Grandezza E Decadenza Della Tenerezza

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La tenerezza è il lievito affettivo che permette la crescita e la coesistenza degli esseri umani.

Intrisi di tenerezza sono gli scambi tra la madre e il bambino fin dai primi momenti della vita, „i rapporti di coppia, i legami con gli anziani. La goffaggine e la malagrazia di alcuni adulti si spiegano con la poca attenzione che hanno ricevuto da piccoli: l’origine della tenerezza è infatti precoce e corporea, un vissuto viscerale più che intellettuale. La disponibilità e la capacità di condividere i propri sentimenti sono definiti dal modo in cui si è stati tenuti in braccio da piccoli, dal tono della voce di chi ci parlava più che dall’intelligenza delle parole che ci venivano sussurrate. Il ruolo della tenerezza è anche testimoniato dalla solidarietà che si scatena, al di là dello spirito di carità cristiana, verso le popolazioni che soffrono per la fame o per i gravi problemi connessi al sottosviluppo. La tenerezza è poi un ingrediente fondamentale persino dei rapporti con gli animali, come ha dimostrato la recente rievocazione dell’affetto che legava Sigmund Freud e Marie Bonaparte ai loro cani chow-chow.

Dal punto di vista psicologico, gli attributi della tenerezza sono il calore, la fiducia e la continuità. In essi affondano le vere radici del rapporto madre-bambino e del suo successivo sviluppo nei legami di coppia. Tenerezza non significa infatti soffocamento, ma rispettosa partecipazione ai bisogni dell’altro, un’intimità privilegiata e condivisa che dà fiducia e sicurezza. La tenerezza non ha niente a che fare con la sdolcinatezza del dovere sociale. È un sentimento autentico. Un esempio tra tanti: la pietà che suscita la vista di un bambino malato ci permette di identificare nel bambino le nostre fragilità. O meglio: è proprio il bambino che è dentro di noi a identificarsi nell’altro e a indurre i sentimento di tenerezza. E in questo senso, la solidarietà può essere vista come un mezzo per curare la nostra debolezza proiettata nell’altro.

Ma esiste anche un’altra faccia della tenerezza. Questa infatti spesso serve da copertura a sentimenti più ambigui. Cercheremo di affrontare la questione nelle prossime pagine. Ma con prudenza, perché per molti italiani parlare male della tenerezza è come offendere la mamma o parlare male di Garibaldi.

1. LA TENEREZZA PUÒ ESSERE UN OSTACOLO ALL’EROTISMO.

Per alcune coppie, la tenerezza affettiva e corporea è la rampa di lancio dell’erotismo.

Per altre, questo sentimento può funzionare da anestetico della sessualità, come mi raccontava Sergio che, dopo vent’anni di matrimonio, si ritrovava legato alla moglie in modo talmente profondo e fraterno da giudicare il rapporto” incestuoso”. Il fatto è che la tenerezza è un sentimento continuo, mentre l’erotismo si nutre della discontinuità delle trasgressioni reali o immaginarie. E non per tutte le coppie è facile inserire l’imprevedibile nella quotidiana tenerezza del rapporto. In alcune coppie la tenerezza può indurre l’eccitazione ed in altre il sonno.

2. L’ECCESSO DI TENEREZZA PUÒ ESSERE UN OSTACOLO A DELLE SEPARAZIONI AFFETTIVE BEN GESTITE.

Per molti la separazione è rottura, perdita. E allora costoro, invece di imparare a rinunciare, > preferiscono mascherare la loro difficoltà dietro una coltre di tenerezza. Eppure proprio la capacità di separarsi con grinta è sintomo di maturità.

Per Maria José, il problema più grande è quello di fare incontri che valgano la pena di essere vissuti. È sola e spesso depressa. A lei come ad altri, io consiglio di imparare a separarsi: a liberare e non a perdere le energie necessarie per nuovi incontri. Dietro a storie come queste c’è sempre infatti la difficoltà a staccarsi da qualcosa: da vecchi amori, da legami sentimentali consunti, dalla famiglia d’origine. Perché per costruire un muro nuovo, bisogna distruggere quello vecchio e recuperarne i mattoni: altrimenti con cosa si costruiscono le nuove esperienze ? Se è troppo accentuata al momento del distacco, la tenerezza non solo impedisce separazioni ormai necessarie, ma può rappresentare un’arma di ricatto affettivo, volontario o involontario, utilizzata per non accettare il cambiamento.

3. La tenerezza può mascherare l’aggressività che non si è capaci di padroneggiare.

Anche l’eccesso di seduzione può servire allo stesso scopo, ma l’effetto della tenerezza può essere particolarmente negativo: essa porta infatti a sviluppare legami soffocanti nei quali una sollecitudine avvolgente serve a evitare la sana conflittualità.

Giovanni, che ha chiesto recentemente aiuto per la sua impotenza, così mi ha descritto i suoi sintomi: „Dottore, ho il pene troppo tenero”. In realtà, era lui che era troppo tenero, emotivo e poco sicuro di sé. Tenerezza equivaleva per lui a debolezza. E per moltissimi altri è lo stesso.

Nella visione più tradizionale della vita l’uomo deve andare a caccia, essere forte e fiero. Debolezza e tenerezza sono invece il monopolio della donna, che rimane in casa ad accudire la tana e la caverna. Per fortuna, al giorno d’oggi questi stereotipi sono stati, almeno nella maggior parte dei casi, superati. Ma ancora non si è arrivati alla piena interscambiabilità dei ruoli. È tuttora difficile incontrare uomini e donne guerrieri in pubblico che sappiano essere teneri in casa. Per tutti, distinguere la tenerezza affettuosa dalla debolezza melensa è spesso un’utopia. L’ambiguità persiste. Riconoscere le persone che hanno difficoltà nel condividere rapporti basati sulla tenerezza è possibile. Ecco il loro identikit, attraverso una descrizione di alcuni sintomi significativi.

