Un Cambiamento Nella Forma Della Vita…

Gli studenti, fino al ’68, si erano per lo più caratterizzati per il loro totale disimpegno, per le loro bravate goliardiche, per il loro inguaribile qualunquismo. Ora cambia tutto – nelle ideologie diffuse, nel costume, nei modi di essere e di pensare. „Mi occupo della forma; la forma è essenziale. Dopo gli anni della contestazione molto era cambiato; ma in noi, soprattutto, non tanto fuori. Almeno io ho pensato cosi; e l’unico modo di ricavare davvero, comunque, una vittoria da quella fase, era capire cosa è stato davvero il ’68: un cambiamento nella „forma” della vita, nella „forma” delle cose. […] È cominciato un periodo nuovo, quello del rivoluzionamento continuo di tutti gli aspetti della vita”. „cambiamo la vita”, „riprendiamoci la vita” diverranno del resto, da quel momento, gli slogan preferiti dei movimenti dei giovani.

Una nuova generazione si affaccia sulla scena della politica, salta le tradizionali mediazioni partitiche, si impone come nuovo soggetto della lotta rivoluzionaria. È una generazione che fa’ dalla milizia, dall’impegno sociale e civile la sua scelta di vita, e che informa a questa fede tutti i momenti dell’esistenza: perfino gusti, i comportamenti, l’uso del tempo libero, i modi di vestire (dai jeans all’immancabile eskimo).

É una generazione smisuratamente attivistica, pragmatica, che – come ha scritto Pier Paolo Pasolini – non avrà più lacrime „per un’ottava del Cinquecento”; che rifiuta tutta la cultura precedente (perché „di classe”), ma tuttavia è in grado di liberare forze, idee, energie prima sconosciute.

Il ’68 riporta, nel cuore dell’Occidente capitalistico, il socialismo all’ordine del giorno, come mezzo non solo per abolire la schiavitù dello sfruttamento, ma per cambiare, tutti e ciascuno, i criteri di vita, per ritrovare anche la libertà del singolo, per fondare una nuova morale della persona. Per costruire nuovi rapporti interpersonali, nuovi rapporti tra i sessi, un nuovo rapporto tra uomo e donna.

Si mutano cosi intere categorie di pensiero e tradizionali modelli di comportamento; si modifica il modo di concepire la famiglia, la sessualità, l’amore. Anche il rapporto di coppia viene investito da quest’ondata dissacratrice. Si cominciano a mettere in discussione „valori” portanti dell’Italia benpensante e bigotta quali la verginità, l’indissolubilità del matrimonio, la gelosia. Si fanno le prime esperienze di „coppia aperta”. Si formano le prime „comuni”, si tenta di uscire dall’isolamento, di liberarsi dalla noia del tran-tran coniugale. „Tento la Comune specialmente per i figli uno spazio nuovo… per ognuno tante madri e tanti padri… voglio dire senza madri e senza padri… Tento la Comune… non esiste proprio più niente che sia possesso… ed è molto più normale volersi bene… finalmente non è un problema nemmeno il sesso”: le parole della canzone di Giorgio Gaber diventano rapidamente senso comune di consistenti settori giovanili.

Anche la dimensione dello svago, della ricreazione, del tempo di non lavoro si politiccizza, si tinge di coloriture ideologiche e culturali. È il caso, ad esempio, della musica, che per i giovani di prima del 68 era soltanto „ballo della mattonella”, sublimazione della propria sessualità repressa, occasione ideale per avviare innocenti e timidi flirt. Anche la musica, dagli spazi angusti delle festicciole del sabato pomeriggio, si trasferisce negli stadi, nelle piazze, nei giardini, e diventa un mezzo per stare insieme, per incontrarsi, per sentirsi più vicini, per lottare. La canzone d’autore, la canzone politica, il free jazz, il pop, il folksongs, i Beatles, Dylan, Joan Baez costituiscono un asse portante dell’acculturazione giovanile e hanno la stessa funzione che per altre generazioni (anche recenti) ebberò la poesia, il romanzo o il cinema.

