbi affettivi, le nevrosi ansiose sono chiaramente in grado di alterare il comportamento sessuale. Alla caduta della libido possono portare anche le forme depressive mascherate, così come l’ansia di prestazione che solo in rari casi
stimola la sessualita, mentre Più spesso finisce per paralizzarla. Ieri sera non è andata bene, chissà se funzionerà stasera ? È l’interrogativo che si pongono i maschi dopo un fallimento. E senza saperlo, con questa domanda si impediscono di vivere nel presente del loro corpo. Per la comprensione di altri disturbi dell’affettivita, rimandiamo ai testi sacri della sessuologia. ? È importante però sapere che psicanalisti e sessuologi non hanno ancora trovato un accordo sulla corrispondenza tra disturbi affettivi e sintomi sessuali. Il modello psicodinamico tradizionale collegava la gravità della nevrosi ai sintomi sessuali. Questa relazione non è più accettata proprio perché a volte l’efficienza sessuale è sganciata dal mondo affettivo. Non è vero, ad esempio, che le personalità disturbate che noi chiamiamo borderline abbiano sempre una sessualita quantitativamente peggiore di quella delle personalità nevrotiche. Anche le personalità psicotiche che vengono definite bipolari possono talvolta vivere un’iperattività sessuale molto più intensa e gratificante di quella che sanno sperimentare i nevrotici afflitti da senso di colpa. Le personalità psicopatiche possono esprimere una sessualita molto soddisfacente proprio perché basata su una scissione del cuore dalla testa, mentre nei casi di nevrosi ossessiva le remore morali impediscono di recuperare la positivita del desiderio. Una signora della buona società ginevrina sosteneva categoricamente: Il n’y a que les voyoux qui baisent bien x (solo i mascalzoni scopano bene).

I Sentimenti Ambigui

PASSIONI BENEFICHE E PASSIONI MALEFICHE

Nel corso della preparazione di un programma sull’intimità, ho avuto un duro scontro di opinioni con un dirigente televisivo. In fase di progettazione della trasmissione, lui sosteneva che l’intimità è un sentimento grigio e riformista, privo degli slanci rivoluzionari che soli possono mobilitare le energie umane. „Le passioni danno senso alla vita” mi ripeteva convinto, e snocciolava l’elenco dei personaggi storici che difendendo le proprie idee politiche o i propri principi religiosi con energia hanno dato un impulso determinante allo sviluppo della nostra civiltà. Il suo pezzo forte era la guerra del Vietnam. La citava distinguendo tra la determinazione con cui il Vietnam del nord aveva combattuto la sua guerra di liberazione e le scarse motivazioni del Vietnam del sud, che aveva da difendere solo dei privilegi acquisiti.
Su questo posso anche concordare. Effettivamente, esiste nella passione una componente ideale e romantica che dà a questo sentimento la proprietà rivoluzionaria di mobilizzare le energie, sia in amore che in politica. Ma questo non giustifica il ragionamento di chi associa l’intimità alla noia e la passione alla forza. Ci sono intimità profonde e intimità soffocanti. Passioni benefiche e… Credo in una visione del mondo dei sentimenti più democratica, complessa e poliedrica. E mi spiace se questo deluderà chi è alla ricerca di certezze e di valori indiscutibili, nonché di guru in grado di ammannirli.

La visione ottimista della passione, peraltro, non trova sempre corrispondenze nell’esperienza clinica e nella storia. Nella letteratura cristiana, le passioni sono considerate come le armi del demonio, mentre tra le virtù si trovano la prudenza, la continenza e la temperanza. Anche la letteratura romantica si ispira a un tendenziale pessimismo. Scrive Francesco Alberoni: „Questa diffidenza verso la passione amorosa ha una lunga tradizione. Denis De Rougemont sostiene che alla base della passione c’è il desiderio di morte. Schopenhauer la considera un inganno della volontà di vivere. Ortega una stupidità temporanea. E Fromm un sintomo d’immaturità”.
Forse è meglio distinguere la passione dall’ossessione* anche se spesso questo confine è definibile più da un osservatore esterno che da chi ne è coinvolto. La passione è un sentimento che coinvolge il soggetto senza travolgerlo. Quella amorosa libera, per esempio, una quantità di energia tale da stravolgere la quotidianità dell’innamorato. La passione cancella i piccoli bisogni e porta l’individuo a trascendere, sia nella dimensione privata che in quella collettiva.”
Nelle ossessioni invece è la dipendenza da un oggetto esterno a dare la sensazione di vivere veramente. L’ossessione è una passione incontrollabile che può distruggere gli equilibri familiari e spesso fa precipitare nell’alcolismo, nella tossicomania o nella passione per il gioco d’azzardo. Si pensi anche alle faide familiari che hanno distrutto industrie fiorenti, o ai partiti politici condannati al declino perché il carisma del leader non è più animato dalla creatività della passione ma dall’ossessione per qualche interesse privato.
Nella passione, Eros e Thanatos convivono gomito a gomito: le esaltanti capacità costruttive si sposano con tendenze distruttive altrettanto forti. Pensate allo sportivo appassionato ed appassionante che prima o poi diventa schiavo del suo ruolo, non sa invecchiare e finisce per cadere nel ridicolo. Ho usato Il termine „ossessione” è qui usato nella sua accezione popolare. Nel linguaggio analitico, l’ossessione è un disturbo dell’ideazione e non del comportamento.

Ho sempre ammirato i campioni che, come Michel Platini nel calcio o Jean-Claude Killy nello sci, sono riusciti ad abbandonare al momento giusto, evitandoci il penoso spettacolo offerto) ci da altri che, trascinandosi sui campi da tennis o in bicicletta, offuscano la loro immagine di vincenti.
La ricerca che l’università di Ginevra ha condotto sulla saIute fisica e mentale dei calciatori di serie A che hanno abbandonato l’attività agonistica 40 anni fa propone in questo senso risultati scoraggianti. Nel gruppo esaminato, la percentuale di infartuati e di alcolizzati supera abbondantemente la media. E l’unica conclusione che si può tirare è che la pratica sportiva dilettantistica è senz’altro preferibile a quella agonistica quando questa è ossessivamente condizionata dal bisogno del record e della prestazione ad ogni costo. La stessa][passione che ha portato alcuni sportivi a stabilire dei record (l’aspetto benefico della passione) non ha permesso poi loro o di tollerare il declino (l’aspetto malefico della passione).
L’ambiguità della passione si manifesta anche nella storia
Collettiva. La recente storia araba dimostra come la passionalità sappia smuovere energie dimenticate in Occidente. Ma l’altra faccia della medaglia di questo fenomeno è il fanatismo. Da noi, la passione per il calcio ha sostituito quella per la politica o per la religione: al pari di queste, il calcio ha dimostrato di poter creare solidarietà ma anche violenza.
Vi sono poi persone che si appassionano solo per alcuni aspetti della loro vita.
Con la moglie, Mario è maldestro. Ogni volta che ne ha voglia accarezza Gilda senza nessuna considerazione dei desideri di lei, la penetra e velocissimo termina il rapporto. I due si presentano in studio insieme. Mario, che è un banchiere che ha superato la cinquantina chiama la moglie „la mia signora”. Lei, una bella donna sui 40 anni, tollera sempre meno quest’uomo riservato, noioso e diffidente che ha accettato di vedermi solo per paura di perdere Gilda dopo essere già stato abbandonato dalla prima moglie.
Alla fine della terza seduta scambio con Mario informazioni sui mercati finanziari, di cui avevo parlato la sera precedente con mio fratello, che è un economista. L’uomo si illumina. È come trasformato: si agita sulla sedia, gesticola, parla appassionatamente e con competenza della borsa di Tokio. La moglie ascolta insieme a me per un quarto d’ora. Poi si arrabbia: se il marito dimostrasse la stessa vivacità nel sesso non ci sarebbe nessun problema di coppia da risolvere.
A partire dalla seduta seguente lasciamo da parte la sintomatologia sessuale per cercare di capire il perché di tanta passione per certi argomenti, mentre altri lasciano quest’uomo del tutto indifferente. Indaghiamo sull’infanzia di Mario. È cresciuto in una famiglia protestante. I genitori vietavano ai figli non solo di esprimere ma anche semplicemente di parlare delle proprie emozioni. Nel denaro, e soprattutto in quello degli altri, Mario ha invece trovato un oggetto „neutrale”, impersonale quel tanto che basta per potervi riversare la propria passionalità. Metterei i miei soldi nella sua banca. Ma sconsiglio le donne a interessarsi a questo genere d’uomo, almeno fino a che non avremo concluso la terapia.
Nel mondo occidentale, la separazione al tempo stesso psicologica e morale tra passioni utili al soggetto (o alla società) e ossessioni distruttive e fanatiche è stata sostituita dall’etica della dissipazione. Il modello dionisiaco, come lo definisce Michel Maffesoli, guadagna terreno sia nella società che nei comportamenti privati. Il potere si identifica con lo spreco, col superfluo, con l’eccesso gratuito. Una socia del club nautico che frequento ha deciso di prendere in affitto non uno ma tre appartamenti: i due contigui a quello che abita le servono per evitare di essere disturbata dai rumori dei vicini. Così dice lei, ma le malelingue sostengono che si tratta solo di ostentazione.
Bisogna liberarsi delle passioni malefiche. Ma ancora più importante è superare la paura che imbriglia non solo la passione ma anche il coraggio di cambiare. In questo senso, è importante distinguere le passioni autentiche dalle infatuazioni temporanee. Prendiamo ad esempio il rapido susseguirsi degli sport in voga: dal tennis si è passati allo sci, dal windsurf al golf. E evidente che non si può parlare in questo caso di passioni ma di mode, anche se bisogna tenere nel giusto conto la risposta che Sacha Guitry diede quando gli chiesero la differenza tra il capriccio e l’eterna passione: „Il capriccio dura molto più a lungo”.
Ma la passione deve veramente durare ? Ne sono certi quelli che pensano sia importante vivere con passionalità qualsiasi circostanza. Evidentemente tra questi troveremo un maggior numero di artisti che di contabili. E che il fascino di queste personalità passionali resista è dimostrato dalla frequenza con cui mi si chiede come è possibile riconoscerle.
Gli indicatori non mancano. A differenza degli impulsivi, che sono sempre in movimento, i passionali spesso si nascondono dietro un’apparente immobilità. Narici frementi e occhi di fuoco, Sandokan è in realtà sempre pronto a spiccar balzi da tigre. S Anche se non bisogna dimenticare che buona parte del suo successo è da attribuire alla presenza discreta del flemmatico Yanez.
I sintomi della passionalità si trovano anche nella curiosità e nell’apertura al nuovo, oltre che nella capacità di assumersi dei rischi, o perlomeno di considerarli opportunità piuttosto che fonti di pericolo. Il rischio della novità è anzi il principale stimolante psichico delle personalità passionali.

Passioni animali: come convivere con il Minotauro.
Il mito del Minotauro nasce nella Grecia classica. In una delle sue molteplici trasformazioni Zeus si congiunge a Europa, e dall’unione nasce Minosse. Europa viene poi data dal dio in sposa ad Asterios, re di Creta, il cui trono viene rivendicato da Minosse alla sua morte. Per dimostrare il proprio potere, Minosse afferma di poter far sorgere dal mare un potente toro, e prende accordi con Poseidone che promette il miracolo a condizione che l’animale gli venga poi sacrificato. Minosse rifiuta però il sacrificio e chiude il toro in una stalla.

Sedotta dalla bestia Pasifae, moglie di Minosse, domanda all’architetto e ingegnere Dedalo di costruirle una mucca di cuoio, vi si nasconde dentro e si fa possedere dal toro. Da questo accoppiamento contro natura nasce il Minotauro, animale dalla testa di toro e dal corpo di uomo. Minasse, pieno di collera e di vergogna, ordina a Dedalo di costruire un labirinto nel quale chiudere il Minotauro. Chiunque vi entrerà non potrà più uscirne.
A seguito della guerra tra Atene e Creta, Atene deve inviare ogni anno sette adolescenti che vengono sacrificati al mostro. Tra questi vi è Teseo, figlio di Egeo re di Atene, che penetra nel labirinto, riesce a uccidere il Minotauro e a uscirne grazie alla complicità di Arianna, figlia di Minasse, che su consiglio di Dedalo srotola una matassa indicando la strada per uscire dal labirinto. Arianna fugge con Teseo, dal quale è però poi abbandonata. Il dramma prosegue con la vicenda di Teseo, che avendo dimenticato di issare una vela bianca per segnalare la buona riuscita della sua impresa provoca la morte del padre Egeo che si butta da una roccia e muore. Minasse, che ha perso la figlia Arianna, si vendica di Dedalo chiudendolo insieme al figlio Icaro nel labirinto che lui stesso ha costruito. Quale poi sia stato l’ultimo artificio di Dedalo per tentare di salvarsi, e come questo abbia poi fatto perdere la vita a Icaro è cosa nota.
Il mito del Minotauro è stato ripreso da tragediografi come Racine e da pittori come Picasso, che si è fortemente identificato con questo animale come dimostra la serie di quadri sulla tauromachia da lui prodotti tra il 1927 ed il 1938. In queste opere, il conflitto amoroso tra maschile e femminile è assimilato al combattimento del toro e del cavallo nell’arena. Alla donna-cavallo si oppone l’uomo-toro, il Minotauro. Come sottolinea giustamente Danielle Levy, 7proprio nel periodo della tauromachia il quarantenne Picasso viveva un intenso innamoramento per una ragazza di 17 anni. Ma il mito del Minotauro può essere analizzato anche in altre prospettive. La caverna-labirinto rinvia ad esempio alla madre terra, al ventre, al sesso femminile: una zona proibita nella quale è impossibile penetrare senza perdersi.
In questo contesto, vogliamo però soffermarci sul Minotauro, simbolo dell’amore bestiale e potente, figlio dell’astuzia e della passione insensata di Pasifae. Che non a caso deve essere prima nascosto, poi nutrito, infine ucciso da Teseo… Una lettura manichea della passione e del desiderio che mette l’accento sulla bestialità del Minotauro. Noi preferiamo, insieme a Picasso, sottolinearne l’energia. La possibilità, cioè, di rapportarsi dialetticamente con la propria parte animale: di esorcizzarla invece che distruggerla. Solo così, nel superamento delle opposizioni dogmatiche e moraliste, si può recuperare la positività della passione. Rinunciamo quindi a uccidere il Minotauro e cerchiamo di convivere con lui.
L’idea è presente sia nella filosofia greca che nella visione della perversione offerta dalla moderna psicanalisi. L’epicureismo non invita al facile edonismo, come generalmente si crede, ma a padroneggiare l’istinto passionale che nella dilazione trova la strada per trasformarsi in piacere raffinato. La grandezza dell’eroe ellenico sta proprio in questa sua capacità di controllare la passione.
In Spagna, le corride non sono state inventate per uccidere tout-court il toro, ma per mettere in risalto la possibilità di controllare la sua affascinante violenza. Il toro si agita; il torero deve muoversi il meno possibile. Anche Freud ha utilizzato una metafora animale per parlare della passione, quella del cavallo fremente che si piega a poco a poco al valore del cavaliere. Un’idea rielaborata da Haynal, il quale dice che la passione viene sublimata nella creatività quando non è al servizio del narcisisrno,” cosa che raramente avviene nelle passioni senili.
Leopoldo ha quasi 80 anni e da dieci soffre delle conseguenze di un infarto che ne ha parzialmente menomato la mobilità, ma che non ha avuto conseguenze sulla sua lucidità. È legato alla famiglia anche se ha sempre dimostrato grande curiosità per il sesso. Vecchi appunti trovati in solaio dalla figlia indicano una tendenza al voyerismo che riaffiora nel corso della malattia. Comincia a interrogare una giovane vicina di casa sulla misura del reggiseno, offre del denaro all’infermiera perché si faccia vedere nuda. Poi viene scoperto a fare buchi nel muro del bagno. Opportunamente consigliata, la famiglia resiste all’idea di punirlo. Si capisce che questa è l’unica isola vitale che ancora stimola e incuriosisce Leopoldo. La conferma viene con le vacanze. Poter osservare le ragazze in costume da bagno sulla spiaggia suscita in lui buon umore e maggiore attenzione all’igiene personale. Quella che a prima vista sembra una squallida ossessione è in realtà l’ultima passione di una vita ormai al crepuscolo. La famiglia decide per la tolleranza e trova una via di compromesso tra le convenzioni sociali e la ricomparsa del vizietto giovanile di Leopoldo.
Il rischio come doping
„Pericoloso sporgersi” dice la scritta sui finestrini dei treni. La frase è entrata tra i modi di dire: andare troppo oltre può portare a incidenti gravissimi. Ma al tempo stesso la passione consiste fondamentalmente nell’andare oltre. È evidente allora che esistono almeno due concezioni diverse del rischio. Per motivi autobiografici, le definirò „rischio elvetico” e „rischio all’italiana”.
Orripilato dal funzionamento arcaico e repressivo dei manicomi italiani, ho deciso 25 anni or sono di emigrare in Svizzera, dove era già diffusa una visione moderna della psichiatria. Meno imperniata sull’ospedale psichiatrico e più interessata ai centri ambulatoriali di igiene mentale, la psichiatria svizzera prefigurava già allora (secondo modalità riformiste tipiche della maniera di pensare elvetica) i cambiamenti portati in Italia dalla legge Basaglia. La 180, come viene chiamata, è stata in realtà più una rivoluzione che non un’evoluzione (secondo uno stile tipicamente italiano). I muri dei manicomi erano talmente intrisi di pregiudizi e di vecchie abitudini che, per produrre un cambiamento, è stato necessario negare l’esistenza della malattia mentale. E il parziale fallimento della riforma non è da imputare all’ideologia di Basaglia ma a una voluta dimenticanza della classe politica, che non ha pensato che i manicomi potevano essere chiusi solo a condizione di creare sul territorio infrastrutture alternative. Ma questo comporterebbe la formazione di medici, psicologi e operatori sociali: e il costo dell’operazione sarebbe ben più alto di quello necessario alla gestione di un ospedale psichiatrico.
In Svizzera non ho avuto grandi difficoltà a fare una rapida carriera universitaria. Grazie anche alla concezione di rischio che avevo assorbito in Italia, non ho avuto molta concorrenza.
Mi spiego. In Italia, se non si rischia non si ottiene niente.
Rischiare è anzi quasi obbligatorio perché le infrastrutture sono talmente insufficienti che bisogna inventarsi ogni giorno nuove soluzioni. Volenti o nolenti, in Italia per vincere e affermarsi bisogna rischiare. In Svizzera mi sono sempre trovato di fronte al fenomeno opposto: rischiare significa affrontare la possibilità di perdere. E per questo non ci si muove. Lo si è visto nella politica xenofoba così come nella gestione di capitali finanziari nelle banche elvetiche.
La filosofia è sempre la stessa: perché rischiare un cambiamento se svariati secoli senza guerra hanno fatto di questo paese un’oasi felice ? Poco male se poi il non assumere rischi, e di conseguenza il non mettere alla prova la creatività, ha reso sterili l’arte e la cultura, che in Svizzera sono nettamente in ritardo rispetto allo sviluppo economico. Poco male se l’Italia pullula di cantanti, pittori di avanguardia, comici di talento: la Svizzera si accontenta del primato della noiosa ragionevolezza.
Anche nella vita d’ospedale ho potuto verificare lo stesso fenomeno. I miei giovani colleghi svizzeri si indirizzavano decisi verso specialità affermate come la chirurgia, senza neppure considerare le opportunità che si aprivano in zone di frontiera come la medicina psicosomatica o la sessuologia. Si trattava di avventure per loro troppo pericolose: troppo forte era il rischio di perdere. E se sono diventato professore universitario a 33 anni, è stato anche per uno spirito d’iniziativa tutto italiano.
Certo, vent’anni fa era difficile dare torto ai ricercatori di certezze. Sul piano sanitario, mentre in Svizzera regnava l’ordine in Italia si era nella più totale anarchia amministrativa. Ma i cambiamenti degli ultimi dieci anni consentono di vedere con occhi diversi il rischio, e di soppesarne sia il versante positivo che quello negativo. Quello che era ordine e stabilità si è cristallizzato nella rigidità, nell’incapacità di accettare le novità, compresa la creazione di un’Europa unita della quale la Svizzera non ha voluto per ora rischiare di far parte. D’altro canto ciò che era disordine si è trasformato nella celebrata creatività italiana: forse non sempre nell’industria, ma certamente nel terziario. E mentre in Svizzera continua la produzione di mobili Pfister, in Italia artigiani inventivi sono diventati nel giro di pochi anni affermati industriali dell’arredamento. Passione e gusto del rischio sono stati gli ingredienti del loro successo. Anche sul piano della qualità della vita, nella gestione del tempo libero, nell’abbigliamento, nella moda, nella cucina, l’Italia grazie alla sua capacità di rischiare creativamente non solo ha distanziato le nazioni nordiche più conformiste, ma sta rubando il mercato ai concorrenti latini.
Il rischio di perdere può portare alla prudenza, ma anche alla paura più paralizzante. Il rischio di vincere può sfociare nell’illusione di onnipotenza e nel distacco dalla realtà, ma anche trasformarsi in un’energia portatrice di incredibili successi. L’ideologia positiva del rischio presuppone la critica agli eccessi del razionalismo cartesiano, e più in generale del determinismo. Per Marquard, il caso non deve essere visto solo in un’ottica vittimista, come una forza sulla quale è impossibile esercitare alcun controllo.” Nel caso egli individua piuttosto la breccia da cui possono irrompere le opportunità, le sorprese, le passioni impreviste. La sua è un’apologia del rischio che implica in un certo senso l’adesione alla filosofia dell’incertezza e a una nuova concezione della casualità: il caso a volte non è per niente casuale. Dal caso sono nate numerose scoperte scientifiche (la mela di Newton ne è un classico esempio). Mia anche in psicanalisi, il confine tra teoria ed esperienza analitica è rappresentato proprio da quel margine di imprevisto, da quella zona che per definizione si apre all’autenticità ! E alla creatività.
La dialettrica tra rischio e paura ci permette di introdurre un’altra ambiguità: quella delle virtù legate al coraggio, sentimento passionale per eccellenza. Secondo Jankélévitch, queste virtù fanno parte dei sentimenti centrifughi che permettono all’umanità di avanzare, e che si distinguono da virtù come la fedeltà, l’umiltà o la tenerezza che sono centripete, stabili e funzionali alla solidificazione degli affetti. Ma tra l’essere coraggioso, impavido o temerario esistono forti differenze. Mentre il temerario non ha senso del limite e si assume rischi insensati, nell’impavido manca del tutto la paura. Dal punto di vista morale, ha quindi meno meriti di chi agisce con coraggio. Un coraggioso infatti ha senso del rischio e vive la paura: ma ciò malgrado è capace di atti eroici. Ed è questa la ragione per: cui la morale comprende tra le virtù solo il coraggio.
Il rischio ha anche altre funzioni psicologiche: serve a verificare i propri limiti, viene usato come eccitante. Quest’ultima è una finalità spesso inconfessata dagli amanti del rischio che trova poetò conferma in molti fenomeni contemporanei. Penso a quelli che seguono la Formula l non per amore delle macchine e dei piloti ma solo nella segreta speranza di vedere un incidente. E penso al successo del Maurizio Costanzo show, una trasmissione di grande audience non solo per le capacità di colui la prepara ma anche perché chi vi partecipa deve assumersi dei rischi. Molti politici e scrittori vorrebbero salire sul palco d {X1 teatro Parioli per presentare le loro idee o i loro libri, ma rinunciano perché non osano affrontare la caustica abilità di Maurizio Costanzo. Al tempo stesso, molti guardano la trasmissione non solo per interesse culturale, ma perché sperano di assistere a un bel litigio in diretta. E anche se mancano le esagerazioni di Vittorio Sgarbi, resta la curiosità di vedere cornee gli invitati riusciranno a salvarsi dai trabocchetti dialettici che Maurizio Costanzo con la sua aria sorniona

Mette sulla loro strada. I commenti degli amici alle mie partecipazioni allo show spesso riguardano non il contenuto dei miei interventi (rapidamente dimenticato), ma la mia capacità nel „cavarmi dagli impicci”. Devo ammetterlo: nelle mie comparse in quella trasmissione non c’è solo curiosità intellettuale ma anche amore per il rischio. Che anche per me talvolta è un eccitante.
Meglio i rimorsi o i rimpianti ?
È una questione che ho posto ad amici golfisti. Per un amore perduto, per una partita di golf andata male, per una frase non detta: meglio i rimorsi o i rimpianti ? La discussione si è immediatamente accesa. E poiché le due fazioni erano in perfetto equilibrio, è stato necessario l’intervento del presidente del club. „Meglio i rimorsi”, ha sentenziato, motivando da buon sportivo: il coraggio che impone l’azione contempla la possibilità del rimorso; dietro ai rimpianti c’è solo la politica della rinuncia.
Vale la pena riportare alcuni passi della discussione. L’amica Lucilla ha detto: „Vorrei aver più rimorsi, ma poi non sarei capace di gestirli: quindi scelgo i rimpianti”. Fernando ha aggiunto: „Se avessi avuto più rimorsi, la mia vita sarebbe stata più intensa”. Un vero gentleman, un po’ narciso, ha commentato: „Il solo rimpianto che ho è di non aver dato abbastanza piacere alle mie partner”. L’amica Iolanda, oggi vedova, ha detto di preferire i rimpianti, ma traspariva dalle sue parole la nostalgia per eventi lontani, mentre il rimpianto si rivolge più facilmente a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
La scelta tra rimorsi o rimpianti, in altri termini tra azione
Rinuncia (ambedue offrono vantaggi e svantaggi) si presenta ogni giorno sia in campo professionale che nella vita sentimentale. Nel lavoro, abbondano i fautori dell’attivismo disposti anche a pentirsi e ricominciare pur di non abbandonarsi all’immobilismo. Sono le vere locomotive dell’industria privata: appassionati del loro lavoro e del loro ruolo, ci offrono

Un’immagine positiva della passione. Altri preferiscono rinunciare pur di non rischiare: statisticamente, questa scelta è più frequente nei funzionari e nei dipendenti.
Anche nella vita sentimentale la scelta del rimorso o del rimpianto porta alla luce tratti caratteriali profondi. Abbiamo già descritto come alcuni siano attivi a tutto campo mentre altri si assumono solo rischi settoriali: nei sentimenti, nel sesso o nella procreazione. C’è chi rischia nel sesso, ma non mette il cuore in gioco. E chi s’innamora senza lasciarsi andare nel sesso.