Musica significa adesso happening, meeting di massa, festa giovanile… un modo, insomma per dare libero sfogo alla creatività e per definire collettivamente la propria identità (sociale e di gruppo). Scriverà qualche anno più tardi Stampa Alternativa: A noi in questo momento non ce ne frega niente o quasi niente di riprenderci la musica, nel senso di contrapporre a dei divi di merda e di plastica altri artisti, cantanti e complessi un pò meno stronzi, più giusti a fare spettacolo. Adesso il problema più importante per noi è un’altro. Adesso per noi riprenderci la musica vuoI dire togliere alle mani dei padroni uno strumento mostruoso di corruzione con cui non solo loro ci fanno miliardi di guadagno, ma che usano per uccidere e castrare la fantasia, la rabbia, la creatività, i desideri di felicità e di socialismo di milioni di giovani”.

„Vous ètes tous concernés”, gridarono – il 7 maggio del ’68 – gli studenti parigini nel corso di una marcia di 25 chilometri dal quartiere latino ai campi elisi e poi di nuovo al quartiere latino. Ed è vero. Il ’68 riguarda tutti, il ’68 ha coinvolto tutti, anche quelli che non simpatizzavano o che addirittura manifestavano ostilità nei confronti degli studenti. Il ’68 ha posto problemi, interrogativi nuovi tanto al movimento operaio quanto al mondo cattolico.

Nel ’68 esplode il dissenso” anche all’interno della Chiesa e ha inizio quella diasporra che solo ora comincia a essere riassorbita. Le comunità di base, le circa duemila comunità che agiscono in tutta Italia, rivendicano un modo nuovo (meno esteriore) di concepire la fede e un diverso rapporto tra fede e politica. I giovani cattolici vivono l’esperienza del movimento studentesco, si incontrano con il marxismo.

Così il prof. Bolgiani ha definito, al convegno su „Evangelizzazione e promozione umana”, le formule che i cattolici hanno inventato per definire la propria presenza nella storia degli anni dal ’68 al ’75: „Abbiamo innanzitutto quella che chiamerei del disimpegno apocalittico, […] abbiamo poi un vasto fenomeno che è stato chiamato della diaspora, che sull’onda della contestazione e del dissenso ecclesiali mira ad una fermentazione dall’interno dei movimenti di massa del paese, secondo un ideale di universo cristiano, contrassegnato essenzialmente dalla invisibilità; ciò che di fatto lo rende subalterno al PCI, anche quando si dichiara, nelle scelte ideologiche, da esso indipendente. Vi è poi una tendenza a proporre e raccomandare l’assunzione di responsabilità coscienti in una situazione politica e culturale pluralistica, in un atteggiamento aperto di dialogo ma senza perdere „certe connotazioni essenziali cristiane, dando vita a punti e momenti di aggregazione culturale e sociale, di promozione umana, se vogliamo dirli così, creando spazi sempre nuovi di libertà e di intervento, nel dialogo di fatto che i due maggiori partiti italiani stanno conducendo, nella realtà del paese, fra di loro e all’interno di loro stessi. C’è infine una tendenza che anche non volendolo formalmente, opera in vista di un nuovo „blocco” cattolico e che, per forza di cose, è obbligata a concepire il pluralismo nella forma del confronto e magari dello stesso scontro tra opposti schieramenti e punta a nuove maggioranze elettorali o, non riuscendoci, prevede l’arroccamento sulla difensiva, riprendendo la tesi del vecchio intransigentismo, solo però in una situazione che è ormai storicamente diversa”. In ogni caso si tratta di un travaglio, della ricerca di coniugare impegno nella società e identità cristiana, autonomia della politica e presenza nella società in quanto cattolici. Il problema del „sociale” è ancora oggi il problema di fondo anche per la Chiesa.

Per quest’insieme di ragioni il vecchio blocco dominante non ha potuto superare, in questo caso, la crisi apertasi nel suo sistema di potere, né ha potuto affrontarla facendo ricorso ai metodi tradizionali e a misure di corto respiro. 0, magari, utilizzando ancora una volta, puramente e semplicemente, l’arma della „rivoluzione passiva”. È tutto un assetto di classe, infatti, che stavolta si è inceppato, precipitando in una crisi quanto mai profonda. Lo ha espresso felicemente Fabrizio De André nella sua canzone del maggio: „Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio… se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento… se il fuoco ha risparmiato le vostre millecento… anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti…”.