Dare La Vita

Il cosiddetto amore materno.

Dalla fase di progetto alla gestazione, fino al parto: sempre l’amore dei genitori è caratterizzato da una profonda ambivalenza. Dove nasce il bambino: nella testa o nella pancia ? Non c’è risposta certa. Ma in entrambi i casi si corrono alcuni pericoli. Quelli che pianificano una nascita caricandola di grandi attese corrono il rischio di idealizzare la pro creazione, e di restare delusi dalla diversità tra il bambino reale e quello immaginario. Nei casi di gravidanza accidentale il bambino nasce chiaramente solo nella pancia, ma questo non è necessariamente un evento negativo: il periodo di gestazione può risvegliare lo spirito materno e portare ad atteggiamenti emotivi estremamente positivi nei confronti della procreazione. Nella funzione procreativa esiste una evidente conflittualità: 1 basti pensare che procreare mette di fronte alle proprie rappresentazioni genitoriali. Inoltre, spesso il modo stesso in cui si arriva alla gravidanza è portatore di conflitti: come conseguenza di una sessualità passionale e malcontrollata, o per una aperta avversione nei confronti dei sistemi contraccettivi. Ci limiteremo qui a considerare l’ambiguità del cosiddetto amore materno quando è direttamente collegato alla gravidanza stessa. <> è il significativo titolo del saggio in cui la dottoressa James sintetizza la sua tesi.” Secondo lei, la gravidanza nasce da un profondo desiderio che progressivamente s’impone alla donna e di cui non riesce più a liberarsi. Proprio l’ esistenza di una precoce ambivalenza nei confronti della gravidanza spie ga alcuni casi di nausea e vomito nei primi mesi di gestazione, e soprattutto invita alla prudenza di fronte a certe richieste di aborto. In esse, spesso l’ambivalenza non è ancora stata elaborata, e nei centri americani di Pianificazione Familiare (IPPF e Preterrn) circa il 5 per cento delle donne che vogliono interrompere la gravidanza rinuncia a questo proposito dopo un colloquio con l’assistente sociale. E ciò accade non tanto per l’atteggiamento volontariamente dissuasivo degli operatori di questi centri, quanto perché basta un colloquio a consolidare la motivazione prevalente, sia che essa conduca al parto che all’aborto. Così da una parte si evitano le interruzioni di gravidanza troppo <> (con tutte le conseguenze negative del caso), e dall’altra la decisione di abortire si fonda su una maggiore consapevolezza.’ Come ha sostenuto Helene Deutsch,” e altri psicanalisti dopo di lei, esiste un’ostilità naturale nei confronti del feto, che al tempo stesso è molto desiderato. L’inizio di una gravidanza, soprattutto della prima, scatena una tempesta emotiva che riporta in superficie il gioco delle identificazioni con le proprie immagini genitoriali, proprio mentre si passa dal ruolo di figli a quello di genitori. In questo periodo, ognuno di noi è costretto a verificare la propria capacità di essere un genitore migliore di quelli che ha avuto. E spesso vengono a galla dei problemi che rendono necessario un intervento specialistico. Lorenza entra nel mio studio col marito, accusato di averla messa incinta senza il suo accordo. È imbestialita: si sente sfruttata per questa gravidanza che lui ardentemente vuole pur essendo spesso assente da casa. Lorenza dice che il suo corpo è stato occupato abusivamente, e che il marito l’ha fatta bere per metter la incinta. Urla: vorrebbe vomitare il feto, spera di ammalarsi di toxoplasmosi e di avere un aborto spontaneo (al progetto di abortire volontariamente ha rinunciato solo per non correre il rischio di essere abbandonata dal marito). Se rimarrà solo un intruso, il bimbo entrerà certamente a far parte della già vasta casistica delle vittime di maltrattamenti. Per Questo, una psicologa e un’assistente sociale hanno affrontato il caso di Lorenza con una psicoterapia volta a raggiungere due diversi obiettivi. In un primo tempo, l’intervento ha cercato di fornire sostegno affettivo. La donna viveva se stessa come un utero da sfruttare per la gravidanza: le affettuose cure dell’assistente sociale e della psicologa le hanno dimostrato che tutta l’attenzione era rivolta a lei, non al bambino che portava in pancia. In una seconda fase si è preso in considerazione il legame che Lorenza aveva stabilito tra il suo nuovo ruolo di mamma e il rapporto negativo che aveva avuto con la propria madre. E le si è fatto capire che anche se sua madre non l’amava, lei poteva permettersi di amare il suo bambino. Simona, 34 anni, sposata a un uomo simpatico e tollerante, ha voluto i l bambino che porta in pancia. Ma chiede di interrompere la gravidanza perché si sente del tutto inadeguata al ruolo di madre. Prima di avere un figlio ha molto esitato, dando priorità al suo lavoro di autista. E quando si è decisa, dopo dieci anni di pillola, è rimasta subito incinta. La gravidanza l’ha colta di sorpresa, ed è stata da lei vissuta come un imprevisto destinato solo a sconvolgere il suo sistema di vita efficiente e d organizzato. Chiediamo a Simona di rimandare almeno di qualche settima na la sua decisione, e seguiamo il suo caso. Dopo un esame di laboratorio (una coriocentesi), il ginecologo le annuncia che il bambino è di sesso maschile. Di colpo, Simona non ha più alcuna intenzione di abortire: il suo atteggiamento nei confronti della gravidanza cambia. Ci racconta che da bambina suo fratello maggiore è stato a lungo malato, ricevendo così tutte le attenzioni dei genitori e convincendo Sirnona che essere maschi è un privilegio. Per questo lei ha sviluppato caratteristiche così marcatamente maschili sia nel modo di vestire che nelle scelte professionali. Ritrovatasi improvvisamente incinta, Simona ha avuto soprattutto paura di avere una bambina, e che stavolta toccasse alla piccola innocente vivere i sentimenti di inferiorità che lei aveva sperimentato durante l’infanzia. Il fatto di sapere di attendere un maschi o le permette invece di delegare al figlio in arrivo la sua componente maschile e di recuperare, grazie a una psicoterapia. Quella femminile. Mi dice che ora la sua unica preoccupazione è il bebè: n on pensa più al suo sesso e stenta a credere di avere immaginato d i abortire. Certo non si tratta di una gravidanza del tutto senza problemi. Quando l’ingrossamento della pancia la costringe ad abbandonare sci e tennis, Simona vive nuovamente la maternità come una dimostrazione di debolezza sia pure temporanea, e la gravidanza come un ostacolo alla sua vita efficiente e funzionale. Nell’ufficio dove lavora nei mesi precedenti il parto ha paura di essere considerata come una qualunque impiegata, e la sorprende constatare invece che i colleghi la proteggono, sottraendola ai lavori pesanti. Scopre insomma che essere donne può anche presentare vantaggi. Simona avrebbe voluto partorire da sola, come nella cultura indiana. Nel corso del travaglio, ha avuto non poche difficoltà ad abbandonarsi all’ostetrico: anche in quest’occasione avrebbe voluto esercitare qualche forma di controllo, come è caratteristico nelle personalità ossessive. Ma alla fine tutto è andato per il meglio. La gravidanza per Simona ha rappresentato una sorta di maturazione, un fenomeno che Racamier ha chiamato <>. Invece di raccontare una gravidanza felice, preferiamo chiudere con un passo di Gibran, che poeticamente così descrive il rapporto di colleganza e di autonomia tra genitori e figli:
I tuoi figli non sono figli tuoi Sono i figli e le figlie della vita stessa. Tu li metti al mondo ma non Ii crei. Sono vicino a te, ma non sono cosa tua. Puoi dare loro tutto il tuo amore Non le tue idee. Perché essi hanno le loro proprie idee. Tu puoi dare dimora al loro corpo non alla loro anima. Perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire Dove a te non è dato entrare neppure col sogno. Puoi cercare di somigliare a loro ma non volere che somiglino a te. Perché la vita non torna indietro e non si ferma a ieri Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.<<

Il bambino immaginario.

Abbiamo già accennato ai profondi mutamenti verificatisi nell'immagine sociale dei figli. Prima il bambino era la ragione per la quale ci si sp osava: procreando, la coppia si conformava ai bisogni del gruppo. Oggi assistiamo al fenomeno inverso. Al centro dell'interesse è la coppia, che all'interno dei propri equilibri decide poi se avere o no un figlio. Il diritto. A nascere si fa insomma sempre più aleatorio. Il bambino non rappresenta più un evento ineluttabile ma facoltativo. E spesso entra in competizione con le ambizioni professionali o con lo stile di vita della coppia. Ma al di là della lettura sociale è possibile dare una lettura psicologica del fenomeno del bambino immaginario. Ne discuteremo attraverso tre domande provocatorie.

Il Bambino Ideale È Quello Di Cui Si Può Fare A Meno ?

Il bambino è raramente concepito in una situazione affettivamente neutra: più spesso è una proiezione dei progetti genitoriali. Tutte le gradazioni del desiderio di gravidanza si possono situare secondo una scala gerarchica che va dalla patologia alla normalità, dal pregenitale verso il genitale. Si va così dal modello fusionale simbiotico nel quale non esiste separazione tra soggetto- madre ed oggetto-bambino, alle situazioni di massima autonomia. Esistono bambini la cui rappresentazione si situa nello stadio anale: oggetti indegni e vergognosi da espellere come feci. Così come ci sono bambini nati da concezioni fantasmaticamente incestuose che lasciano inquieti sulla l oro evoluzione affettiva. È insomma l'esperienza clinica che ci dimostra quanto sia impossibile stabilire a priori come fare per avere dei buoni bambini: il manuale per essere genitori coscienziosi e responsabili non è ancora stato inventato. A tremila donne che chiedevano un contraccettivo è stato chiesto perché non volessero un bambino: le risposte sono state ricche e variegate." Quando invece si domanda perché si vuole un figlio le risposte sono spesso banali e generiche: per amore dei bambini, perché avere un figlio è normale, perché è bello crescere in una famiglia numerosa. Per capire il ruolo che la gravidanza ha nell'immaginario è così talvolta necessario u n processo di elaborazione ulteriore: il passaggio al codice simbolico. Si verrà così a sapere, per esempio, che la gravidanza serve a verificar e l'integrità delle proprie capacità riproduttive (salvo poi rivolgersi al medico per abortire). Come è possibile distinguere tra il bisogno narcisistico di avere un figlio come specchio di sé e il desiderio legittimo di garantire la sopravvivenza dei propri ideali e del proprio patrimonio culturale ? Certo, una personalità equilibrata dovrebbe essere in grado, attraverso la procreazione, di elaborare il lutto del proprio desiderio di immortalità. Ma la neutralizzazione del desiderio di avere un figlio ci darebbe veramente la garanzia di essere buoni genitori ? Non esiste piuttosto il rischio di trasformarsi in genitori robot che sotto una apparente neutralità nascondono invece rigetto ? Al pari della sessualità, il bambino e la gravidanza assolvono più di una funzione: possono costituire un eccellente antidepressivo, simboleggiare la conformità al gruppo, testimoniare la virilità del padre e la potenza della madre. Sul bambino si proiettano le proprie ambizioni: Cornelia, madre dei Gracchi, alla richiesta di mostrare i suoi gioielli. Esibiva fieramente i gemelli, che la storia non descrive come dei poveri falliti soffocati dal desiderio di una madre fallica ed ambiziosa. Ma quello che non si sa è che Cornelia aveva anche una figlia (Sempronia) che si guardava bene dal mostrare: la donna che nella nostra adolescenza ha rappresentato il prototipo della madre perfetta era in realtà una discriminatrice. Parafrasando il titolo di un film, si può concludere che la procreazione è un atto di <>. E che non esiste nessun sistema per partorire buoni figli. Limitiamoci a dire che i migliori bambini immaginari sono quelli che si desiderano senza che ci siano indispensabili. Sono i bambini sui quali si può proiettare un desiderio, sperando che non si tratti di un bisogno.

È Possibile Desiderare La Gravidanza Ma Non Il Bambino ?

La risposta è sì, con tutti i pericoli del caso, nei quali si incorre anche quando il desiderio di ave re un bambino rimane un processo mentale che non si traduce nell’esperienza della gravidanza. Si sa che le donne che desiderano la gravidanza ma non un figlio ricorrono più facilmente all’aborto terapeutico che non alla pratica contraccettiva. Ma anche l’ipertrofia del desiderio di gravidanza può rappresentare un grave handicap nella misura in cui perturba il processo di distacco tra madre e bambino al momento del parto. In casi del genere si posso no addirittura avere reazioni a livello psichico, dalle psicosi post-partum nella madre alle psicosi autistiche nel bambino. Anche per questo i moderni corsi di preparazione al parto si chiamano in realtà <>. Non si tratta solo di imparare esercizi di respirazione o di rilassamento: è necessario elaborare il mondo fantasmatico dell’autonomia senza separazione nel rapporto madre-bambino. Solo in questo caso il parto non verrà vissuto come un brusco fenomeno fisiologico, come una breccia nel Sé corporeo della madre. I buoni bambini sono quelli che nascono nella testa, vengono percepiti nel corso della gravidanza e sono poi accolti nella realtà del dopo nascita. I buoni bambini nascono d al rapporto armonioso tra il desiderio di gravidanza e quello di un bambino, tra il bambino immaginario e quello reale.

Il Bambino Immaginario Può Essere Visto ?

Le nuove tecniche ostetriche possono avere un pesante effetto sulle rappresentazioni del bambino. Per esprimere la sua critica nei confronti dell’ecografia, il pedopsichiatra parigino Michel Soulé l’ha soprannominata addirittura IV F: Interruzione Volontaria dei Fantasmi.” L’esperienza di 400 don ne ginevrine smentisce questa immagine: poter vedere il bambino <>, come esse dicono, ha un effetto favorevole sui rapporti con l’embrione.” Non bisogna dimenticare che la dialettica tra esperienza e rappresentazione fa parte della nostra storia naturale. Specie se l’ecografista non assume atteggiamenti troppo scientifici (ad esempio illustrando dettagli anatomici non richiesti) l’ecografia può tra sformarsi in un vero e proprio test proiettivo. Non necessariamente essa diventa una sorta di <>. L’ecografia, poi, può avere effetti particolarmente benefici sugli uomini che, non vivendo l’esperienza viscerale della gravidanza, hanno maggiori difficoltà ad assumere il ruolo di genitori. Vedere il bambino, ascoltare i battiti del suo cuore, è per mol ti maschi la prima esperienza di padri. Ma è bene conoscere in anticipo il sesso del nascituro ? Dopotutto, anche se la scienza lo permette, non sappiamo ancora se questa esperienza rappresenti la soddisfazione di un desiderio reale. E poi, fornire questo ulteriore strumento di controllo a coppie che vogliono programmare tutto, anche il sesso del bambino, può finire per accelerare il processo di estinzione del mondo immaginar io. Periodicamente chiediamo agli studenti di medicina di Ginevra se vorrebbero conoscere in anticipo il sesso di loro figlio, e negli ultimi anni abbiamo notato che sono sempre di più quelli che tendono a ritardare la scoperta. Vogliono tenere in vita più che possono l’altra metà del bambino immaginario, quella che non avranno mai. Personalità più razionali rimangono peraltro della loro opinione: se la scienza permette di conoscere la realtà, bisogna approfittarne. Le due fazioni corrispondono a modi opposti di affrontare la vita. In tutti i campi. Quando la televisione trasmette una partita di calcio in differita, c’è chi preferisce non guastarsi lo spettacolo sa pendo in anticipo il risultato finale e chi non sa attendere e accende magari la radio per saperlo subito. Si tratta naturalmente solo di un’analogia: per quanto riguarda la gravidanza, a decidere se sapere o meno è infatti sempre la coppia. Non il medico.
Anche i comportamenti considerati riprovevoli o addirittura nocivi pos sono, in altro contesto, divenire stimolanti e creativi. Il confine che divide motivazioni opposte è molto tenue in avvenimenti ambigui come la procreazione. E questo è particolarmente vero per gli adolescenti, che vivono una delicata fase di transizione. Ha 19 anni, e quando la incontro è incinta al terzo mese. In Omelia, i comportamenti autodistruttivi sostituiscono i normali sintomi psicologici e psicosomatici dei caratteri a rischio. È abituata ad acuire i conflitti, specie quelli affettivi. Non a caso la sua vita è uno slalom tra farmaci, droghe e alcool. Due volte è stata ricoverata d’urgenza per essere disintossicata. Una specie di tribù colorata e poco strutturata sostituisce in casa di Ornella il tradizionale nucleo familiare. In una grande fattoria nella campagna vicino a Ginevra si raccolgono periodicamente gli eredi di questa grande famiglia binazionale. Sua madre è francese. Il padre, originari o dei Caraibi, è sparito poco dopo la sua nascita: dopo 15 anni è ricomparso, ha messo incinta la moglie ed è scappato di nuovo. In questo ambiente tribale, un container affettivo tra i più rudimentali, Omelia è riuscita a evitare la malattia psichiatrica vera e propria, ma non ha potuto restare immune da seri disturbi caratteriali. Il suo comportamento instabile è confermato dall’atteggiamento che assume nei confronti della procreazione. Non essendo in grado di programmar e gli eventi, più volte ha corso il rischio di rimanere incinta accidentalmente. Benché sia consapevole dei pericoli che comporta la sua esuberante e promìscua sessualità, la ragazza è capace solo di comportamenti a rischio. Non usa il preservativo, e dopo una prima interruzione di gravi danza motivata dalla rottura con il partner, decide di avere un figlio e di allevarlo da sola. A metterla incinta è stato un uomo a cui lei ha volontariamente deciso di non fare poi sapere niente. Chiede di vedermi perché vuole proteggere suo figlio. Dapprima mi domanda se le droghe che ha preso potrebbero provocare delle malformazioni nel bambino. Poi vuole capire come sia possibile allevarlo. La indirizzo a un consultorio familiare che, malgrado Omella appaia poco motivata, riesce a valorizzare il desiderio della ragazza di proteggere la creatura che porta in grembo. È altresì chiaro che, proteggendo il bambino, Ornella cerca di proteggere se stessa dalle sue stesse tendenze autodistrutti ve. Ai figli appartiene anche questa funzione, quasi sempre inconfessata: quella di arginare il senso di morte dei genitori. Luisa ha 16 anni. È incinta e desidera portare a termine la gravidanza. Ma nel corso delle sedute medico-psicologiche che precedono il parto emerge che la sua situazione familiare non è delle più lineari. Ultima d i tre sorelle, Luisa fa capire di volere usare il figlio come via di fuga per evadere dai conflitti familiari. La situazione a casa sua si è fatta difficile cinque anni fa. Prima, la famiglia conduceva un’esistenza agiata in Italia. Ma il fallimento della multinazionale che il padre dirigeva lo ha costretto a emigrare. Da allora l’uomo alterna fasi depressive a momenti di critica distruttiva e a lunghi periodi di mutismo. Sei mesi fa la madre di Luisa ha cominciato a parlare di separazione. Ha iniziato a lavorare, ma la nuova occupazione è risultata essere solo un peso psicologico in più. La gravidanza di Luisa appare a questo punto un segnale ulteriore della rottura dei meccanismi di solidarietà all’interno di questo ambiente familiare. Resta da capire se la scelta della ragazza sia un segno regressivo o progressivo. Nel primo caso avrebbe chiaramente la funzione di impedire la separazione dei genitori. Se invece s i trattasse di una scelta progressiva rappresenterebbe solo un pretesto per uscire di casa. Luisa è ancora sotto osservazione. Ma il suo caso di mostra l’ambiguità e la molteplicità delle motivazioni che possono spingere ad avere un figlio.

A chi appartiene la gravidanza.

Sulla gravidanza, specie nel primo trimestre, convergono interessi contrastanti. Lo dimostrano le diversità che si possono rilevare nelle legislazioni concernenti l’aborto e la protezione della maternità. Quando prevale il principio della difesa della parte in causa più debole, la legge si dimostra protettiva nei confronti del feto. Nelle legislazioni più moderne, dove prevale una sorta di relativismo umanistico, il bambino, che pure in queste situazioni è più desiderato, può perdere il diritto di vivere. io La legislazione si Limita a riflettere il bisogno sociale: è in base all’andamento demografico che le leggi si fanno più o meno restrittive in materia di interruzione della gravidanza. In chiave psicologica il fenomeno della gravidanza è ancora più complesso, al punto di mobilitare gli interessi di ben tre generazioni. Eccone due esempi. Per anni Claudia e Ivo hanno rimandato il progetto di fare un bambino. Da una parte c’erano i problemi sessuali di lui. Dall’altra la paura di lei, che temeva che il suo corpo venisse squarciato dalla gravidanza. E poi, bisognava tenere conto della situazione dei loro genitori. La mamma e il papà di Ivo vivono in una zona rurale del Trentino insieme a uno zi o malato, a una cugina zitella e a un nipote portatore di handicap. Che il figlio si occupi di loro è un bisogno fondamentale. Per questo i genitori di Ivo hanno ritardato con ogni espediente il suo matrimonio, e in seguito non hanno dato nessun segno di preoccupazione; per la mancanza d i nipoti, nonostante il fatto che nella loro cultura sia naturale che alle nozze segua la procreazione. Stessa situazione nella famiglia di Claudia, i cui genitori non hanno bisogno di cure ma di soldi, per integrare la loro misera pensione. La notizia che Claudia è incinta sconvolge entrambi i clan. Lei ha 41 anni: la gravidanza la turba e allo stesso tempo la rende felice. Non si sarebbe mai aspettata però che i suoi genitori e i suoi suoceri la incitassero ad abortire. Mi dice che aveva sogna to grandi feste: è delusa e irritata. In realtà, la gravidanza non ha fatto altro che svelare il segreto di famiglia. I genitori di Claudia e di Ivo volevano che i figli diventassero i loro genitori, un processo che in psicologia vien e definito <>. Ora che Claudia dovrà occuparsi del bambino non potrà più accudire i genitori, e questo scatena la crisi. Si tratta evidentemente di una situazione che si situa agli antipodi dell’immagine stereotipata del buon rapporto tra nonni e nipoti che, anzi, in questo caso entrano in concorrenza per accaparrarsi l’affetto della generazione intermedia. Laura e Tony vivono ancora in famiglia. Lui ha 27 anni, lei 17. Quando Laura resta incinta si scatena una reazione a catena. Pur desiderando avere un figlio, Tony si rifiuta di andare a vivere con lei e di staccarsi del tutto dalla madre. Determinante nella sua s celta è la situazione del fratello, che è handicappato: prima di accettare definitivamente il suo ruolo di padre, Tony vorrebbe forse verificare che il figlio sia del tutto normale. Ad angosciare Laura c’è però, oltre a questo, la sua situazione familiare. La nonna è malata di cuore, e nessuno se la sente di annunciarle che la nipote avrà un figlio senza essersi sposata. Il nonno assume subito un atteggiamento autoritario e aggressivo, puntando l’indice contro i metodi educativi della figlia. Usa insomma la gravidanza della nipote per rivalersi contro la figlia, come ha sempre fatto. La re azione di quest’ultima ha poi dell’incredibile: ci domanda se ha i l diritto di chiedere che Laura abortisca, visto che è minorenne. E aggiunge che non ritiene giusto che la figlia porti a termine la gravidanza per poi restare a carico dei genitori. Pensa che le dovrebbe essere consentito intervenire sulla decisione. La situazione resta confusa per qualche settimana, e le assistenti sociali sono costrette a difendere Laura dalle interferenze della famiglia. Questa gravidanza si situa infatti all’incrocio degli interessi affettivi di tre generazioni, e tutti vorrebbero esercitare un qualche controllo sul corpo e sui pensieri altrui. Talvolta si rinuncia a procreare perché non si vuole che il proprio figlio affronti il mondo contemporaneo, tanto pieno di violenza e di imprevisti: in altri casi, come in quello di Laura, è la mancanza di calore della famiglia a rendere difficile la gravi danza. Farà piacere sapere che Laura è riuscita a imporsi. Ora vive con Tony in una dependance della casa di lui, e la madre del ragazzo, diventata nonna, si è d’improvviso addolcita: la sua possessività potrà ora esplicarsi su due generazioni ! Speriamo che il mutamento di ruolo cambi anche il suo carattere. Se già è difficile valutare la qualità del desiderio di gravidanza, ancora più problematico è definire a chi appartiene. I figli sono carne da cannone, si diceva un tempo con una certa dose di cinismo. Ma l’immagine più triste che ricordo risale ad anni fa, al periodo della mia esperienza clinica in Spagna, dove non esisteva ancora il divorzio, ma era già difusissimo l’aborto clandestino. Un operaio mi consultò disperato perché contro il suo parere la moglie aveva deciso di abortire. <> mi disse depresso. Esattamente l’opposto di quanto succede a centinaia d donne, costrette ad abortire da uomini egoisti. E allo stesso tempo un’ulteriore conferma che dare la vita resta uno dei progetti più vitali e al tempo stesso più ricchi di ambiguità che si possano intraprendere.

La Sincerità

Quando chiedo ad amici se apprezzano la trasparenza, qualcuno risponde „dipende dalle circostanze”, molti reagiscono con passionalità. E si schierano. C’è chi dice che la trasparenza è un valore imprescindibile nella vita pubblica e in quella privata. E c’è chi la considera un disvalore, quasi un segno di debolezza.
Per molti, essere trasparenti è naturale. Giulia, una mia, amica d’infanzia, è l’immagine della freschezza: sorride con gli occhi, parla col cuore in mano, si intuisce che il suo animo è cristallino. Da ragazzi, per noi era „quella acqua e sapone”: ci sembrava non solo trasparente, ma anche pulita. Non a caso l’acqua è spesso citata come simbolo di trasparenza, così come gli occhi chiari. E lo stereotipo vuole le donne bionde più trasparenti, oltre che seducenti e fatali, delle brune, a cui va il rimato del mistero e dell’erotismo.

La trasparenza nella vita pubblica è diventata uno slogan con Gorbaciov, che ha fondato la sua perestroika (rinnovamento) sulla glasnost (la trasparenza, per l’appunto). Ma prima ancora che in politica (dov’è molto sbandierata e poco praticata) la trasparenza era entrata nel firmamento della finanza, dove oltre alla qualità dei prodotti conta la trasparenza dei bilanci. La trasgressione in questo caso non reca danni morali ma economici: le recenti critiche mosse alla società Sasea di Florio Fiorini, sulle sue quotazioni di Borsa. Certo non mancano industriali, banchieri e politici che sostengono la tesi opposta: per negoziare con competenza bisogna mascherare le proprie intenzioni, dicono. E aggiungono che bisogna nascondere le proprie idee almeno fino a che non sono brevettate.
Invitato ad animare un seminario per diplomatici dal titolo „Il negoziato in ambiente ostile”, ho insistito sui pericoli della trasparenza, e in particolare di quella non voluta, che si verifica sotto stress nell’ambito della Comunicazione non verbale (CNV). Bastano a volte uno sguardo, un’alterazione del tono di voce, anche solo una sigaretta, perché un interlocutore avveduto scopra nel corso di una trattativa il lato vulnerabile della controparte. E non è per caso che i massoni fanno del riserbo, se non addirittura del segreto, la chiave di volta delle loro costruzioni.

L’USO DELLE PAROLE TRADISCE IL GIUDIZIO CHE SI HA DI QUALCOSA.

E anche in psicologia, la trasparenza è considerata un difetto, e sovente è assimilata al vetro e alla sua fragilità: in questo caso la critica si concentra sulla mancanza di spessore, sull’assenza di dimensioni nascoste. Ma la critica alla trasparenza viene da tutta la cultura contemporanea. Trasparente uguale a sempliciotto e banale, si dice: come se i pittori jugoslavi o Paul Gauguin avessero prodotto manifestazioni artistiche infantili. Anche mostri sacri della cultura come Umberto Eco perpetuano nei loro romanzi il mito dell’ermetismo. A mio parere, le espressioni artistiche più enigmatiche non esprimono necessariamente intelligenza, mentre certi proverbi proprio dall’essere trasparenti attingono la loro saggezza. Peraltro, per tornare a una dimensione più privata, la trasparente bellezza di certe persone, se da una parte permette lo scambio immediato, spesso non assicura la durata del rapporto. Proprio perché la trasparenza esclude le dimensioni più segrete, di frequente nasconde solo debolezza.
L’eccesso di trasparenza può portare alla perdita della privacy, visto che si permette all’ Altro di penetrare nel territorio privato dei sentimenti e delle emozioni. Non sono solo i bambini a essere convinti che i loro pensieri possano essere letti dagli altri: i malati di mente in delirio dicono di essere perseguitati proprio perché sentono la loro personalità, troppo fragile e trasparente, invasa dallo sguardo e dai pensieri altrui. Una perdita della privacy assimilabile a quella che si sperimenta nelle forme più bigotte di religiosità: „Dio ti vede” è una frase che ha prodotto montagne di sensi di colpa nei giovani ossessionati dai pensieri „impuri”. Ma anche nella Chiesa ortodossa, la presenza nelle volte delle chiese dell’occhio del Cristo pantocratore è al tempo stesso affascinante e inquietante.
Spesso richiesta agli altri, più raramente offerta, la trasparenza quasi mai è simmetrica. Nella relazione di scambio, implica fiducia nell’altro. Ma anche e soprattutto fiducia in sé, senza la quale è difficile rischiare di mettersi „a nudo” senza sentirsi invasi, contaminati o plagiati dall’altro.


BUGIE IDEOLOGICHE O STRATEGICHE ?

Secondo Pio Rossi „la verità non è che una, le bugie sono infinite. Figuravano gli antichi la verità per un punto, le bugie per le linee; e ciò perché da un punto si tirano linee infinite”, ?
Le bugie sono insomma come il colesterolo, c’è quello buono e quello cattivo. Ma tra questi estremi le situazioni intermedie sono infinite e si nascondono sotto termini diversi, dalla menzogna alla calunnia, dalla falsificazione alla simulazione, fino all’omissione.
Prima di addentrarci sul terreno minato delle bugie nel sesso e nell’amore, è necessario distinguere tra quelle che chiameremo bugie ideologiche e strategiche. Accreditata anche fra i politologi è la tesi che tra le motivazioni che hanno portato alla guerra tra Irak e Onu non si debba dimenticare la diversità tra le concezioni di menzogna esistenti in Occidente e in Oriente. Per gli americani, falsificare la realtà è lecito solo in caso di necessità. Per gli arabi, invece, la bugia è solo uno degli ingredienti dell’astuzia. Ma anche senza andare a scomodare le grandi opposizioni mondiali, la stessa dicotomia la si può trovare qui da noi: in alcune zone d’Italia, la menzogna è un’arte più che un difetto, e la si ammira come si ammira l’abilità di un borseggiatore. In altre è ammissibile solo per necessità.
In linea di massima, possiamo dire che esiste la menzogna ideologica (l’arte di mentire, che può divenire uno stile di vita) e quella strategica che è talvolta necessaria, spesso funzionale, mai socialmente riconosciuta. In questa distinzione sta tutta l’ambiguità delle bugie. Da una parte l’astuzia cantata nelle commedie boccaccesche. E l’arte latina d’arrangiarsi; dall’altra la visione del mondo anglosassone che fa della parola data e della sincerità un pilastro della civile convivenza. Pur considerando la bugia un peccato, la cultura cattolica è molto meno categorica di quella protestante. Lo ammette anche Sergio Quinzio quando sostiene che „purtroppo la Chiesa ha sempre considerato più grave la disobbedienza che la menzogna”.’ Probabilmente la religione cattolica non ha fatto tesoro delle parole di Platone, che sosteneva che la menzogna non si addice agli dei ma è utile agli uomini, anzi necessaria. Molto più funzionale la posizione di Eliodoro quando dice che „bello è dire bugia quando giova a chi mente e non nuoce a chi l’ascolta”.”
È difficile sapere cosa si annidi negli anfratti dell’animo umano, ma perlomeno a parole la menzogna è spesso rifiutata per principio anche se sempre viene tollerata in caso di necessità. La maggior parte delle persone intervistate su questo tema considerano le bugie come un difetto, ma al tempo stesso pensano che si tratti di un male minore. ? Le cantanti Milva e Caterina Caselli preferiscono la verità, anche quando fa male. Massimo Boldi sostiene che la vita privata deve fondarsi sui sentimenti più sinceri, ma che nella vita pubblica le bugie sono una necessità quotidiana. Anche Camilla Cederna preferisce la sincerità, e ricorre alla bugia S<r lo quando la verità porterebbe troppo dolore. A questo proposito, si possono distinguere almeno cinque categorie di bugie:

LE BUGIE BUONE (SE NON, ADDIRITTURA, GENEROSE).

Pensiamo a chi ha mentito in tempo di guerra per nascondere un partigiano o un ebreo alla furia nazista. Il suo è stato in realtà un atto eroico. Come quello del buon Garrone, che nel Cuore di Edmondo De Amicis mente e si autoaccusa perché non venga punita tutta la classe: non è forse l’emblema della solidarietà ? Altri esempi del genere vengono dall’etologia. Sembra che la pernice, quando i cacciatori ai avvicinano al suo nido, faccia finta di essere ferita e si allontani zoppicando dalla zona per stornare l’attenzione dai suoi piccoli. Buone sono spesso le pietose bugie dei dottori che hanno in cura malati terminali. E lo stesso si può dire dei genitori che spiegano ai figli le origini della vita utilizzando metafore mediate dal mondo animale: non lo fanno per nascondere la biologia della vita, ma per trovare un compromesso tra il bisogno di verità e la capacità di comprensione del bambino.
Le bugie buone sono in genere quelle che favoriscono chi le riceve mentre quelle ambigue e cattive sono tali perché giocano a favore di chi le dice.


LE BUGIE FUNZIONALI E OPPORTUNISTE.

Si tratta di peccati veniali, e spesso servono ad apparire meglio di quel che si ・ Altre volte, la bugia agisce in senso inverso: serve in questo caso a dissimulare la propria condizione. Come nel caso dell’industriale sardo che avevo in cura e che si presentava in ambulatorio con i vestiti pi・trasandati che aveva, per evitare il rischio di essere rapito.
A volte le bugie sono invece dette per opportunismo, e nascondono l’ambiguità della posizione di chi le elabora. I mariti che teorizzano l’insincerità sulle proprie scappatelle sostenendo che mentire evita sofferenze inutili al partner, celano I prima di tutto a se stessi la paura di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Sempre meglio comunque di quella signora che aveva raccontato al marito di essere incinta di lui, mentre lo era dell’amante. Tutto perché l’ignaro coniuge finanziasse l’interruzione della gravidanza. Un miracolo di perfidia ? Niente al confronto di quell’altra giovane signora che utilizzava la pillola all’insaputa del marito. A lui diceva di non prendere niente, e godeva della sua paura di combinare un pasticcio. E questo solo per vendicarsi degli anni di paura che le avevano fatto passare gli uomini quando era ragazza: allora era lei a essere terrorizzata, ora le sembrava giusto che il marito pagasse a nome di tutta la categoria dei maschi.

LE BUGIE PER OMISSIONE.

Vanno sempre distinte da quelle dette per riservatezza. In questi casi, si dice una bugia volendo omettere una verit・ Ricordo che un tale, quando andava a confessarsi, non osava dire tutte le mancanze della sua vita. Se la cavava lasciando come ultimo peccato il fatto di aver detto delle bugie. L’omissione di alcuni peccati era cos・compresa nell’ultima confessione !

MENZOGNE O BUGIE CATTIVE.

La maldicenza, la diffamazione, la calunnia, rientrano nell’ambito delle bugie dette nell’interesse di chi mente che, così facendo, riesce a distruggere l’avversario, o perlomeno a ferirlo. In questi casi, le bugie sono spesso frutto della cattiveria. Il caso di chi si sente trascurato dal partner e per attenuare la sua sofferenza inventa un falso adulterio. Capita più spesso di quanto si pensi.

LE BUGIE COMPENSATORIE.

Sono un classico del repertorio dei mitomani. Servono ad attirare l’attenzione, e sono creativamente utilizzate anche dai bambini. Come loro, le praticano involontariamente anche gli anziani quando la memoria non li sostiene più Spesso queste bugie permettono di continuare a sognare quando il mondo reale si è fatto troppo triste e inaccettabile.

LA BUGIA È FEMMINILE O MASCHILE ?

Per secoli, la bugia è stata considerata una caratteristica tipicamente femminile. Secondo Pio Rossi, la bugia è un difetto comune di tutte le femmine. Lo stereotipo vuole anche che la verità sia solare (diurna, e quindi maschile) mentre la menzogna sarebbe lunare (notturna e femminile).

Quest’idea sessista viene oggi smentita in tutti i sondaggi, l’ultimo dei quali dimostra che gli uomini americani mentono più delle donne. Stranamente però il luogo comune trova nuove conferme tra i bambini, almeno stando a un recente e divertente esperimento.” Messi di fronte a tanti bei giocattoli, 33 bambini americani di tre anni sono stati poi invitati a non toccarli in assenza di adulti. Lasciati a se stessi, i bambini sono stati filmati, e si è così potuto mettere a confronto comportamento e dichiarazioni. Si è così scoperto che tra quanti avevano comunque maneggiato i giochi, erano molti più i maschi disposti ad ammetterlo delle bambine. Queste ultime mentivano spudoratamente a 3 anni ! Forse hanno imparato più tardi la sincerità.
Anche in campo professionale la bugia sta diventando sempre più uno specifico strumento maschile. Molti dirigenti affermano che bisogna essere sinceri negli affetti privati, ma che si può mentire nelle attività professionali, alcune delle quali non possono essere svolte senza ricorrere alla menzogna. Un diplomatico che non mente non farà mai carriera. Si domanda al politico di essere trasparente, ma se questi mantiene la promessa è molto probabile che non venga rieletto. Esistono interi manuali sull’uso strategico delle bugie, e quando si vuole arrivare al1a verità può essere a volte decisivo dire il falso. „Di una bugia e troverai la verità” sintetizza un proverbio spagnolo, come se non vi fossero altre strade per scoprire la dissimulazione altrui. Anche i corsi per venditori teorizzano pratiche di aggressione del consumatore in cui è esplicito il ricorso alla falsità. E senza essere vere e proprie menzogne (e quindi esposte ai rigori della legge) molte pubblicità vendono emozioni ed aspettative anziché la realtà dei prodotti.

INGANNATI O CREDULONI ?

A volte, chi dice le bugie è straordinariamente favorito da chi le ascolta. C’è chi è pronto a credere a qualsiasi menzogna, e quasi la sollecita: „La menzogna è un venticello” è uno slogan fatto proprio da molti tiranni circondati dalla l schiera degli adulatori. Se è vero che il medico mente, è anche vero che da parte di certi pazienti esiste la precisa, seppur inconscia, volontà di credere alle mezze verità. Se nelle favole ~ di Esopo la volpe persuade la capra ad entrare nel pozzo (salvo poi lasciarvela dentro); se l’uccellatore dice al merlo di i fabbricare un nido (e poi tende una rete), se la volpe dice alt corvo che canta bene (per carpirgli il formaggio che ha nel l becco) ciò significa che nella controparte esiste una speciale ~ predisposizione a credere a una realtà mistificata ma gradevole. Come dire: chi non vuole essere ingannato, non creda ai i maghi.
Francesco Alberoni, nel libro Gli invidiosi, sviluppa un l concetto analogo dicendo che, a volte, l’invidia nasce dalla provocazione altrui ed ・quindi un sentimento relazionale.
C’è da dire che alcuni bugiardi sono molto bravi e attendi-· bili nel dire anche la più inverosimile delle menzogne. Noni conoscono i rossori dell’insicuro o i rimorsi dell’inquieto: credono solo alla loro furbizia e vanno dritti allo scopo. Ad animarli è la voglia di mentire, ben diversa dal bisogno di alcuni i tossicodipendenti, pronti a dir qualsiasi falsità non per il gusto di mentire ma per soddisfare le proprie esigenze.

LE BUGIE SESSUALI.

Nel sesso, la più comune delle falsificazioni è quella di chi finge di desiderare l’altro. Si tratta di un meccanismo tipico. Dell’amore mercenario, di cui costituisce parte integrante. Mai fingere fa parte anche dei più comuni processi di seduzione: chi pur simulando desidera, appare sempre e comunque più disponibile sessualmente. Altre volte si agisce in senso opposto. Mascherando il proprio desiderio per ragioni culturali o perché sarebbe strategicamente controproducente scoprire troppo presto le proprie carte. Vi sono poi le bugie sull’immaginario sessuale. Che spesso viene mascherato quando si rivolge a persone diverse dal partner. Sovente, mantenere la riservatezza sul proprio giardino segreto è più che conveniente.”
Molto di frequente poi si finge l’orgasmo. Non si tratta di r una prerogativa solo femminile, il problema riguarda anche i (numerosi maschi che pur mantenendo una normale erezione t faticano a raggiungere l’orgasmo. Mi raccontava uno di questi che non di rado fingeva di godere pur di terminare il rapporto. Mentire gli sembrava l’unico mezzo per evitare che la I moglie si ingelosisse o sentisse di avere perso le sue capacità di seduzione. La finzione sull’orgasmo è peraltro molto più praticata dalle donne, specialmente da quando i giornali parlano della possibilità tutta femminile di avere più orgasmi. Il mito della donna multi orgasmica è così entrato di prepotenza nel firmamento virile dei maschi in cerca di conferme, e le donne mentono pur di non tradire le aspettative. E dire che basterebbe conoscere un po’ di sessuologia per poter smascherare anche la più abile simulatrice. Un esempio ? Quello dei piedi.
Mi spiego. Per verificare che una donna abbia raggiunto l’acme del piacere esiste più di un segnale. Non solo battito
I cardiaco e respirazione risultano accelerati, non solo i capezzoli sono eretti e le pupille allargate (nella cosiddetta midriasi): soprattutto, i piedi si contraggono e nel momento dell’orgasmo si raddrizzano in estensione dorsale, mentre le dita tendono a divaricarsi. Basterebbe quindi osservare i piedi delle donne per verificare se nel momento cruciale i loro gemiti sono genuini o meno. Fermo restando il fatto che fare l’amore muniti di una lampada da tasca per osservare sotto le lenzuola le estremità creerebbe qualche impiccio anche al più focoso degli amanti !
Altri momenti privilegiati per mentire sono quelli che precedono o seguono l’atto sessuale. E se le donne lamentano la I classica emicrania, un numero crescente di uomini si rifugia I nella fatica da superlavoro. Più complessa è la questione della I masturbazione, tanto nascosta quanto frequente anche tra adulti regolarmente sposati o conviventi. Se per la maggioranza della popolazione masturbarsi resta un tabù tra i più invincibili, in altri casi la bugia è psicologicamente giustificabile.
Così è per Andrea, giovane ingegnere un po’ ossessivo e per nulla interessato alle donne. Lui che aveva subito i ritmi incalzanti di una madre autoritaria, ha sempre avuto grandi difficoltà ad adeguarsi ai ritmi di vita degli altri, con i quali stenta ad armonizzare. Nessuna sorpresa dunque se un giorno si è presentato nel mio studio insieme alla moglie Alina, che lo aveva scoperto a masturbarsi dopo che lui per mesi le aveva negato qualsiasi rapporto sessuale. Per Alina, la masturbazione di Andrea era ormai diventata la più insidiosa delle rivali amorose. Mentre Andrea, dopo aver letto i deliri masturbatori del protagonista di un celebre romanzo di Philip Roth, ? Aveva persino trovato una giustificazione alle sue preferenze erotiche.
Masturbandosi, Andrea poteva scegliere quando, come e con chi farlo: poteva guidare sia il suo corpo che il suo immaginario. Ed ecco il perché del conflitto di coppia. Il problema era il potere. Andrea pretendeva di controllare la sua sessualità, Alina voleva controllare lui e restava frustrata dall’astinenza impostale.


LE BUGIE DELL’AMORE.

Le più frequenti sono di nuovo le bugie funzionali, quelle che servono a qualcosa. Del tipo: „Sono obbligato a dirle che l’amo, altrimenti non viene a letto”. Triste e banale. Meglio allora le bugie degli innamorati, che almeno fanno parte delle strategie dell’erotismo, del processo di rinnovamento del desiderio, della verifica di se stessi attraverso l’emozione altrui.
Le più pericolose sono le bugie d’amore che si dicono a se stessi. Ci sono uomini che negano i sentimenti che provano per la partner, o che si illudono su quello che lei dovrebbe provare nei loro confronti. Ci sono donne che vogliono illudersi sulle intenzioni del fidanzato, o che negano a se stesse anche i più imperiosi bisogni sessuali.” Paradossalmente anche l’assenza di bugie può diventare un atout. Abbiamo già detto come alcune persone risultino attraenti proprio per la loro incapacità di mentire. Nell’ambiguità dei sentimenti questa trasparenza può essere considerata una virtù morale, ma spesso è semplicemente un tratto della personalità in grado di tranquillizzare partner in sicuri e possessivi !
Più frequenti sono i casi di chi attraverso la falsità esprime l’ambivalenza dei suoi sentimenti o cerca di proteggere i suoi spazi di autonomia. Stiamo parlando di tradimenti, un fenomeno difficile da definire perché, se c’è chi nasconde le sue scappatelle, non manca chi esibisce conquiste inesistenti. Quasi tutti i sondaggi confermano che una media del 20-30070 delle persone ha vissuto o subito l’infedeltà. Possono essere eventi-lampo (i cosiddetti „one night affair”) oppure attività mercenarie scelte più per comodità che per altro. Si può trattare, in altri casi, di avventure estive che non sopravvivono al cambio di stagione o di stabili legami paralleli, veri rapporti a tre come quello di Tiziana che aveva un marito intellettuale a Roma e un „animale da letto) in Valdichiana.
L’avventura alternativa, chiamata anche tradimento o adulterio, non suscita più reazioni passionali come all’epoca
Dei delitti d’onore, ma non per questo è gestita senza problemi da chi la pratica o, ancor meno, da chi la subisce. E chi s’avventura sulla strada del tradimento spesso finisce sommerso dalle sue stesse menzogne.
Michele è vittima della tipica „sindrome da arcipelago); colleziona avventure come fa con i quadri della sua bella casa. E se, da un lato, i quadri che ama sono sempre di ottima fattura, dall’altro, anche quando si concede delle relazioni affettive Michele si comporta con classe e forte partecipazione emotiva. Purtroppo le sue amanti si illudono di essere le uniche beneficiarie di tante attenzioni, mentre lui inesorabilmente fugge non appena intravede il rischio di impegnarsi più del dovuto. Alterna così una donna dolce ad una più aggressiva, una più anziana a una più giovane. Si organizza per vederle in città diverse e l’arcipelago funziona come una macchina perfetta. Salvo che nei week-end e durante le vacanze. In particolare a Natale, Michele è costretto a veri e propri salti mortali a base di menzogne e sotterfugi per poter evitare l’irreparabile.
Esistono varie modalità di tradimento. Le principali possono riassumer si nelle trasgressioni contro e in quelle senza.


TRASGREDIRE CONTRO.

Il campo della vendetta, della rivincita, della rappresaglia. Permette di scaricare l’astio accumulato ed eventualmente ristabilire il rapporto di forza alte rato da un primo adulterio.
Durante i rapporti sessuali, Adriana ha sempre provato molti dolori e poco desiderio. Da 5 anni è sposata con un uomo rassicurante, che asseconda ogni suo bisogno. Figlio unico di genitori anziani, Sandro è cresciuto circondato dall’amore, e ora pensa di poterne donare un po’ alla moglie. Le è complementare. E da buon infermiere sopporta ogni capriccio, anche il suo infilarsi sotto il tavolo, come una bambina, quando è arrabbiata.
L’equilibrio della coppia si rompe quando Sandro, eccitato da alcuni film pomo visti con amici, chiede ad Adriana di partecipare alle sue fantasie erotiche. Vuole che nel ristorante dove cenano prima di una notte d’amore lei sieda a gambe aperte, senza mutandine. E lei sta al gioco, ma per poco. E al suo ennesimo rifiuto lui si trova un’amante. Quando ne parliamo, Adriana descrive la rivale come una „zoticona”. „Il suo solo merito”, dice, „è di avere 10 anni meno di me”. È suscettibile, e il tradimento ha ferito il suo narcisismo: non perdona a Sandro di ricordarle quanto lei considerasse poco la madre, mentre sin da bambina ha mantenuto un rapporto privilegiato con il padre architetto, al fianco del quale ora lavora. Adriana non trova di meglio che contraccambiare.
Elegge a suo amante un cugino di Sandro: una vendetta trasversale in puro stile mafioso. Ma la scelta di un familiare ha anche un altro vantaggio: è più facile essere colta sul fatto. Adriana non vuole altro che questo: rendere palese la sua rappresaglia. Ed è proprio quello che succede.

TRASGREDIRE SENZA.

Ai più sembra impensabile che in un mondo che cambia tanto velocemente, esistano degli avvenimenti che durano una vita. Non solo la concezione psicologica del matrimonio ・lontana anni luce dal modello sacramentale dell’unione indissolubile, ma tutta da ridefinire in relazione all’allungamento delle speranze di vita.
La fondamentale preoccupazione delle coppie sposate non riguarda oggi la durata dell’unione che hanno stabilito ma la sua qualità. In questo senso, la scelta quasi obbligata è tra la funzionalità simbiotica della coppia monogamica e un modello di unione che salvaguardi le reciproche autonomie. Più moderna, questa idea considera la coppia come il punto di convergenza e di sinergia delle individualità piuttosto che il momento in cui le diverse caratteristiche si annullano per fondersi. Anche la sessualità può così entrare a far parte delle zone di autonomia, per cui esistono le’ cosiddette trasgressioni senza l’altro (l’altra) e non solo contro l’altro (o l’altra). Anche se bisogna poi fare i conti con le esigenze della possessività.
Nel corso di una ricerca svolta a Ginevra, è stato chiesto a un centinaio di giovani sui 25 anni, se avrebbero preferito o meno essere messi al corrente del tradimento da parte del partner. Il campione si è praticamente spaccato a metà: il 60 per cento vorrebbe sapere, il 40 preferisce ignorare. La stessa domanda fatta a un gruppo di cinquantenni ha dato delle percentuali opposte.
Ecco, in ordine d’importanza, le motivazioni di chi è a favore della trasparenza:

A) Per potere contraccambiare lo sgarro. Il desiderio di sapere ・insomma per molti il presupposto della rappresaglia.
B) Per possessività confessa: sapere significa esercitare almeno parzialmente il controllo sul partner.
D) Per evitare il rischio dell’Aids.
E) Per potere comprendere e quindi migliorare l’unione.
F) Per nutrire il proprio immaginario e quello della coppia.

Ma anche: „Per sapere chi ha avuto il cattivo gusto di sceglierti !”.

Tra le ragioni di chi non vuoIe sapere c’è invece:
A) „Si soffre già abbastanza ed è inutile soffrire per niente.”
B) Inutile sapere, visto che si tratta solo di un incidente in una buona vita di coppia (un dirigente di banca affermava che se l’estratto conto è negativo, basta il riepilogo annuale).
G) Per lasciare all’altro l’intera responsabilità del suo gesto.
H) „Perché non potrei più amare, dopo aver perso la fiducia nell’altro.”
E) Perché il triangolo affettivo è utile alla vita di una coppia che vuole durare.
L’avvento dell’Aids non permette più di descrivere tradimenti e infedeltà come si è finora fatto. Le scappatelle che prima potevano essere tranquillamente tollerate si possono ora trasformare in rischi mortali. Ma pur lasciando da parte il reale rischio della malattia, l’Aids ha certamente introdotto nelle coppie il tarlo della diffidenza, rendendo difficili anche quelle unioni che da un certo margine di ambiguità potrebbero trarre vantaggio. Con l’Aids le bugie in particolare sono diventate un peccato mortale. L’adulterio di pancia, la cosiddetta storia di solo sesso, che prima era tollerata e considerata meno importante che non l’adulterio affettivo, è oggi di- . Ventata ben più pericolosa dell’adulterio di cuore.
Giancarlo è un vero tiranno e nella gestione della sessualità coniugale applica due pesi e due misure. Da una parte la moglie Dina, giovane e inesperta. Dall’altra le donne che ha fatto sue nel corso di quarant’anni vissuti pericolosamente tra una dama di San Vincenzo e una liceale, in una sorta di consumismo sessuale parossistico al punto da procurargli ripetute e fastidiose crisi d’orticaria. Come molte personalità predatorie, Giancarlo ha bisogno di catturare e abbandonare la preda dopo averla posseduta. Con la moglie no, con lei è tutto un altro discorso. Non solo pretende fedeltà assoluta, ma la fa scortare da un autista e la obbliga ad almeno due telefonate di controllo al giorno.
Dina scopre per caso, attraverso una lettera compromettente, le avventure del marito. Ed è il finimondo. Crolla la fiducia che gli aveva accordato, si sbriciola l’universo cristallino in cui le era sembrato di vivere. Medita la fuga, ma non riesce in realtà a sganciarsi dal marito, che la riporta nel suo territorio a colpi di regali, minacce legali, ricatti economici. È in realtà una vittoria di Pirro. Il corpo di Dina esprime tutta la sua sofferenza con disturbi ginecologici, insonnia, deperimento generale. E attraverso il rifiuto di avere rapporti sessuali col marito.
Dopo due anni, la situazione non si è ancora sbloccata.
Giancarlo è convinto di avere recuperato la situazione. In realtà ha solo salvato la facciata del rapporto: Dina continua a occuparsi dei figli, ad andare ai ricevimenti mondani con lui, ma la loro intimità è finita da un pezzo, nel giorno in cui è caduta la fiducia. A conti fatti, forse sarebbe stato meglio che il segreto non fosse mai stato scoperto e che si fosse mantenuto l’equilibrio precedente.
A Ginevra, gli urologi non dicono mai a un uomo sterile che lo è definitivamente. E ciò sulla base dell’osservazione che circa il 30/0 di loro diventa padre per vie misteriose… ma che la moglie probabilmente conosce ! Meglio continuare a negare l’evidenza, come propongono alcuni cultori delle avventure alternative ? Dipende. Quello che è certo è che talvolta la verità non porta alla rassegnata passività di Dina, ma a cambiamenti radicali e salutari del proprio modo di vedere i sentimenti. Sono queste le vere rivelazioni in grado di provocare una benefica scossa sismica nelle scelte di vita.

Le Funzioni Non Sessuali Del Sesso

Questo libro si occupa più di sentimenti che di sessualità. Ma una lettura moderna della sessualità non può limitarsi ad analizzarne le radici biologiche. Il sesso è anche sorgente di emozioni e di sentimenti intensi e sovente ambigui: è, insomma, un ottimo indicatore della qualità dei legami amorosi. Al di là delle tradizionali funzioni che si assegnano al sesso (quella procreativa e quella erotica) ne esistono altre, che chiameremo le funzioni non sessuali del sesso. La domanda a cui cerchiamo di dare risposta è allora questa: a cosa servono le abitudini sessuali oltre al darci piacere o figli ?

Ecco il decalogo delle funzioni non sessuali del sesso:

SONNIFERO. Un amico ginecologo mi ha raccontato con stupore e ammirazione di una sua paziente che da dieci anni fa l’amore tutte le sere col marito, abitudine che neppure la menopausa ha potuto interrompere. Se la scadenza non viene rispettata, l’uomo soffre di terribili mal di testa e stenta a prendere sonno. Ho dovuto gettare acqua sul fuoco e spiegare che quasi certamente non si trattava di erotismo ma di igienismo, e che secondo me i due facevano l’amore come altri si lavano i denti. Questo forse manteneva in buona salute lui, ma era necessario che fosse la moglie a esprimere un giudizio finale sulla situazione. Anche la masturbazione, sia tra gli adolescenti che tra gli adulti, viene usata allo stesso scopo, ed è certamente meno nociva dei sonniferi.

TRANQUILLANTE. Tra le persone ansiose, e tra gli uomini in particolare, la sessualità viene spesso utilizzata per verificare la propria efficienza.
Il problema di Agostino è nato davanti alla tv. È stato infatti assistendo a una scena d’amore di un film che si è reso conto di non avere più l’erezione spontanea dei suoi 18 anni. E per questo, lui che di anni ora ne ha 42, è venuto a chiedermi aiuto.
La sua risposta sessuale è in realtà del tutto normale, ma l’angoscia lo ha spinto a investire milioni in esami andrologici. Vuole essere normale e al tempo stesso teme di non farcela: per questo quando gli capita un’erezione notturna sveglia la moglie per darle una dimostrazione del suo vigore. L’inquietudine non lo abbandona mai ed in ufficio si tasta attraverso i pantaloni per verificare la consistenza della propria virilità. D’inverno è ancora più preoccupato, perché la retrazione del pene dovuta alle basse temperature gli dà l’impressione di non averlo più. L’attività sessuale quotidiana con la moglie lo tranquillizza fino a un certo punto: ha quindi introdotto l’abitudine di masturbarsi, e spesso va in bagno per osservare con minuzia le condizioni del suo pene. Passa più tempo a pensare al suo fallo che al suo lavoro, e tutta questa attività ha almeno il potere di tranquillizzarlo. Insieme iniziamo una terapia che a partire dall’ansia sessuale cercherà di verificare quali in sicurezze si nascondono dietro la paura di non farcela.
Al pari della seduzione e di alcuni tipi di gravidanze accidentali, la sessualità può assumere il ruolo di antidepressivo e riempire in tal modo un vuoto affettivo. A questo proposito, si parla di sindrome di Clayson per spiegare gli aborti derivanti da gravidanze accidentali. S Nell’esame dei 18 mesi precedenti l’incidente, l’autore ha scoperto nella vita delle donne implicate delle tendenze depressive e delle perdite affettive. Si trattava soprattutto di abbandoni o di lutti in famiglia.
Sono convinto che la stessa sindrome può spiegare numerosi comportamenti sessuali la cui finalità trascende la soddisfazione del bisogno erotico per riempire piuttosto delle carenze d’affetto. Il discorso vale in special modo per le personalità abbandoniche, angosciate dalla solitudine, in cui la sessualità genitale serve a soddisfare il bisogno di contatto.

Myriam mi è stata mandata dal suo analista. Le sedute sono iniziate quattro anni prima, ma la depressione di questa donna di origine orientale è più grave del previsto. Lei sa esprimere ma non gestire i sentimenti che prova. Vive la sindrome del tutto o niente. Ha 40 anni ed è delusa dalla poca propensione all’erotismo del marito che compensa occupandosi dell’unica figlia.
Ancora adolescente, Myriam è scappata di casa e si è stabilita in Svizzera, paese che la conforta con la sua stabilità ma che detesta per la mancanza di passionalità della gente. Senza famiglia e in conflitto permanente con la madre, mantiene contatti solo con il fratello che vive a Londra. La sua depressione nasce proprio dalla perdita di radici. Il suo bisogno è quello di sentirsi accolta, e ha pensato di soddisfarlo sposando un uomo di vent’anni più vecchio di lei, a sua volta abbandonato dalla prima moglie e depresso. L’incontro con questa giovane donna è stato per il marito, Alan, un toccasana, egli sembra vivere una nuova giovinezza: sperare nel futuro gli sembra il modo migliore per colmare il vuoto creato dalla separazione.
Durante la prima seduta della coppia Alan, che è un dirigente contabile olandese, prende appunti. Mi dice che le cifre lo mettono a suo agio. Tutti e due hanno vissuto la loro unione come un potente antidepressivo, ma dopo un anno sono riemerse le rispettive difficoltà. Ora la coppia è pericolante. Anche se lo ha scelto proprio per questo, Myriam è sempre più infastidita dalla flemma di lui. Lo accusa di non conoscere né i sentimenti né i bisogni sessuali di una donna. Nei primi mesi di matrimonio lei gli ha rifiutato la penetrazione, poi ogni contatto sessuale si è interrotto. Alan non capisce la passionalità della moglie. Terrorizzato dalla paura di un nuovo abbandono è pronto a qualunque concessione sul piano affettivo. Ma più lui si dice disponibile, più lei lo attacca: ai suoi occhi la disponibilità conferma solo la sua debolezza. Quando Myriam si rifiuta di fare l’amore con lui, Alan invece di capire che gli si chiede più imprevedibilità ricorre alla soluzione più consona al suo carattere e al suo lavoro. Non gli passa neppure per la mente di cercare alternative sentimentali con un’altra donna: decide di masturbarsi una volta la settimana.
I due hanno ingaggiato una lotta di potere il cui esito è incerto. Entrambi hanno utilizzato il loro rapporto come antidepressivo. In funzione compensatoria, hanno cercato così di ricucire le precedenti ferite. Terminata la fase della cicatrizzazione, Myriam ed Alan si sono trovati di fronte alla prospettiva di scegliersi nuovamente, stavolta non per compensare un vuoto, ma per desiderio.

FORNITORE D’IDENTITÀ. Chi sono ? La sessualità molto spesso serve per rispondere a questa domanda. È cioè al servizio dell’identità più che dell’erotismo, e questo accade soprattutto durante l’adolescenza e la menopausa (o andropausa). Ma gli psicanalisti intravedono la stessa finalità nell’iperartività sessuale, in quella che viene chiamata sindrome di Don Giovanni: in fondo, è proprio il dubbio sulla propria identità sessuale che spinge i playboy a una continua verifica. Nei western l’eroe buono è silenzioso e sicuro di sé, mentre il cattivo spara spesso e fa molto rumore per far vedere che lui esiste ed è terribile.
Se Federico fosse un animale sarebbe un predatore: uno che caccia ma non riesce a digerire il fiero pasto. È intelligente e iperattivo: racconta che da ragazzo, nonostante una certa velocità nel concludere il rapporto, le sue conquiste erano soddisfatte di lui. Il fatto è che per Federico non c’era occasione di verifica, perché dopo aver concluso si defilava immediatamente. Era uno specialista del one night affair. Il suo attivismo ha giovato peraltro alla sua carriera, e proprio l’abilità nel trovare nuovi mercati gli ha procurato un posto da dirigente nonostante la giovane età.
Ora ha 31 anni. Pressato dai parenti ha messo su famiglia. Ed è entrato in crisi. Si è sposato per amore, ma con le nozze è iniziata una sorta di allergia al sesso. Fa l’amore una volta al mese, e l’insicurezza della moglie aggrava la situazione. Invece di affrontare creativamente la caduta di desiderio del marito, lei è sempre più esigente e prevedibile. In una parola, sempre meno attraente.
Il caso di Federico ha richiesto un intervento psicologico in due tempi. Le prime cinque sedute sono servite a mettere in chiaro che il problema non era nella coppia ma nell’allergia di lui al matrimonio. Poi è stato necessario convincere Federico ad affrontare una terapia analitica, durante la quale ha potuto vedere sotto una nuova luce la sua incapacità a rallentare, e ha capito che quella che per lui era sempre stata una qualità gli ha procurato non pochi problemi. Nella presa di consapevolezza, una metafora è stata decisiva. Quando si è visto come una grande bocca collegata a uno stomaco piccolo e a un intestino malato, Federico ha compreso che il tempo del mangiare e quello della digestione devono convivere in armonia. Che ogni rapporto ha bisogno di tempo per essere metabolizzato, e che passare di fiore in fiore significa consumare piuttosto che vivere le esperienze.
I casi più estremi di sessualità al servizio della ricerca di identità si ritrovano fra i transessuali. Il loro sesso naturale non corrisponde all’immagine che hanno di sé, e per questo chiedono di cambiarlo. Ma dopo l’intervento chirurgico spesso la loro disponibilità sessuale cala drasticamente, a conferma che il cambio di sesso era funzionale più all’identità che all’erotismo. Fanno eccezione quelli che dopo l’operazione sono costretti a prostituirsi: anche in questo caso però la sessualità è al servizio di qualcosa di ben diverso dall’erotismo.
Dopo un periodo dominato dal culto dell’androgino, oggi assistiamo a un ritorno ai ruoli. Definitivamente tramontata la moda unisex, perdono il loro fascino anche i personaggi dello spettacolo che avevano costruito la loro fortuna sull’ambiguità sessuale. Maschile e femminile sono nuovamente generi ben distinti, e questo è evidente non solo nel campo della moda ma anche nel progressivo ritorno ai ruoli tradizionali. Se da una parte questo corrisponde a un calo della tolleranza e della flessibilità, dall’altra ne traggono giovamento le personalità più fragili. A loro, la confusione dell’identità ha procurato solo contraccolpi negativi.

MEZZO DI COMUNICAZIONE. Ci sono persone che dopo i litigi si riconciliano a letto. Più in generale, si può dire che la progressiva depauperazione della comunicazione scritta e verbale spinge a recuperare la spontaneità nel corpo e nella genitalità. La sessualità è sempre meno diretta all’ erotismo e sempre più alla comunicazione. Ai miei tempi si comunicava per potere poi (raramente) fare l’amore: oggi si fa l’amore per tentare di comunicare.

SOCIALIZZATORE. La funzione socializzatrice della sessualità assume particolare importanza in un momento in cui tra gli adolescenti si consumano sempre meno riti iniziatici. Per rendersene conto basta rileggere le pagine che antropologi come la Mead, Malinowski e Sir James Frazer – hanno dedicato al passaggio dalla pubertà all’età adulta. In sostituzione di feste e rituali è forse proprio il sesso che, nonostante l’Aids segna ormai il momento di accesso al mondo adulto. Quasi sempre si tratta di un passo affrontato responsabilmente. Talvolta però si arriva al sesso per restare nel giro e fare come gli altri. Alla ricerca della propria individualità, sono così molti gli adolescenti che affrontano la prima volta più per spirito gregario che per una scelta consapevole.

STRUMENTO DI LOTTA DI POTERE. Ugo non abita a Ginevra. Si rivolge a me anche per questo: è un noto professore universitario e vuole salvaguardare la sua privacy. Non riesce a raggiungere l’erezione. È poco aggressivo sia nella vita che a letto, ma bastano tre sedute e il consiglio di leggere un libro sulle reazioni sessuali dei maschi per risolvere il problema. La sua ansia si placa e con la tranquillità torna l’erezione.
Due anni dopo si ripresenta nel mio studio con la moglie Barbara. Lei non smette mai di parlare: definirla travolgente significa minimizzare la sua irruenza. Mi racconta che era stata lei a volere che il marito si rivolgesse a un sessuologo. E sempre lei ha preteso questo nuovo appuntamento, perché nonostante Ugo abbia superato le sue difficoltà erettive la loro vita sessuale non è migliorata. Barbara è costretta ad ammettere che forse il problema non sta tutto dalla parte di Ugo. La invito a parlarmi della sua sessualità.

Non è mai riuscita a masturbarsi. Ma ancora adesso raggiunge l’orgasmo come faceva da bambina, semplicemente stringendo le gambe: un comportamento comune nelle personalità come la sua, in cui una grande impulsività si alterna a meccanismi di controllo altrettanto violenti. Mentre parla ha delle strane pause: mi dice di sentirsi stanca e bloccata; io ho l’impressione che lei beva. Anche se capisco le sue difficoltà: non può più aggredire direttamente il marito, le cui eroiche erezioni a lei non servono a niente.
Paradossalmente, Barbara si eccita durante le sedute di meditazione trascendentale. Mai però al momento giusto, e quando è a casa finisce per addormentarsi mentre lui la sta penetrando. Non potendo risolvere il conflitto a suo vantaggio a letto, tende a spostarlo su altri terreni. Provoca il marito giurando che troverà un partner più affascinante; Ugo, che oltre all’impulsività conosce la mancanza di tenacia della moglie, prende tempo e dopo due o tre giorni la minaccia rientra. La verità è che nonostante la passività il più tenace è lui e riesce così a prevalere nella lotta di potere che i due hanno ingaggiato. Di fronte alle sue difficoltà di erezione era lei a sentirsi più forte, ma ora le è difficile accettare la realtà. Cerca così di spostare l’attenzione dalla sessualità ai sentimenti col trucco della gelosia, ma senza successo. In una delle ultime sedute Barbara si pone in diretta competizione col marito, questa volta sul piano professionale: annuncia di volersi trasferire negli Stati Uniti per fondare una società finanziaria più aggressiva e redditizia di quella che Ugo dirige in modo convenzionale anche se con successo.
A inquietarmi non è certo il futuro di questa coppia che la lotta e l’aggressività mantengono unita da oltre 25 anni. Quello su cui nutro dei dubbi è la loro capacità di rendersi felici. Una dimensione impossibile da raggiungere fino a che Barbara, una donna insoddisfatta e dedita all’alcool più di quanto voglia ammettere, continuerà a cercare nuovi terreni di sfida per sentirsi viva.

COME SFIDA GENERAZIONALE. Da vent’anni a questa parte, la sessualità viene banalmente omologata alla ribellione contro l’autorità della famiglia e della società borghese. Certo si tratta di una tendenza in declino. Ma ancora oggi c’è chi vive il sesso come evasione, fuga o rivolta.
Luigi è figlio di un professore di liceo molto tradizionalista che gli ha imposto pochi diritti e molti doveri. Ma ad opprimerlo non è solo il suo ambiente familiare: vorrebbe scappare anche dalla cittadina di provincia dove vive. Un incidente al ginocchio limita le sue possibilità di movimento e gli impedisce di sfogare la sua frustrazione nello sport. E così Luigi sfida il padre su altri e più pericolosi terreni. Ruba un ciclomotore e va a sbattere contro un muro, venendo (forse non per caso) scoperto. Dopo una ramanzina davanti al giudice dei minori, il padre lo picchia. Non capisce che si tratta di un primo segnale di disagio da parte del figlio, che da quel giorno moltiplica le sue provocazioni.
Luigi comincia a fumare marijuana e a tornare a casa sempre più tardi. Il padre gli impone di smetterla, e allora lui invita a casa una ragazza, si chiude in una stanza e si mette a fare l’amore con lei. L’episodio si ripete, più rumorosamente, la settimana dopo con un’altra ragazza. Contemporaneamente Luigi abbandona l’atteggiamento sottomesso e inizia a rispondere al padre. Tenta di metterlo a tappeto ripetendo quello che aveva sentito dire anni prima dalla madre, del tutto insoddisfatta delle prestazioni sessuali del marito.
Luigi, in realtà, non ha un interesse particolare per il sesso.
Ma lo usa come arma per vincere la sua sfida generazionale con un padre autoritario e poco potente. Dalla prima volta in cui mi sono occupato di questa tempestosa vicenda, il rapporto tra Luigi e suo padre è molto migliorato: il punto di svolta ha coinciso con la partenza del ragazzo per il servizio militare. Alcune ragazze nel conflitto generazionale usano l’arma della gravidanza. Martina ha vissuto gran parte dei suoi 16 anni nel Congo Belga, e forse per questo è attirata dagli uomini di colore. Quando rimane incinta di uno di loro, aspetta tre mesi prima di dirlo ai genitori, che non possono quindi esercitare alcuna pressione su di lei perché interrompa la gravidanza. Martina non pensa in questo caso al figlio, ma a provocare mamma e papà attraverso una gravidanza ormai evidente.
Il sesso viene usato non solo come guanto di sfida da gettare contro la famiglia ma anche come strumento di lotta etnica e di classe. Per esempio, il sesso veniva spudoratamente usato da una famosa giornalista francese, una specialista di pettegolezzi sui mass media, che amava parlare e scrivere delle virtù erotiche che avevano favorito la sua ascesa sociale. La sua era una doppia provocazione: contro le popolane della classe sociale da cui proveniva e contro le signore della nobiltà parigina, da lei definite secche e frigide.

COME OGGETTO DI SCAMBIO. Che il sesso possa essere un oggetto di scambio è reso evidente dall’attuale proliferazione non solo della prostituzione ma anche dei viaggi a sfondo erotico organizzati, delle agenzie di escort, dei centri di massaggio. Ancora più diffusa è la funzione indirettamente commerciale del sesso. Il nudo soprattutto femminile è utilizzato sia nella pubblicità ? Che sulle copertine di settimanali prestigiosi come Espresso e Panorama. Nessuno è mai riuscito a quantificare esattamente il numero di copie in più vendute quando in copertina finisce una bella ragazza, ma quello che è certo è che le tirature aumentano sempre.

COME OCCASIONE DI TRANSFERT. Gli adulti spesso tentano di gestire la sessualità dei loro figli: e questa non di rado serve più a loro che a chi la pratica. Un esempio di questa funzione di transfert del sesso è dato dall’educazione sessuale, perlomeno dove questa viene realizzata. Non in Italia, e qui è necessario aprire una parentesi di educazione o informazione sessuale nelle scuole italiane si parla ormai da decenni. E dopo centinaia di dibattiti e interviste sul tema mi sono ormai convinto dell’assenza di volontà da parte della classe politica di arrivare alla soluzione di questo problema. La mia sensazione è che per i politici italiani non sia in gioco la felicità sessuale di generazioni di ragazzi ma la possibilità di acquisire nuovi elettori. Per loro, la sessualità rappresenta solo un ennesimo campo di battaglia: serve insomma non agli adolescenti ma alla costruzione del consenso.
In Svizzera, dove corsi strutturati di educazione sessuale sono previsti in tre programmi differenziati per i ragazzi di 12, 14 e 16 anni, ci sono altri problemi. Il più grosso è rappresentato dalla tendenza degli adulti (genitori e insegnanti) a costituire sodalizi funzionali solo a imporre i valori della propria generazione ai giovani. Il sesso degli adolescenti serve cioè agli adulti per stabilire le loro alleanze.
Quanto sia importante mettersi davvero in rapporto con i valori degli adolescenti è noto a tutti i medici (pediatri e ginecologi soprattutto) che entrano a contatto con i teenager. Ho già descritto altrove casi di ginecologi che, identificando la paziente con la figlia, le hanno rifiutato la pillola; o che, per compensare la repressione vissuta nell’adolescenza, invitano le pazienti a lanciarsi in quei comportamenti a rischio che loro non si sono potuti permettere. La funzione di transfert che certi adulti assegnano al sesso dei figli è palese nei comportamenti solo apparentemente libertari ma in realtà ambigui di alcuni genitori.
È il papà di Marco a prendere l’appuntamento, nonostante lui sia già maggiorenne. E così Marco è costretto a vincere il riserbo e a raccontarmi, sia pur malvolentieri, i suoi problemi sessuali. Quando fa l’amore con la fidanzata gli è difficile mantenere l’erezione. Ma questo è niente rispetto alle sollecitazioni che riceve dai giovani genitori. Papà soprattutto è preoccupatissimo. Irriducibile amatore, costretto di recente a limitare le sue prestazioni, vorrebbe che il figlio manteness. Alto il vessillo della virilità in famiglia. Avendo sempre privilegiato la quantità rispetto alla qualità, vorrebbe che anche Marco abbracciasse la sua visione consumistica del sesso.
Una volta gli ha domandato a bruciapelo se si masturbava, e alla timida risposta affermativa del ragazzo ha voluto sapere con che frequenza. Una volta alla settimana, ha detto Marco, arrossendo. Il padre è andato su tutte le furie: Troppo poco, gli ha detto, sollecitandolo a triplicare la media. Proprio l’insistenza paterna, più forte che mai in occasione dei primi rapporti sessuali di Marco, è alla base delle difficoltà sessuali del ragazzo. Per lui il sesso rappresenta più un dovere nei confronti del padre che una piacevole scoperta.