BISOGNO DI RICEVERE.

Le personalità avide d’affetto hanno un bisogno assoluto di ricevere tenerezza. E per ottenere lo scopo sono disposte a ogni concessione: anche ad accettare rapporti sessuali solo per ricevere calore e affetto.

DIFFICOLTÀ A CHIEDERE.

Pur avendo bisogno di tenerezza, alcuni non osano chiederla esplicitamente. Fanno domande mascherate dietro:
Provocazioni Quelle dei bambini che fanno i dispetti per mettere alla prova l’affetto dei genitori.
Somatizzazioni – Sempre nei bambini, la simulazione del mal di pancia per recuperare l’attenzione.
Evasioni – Nel mondo fantastico dell’immaginario o della follia.
Dichiarazioni di onnipotenza – Il narciso pensa: io non ho bisogno di nessuno. E dato che non mi vogliono dare la tenerezza, me la costruirò da solo.

DIFFICOLTA A VIVERE LA TENEREZZA.

Tipicamente maschile. Molti sono gli uomini che considerano la tenerezza una trappola mortale, più difficile da gestire che non l’attivismo in cui si rifugiano, confondendolo con la vitalità.


DIFFICOLTA A DARE.

Si incontra in quelle persone emotivamente grette che abbiamo definito avari affettivi. Alcuni sono avari solo nel dare tenerezza, altri in tutti i sentimenti.

DIFFICOLTÀ A DIRE O A MOSTRARE LA TENEREZZA.

Molti uomini sono stati educati con l’idea che mostrare i propri sentimenti (in senso vittoriano) è una debolezza colpevole. Sono i cosiddetti orsi. Spesso isolati, se per caso si sposano possono diventare anche capricciosi e tirannici: non solo non mostrano e non danno tenerezza ma continuano a richiederla. Anche qui avremo due versioni dello stesso „animale”, gli orsi bruni (caldi e maldestri) e gli orsi polari (freddi ed egoisti). Un breve esempio permetterà di distinguere meglio tra bisogno di chiedere tenerezza e incapacità di dare tenerezza.

Il tentativo di suicidio che ha portato Vincenzo in clinica psichiatrica è chiaramente dimostrativo. Nelle quattro settimane durante le quali viene disintossicato dai barbiturici che ha ingerito, il suo gesto viene discusso nell’ambito di un gruppo terapeutico.
Apparentemente, l’uomo ha reagito violentemente alla richiesta di divorzio della moglie Stefania, che da sei mesi ha una relazione con un collega. Vincenzo, un quarantenne che non si è mai privato di rapporti extraconiugali, non sopporta questo attentato alla sua sicurezza personale. Ma nei colloqui che abbiamo avuto con la coppia e con i due separatamente dopo il ricovero, abbiamo scoperto altri retroscena. Stefania, una biologa piuttosto controllata, è per il marito prima di tutto un sostegno affettivo. Già dieci anni fa, stufa dell’infantilismo mostrato dal suo uomo, aveva minacciato di andarsene, ma l’amore per la figlia e alcune difficoltà finanziarie l’avevano fatta recedere dalla decisione. In questo periodo ha dedicato tutte le sue energie alla figlia e alla propria riuscita professionale, compensando così la poca tenerezza e la scarsa disponibilità di Vincenzo. Racconta che lui passa la maggior parte del tempo sdraiato davanti alla tv, mentre lei lo attende inutilmente a letto.

Invece di decodificare la richiesta che si nascondeva dietro alla prima richiesta di separazione, Vincenzo si era rifugiato in Sudamerica per sei mesi. Aveva cercato così di evadere dalla insostenibile situazione familiare, ma al ritorno a casa non aveva modificato le sue abitudini: aveva continuato a chiedere tenerezza e stabilità senza ricambiare. Come la moglie, ha finito allora per riversare tutte le sue energie nella carriera.

Il passato di Vincenzo è particolarmente infelice. A 9 anni è stato violentato da uno zio, mentre suo padre ha lasciato la famiglia pochi anni dopo. Nel corso dell’adolescenza è scappato di casa e da scuola più volte e ha vissuto un lungo periodo da alcolizzato, abitudine che mantiene tuttora: alle periodiche crisi coniugali reagisce sempre scappando, bevendo oppure addormentandosi davanti alla tv. Nonostante questo, Stefania è riuscita a ricostruirsi un buon equilibrio personale, e con il suo amante ha raggiunto un ottimo legame affettivo e sessuale. Vincenzo la accusa di essere una donna autoritaria, oltre che una maniaca della pulizia. Lei ribatte che la sua attenzione all’igiene è anche dovuta alla malattia venerea che il marito le ha trasmesso dopo un’avventura con una minorenne. È proprio l’evoluzione asimmetrica dei due che spezza l’equilibrio di coppia. Nel suo nuovo legame, Stefania mostra grande disponibilità. Vincenzo continua invece a chiedere molto e a non dare granché. Il suo tentativo di suicidio riflette lo squilibrio e rappresenta il ricatto affettivo con cui lui cerca di recuperare „mamma” Stefania.

Difficilmente la coppia riuscirà a ritrovare un punto di unione. Pur avendo giurato alla moglie di essere gentile e disponibile, Vincenzo continua a essere diffidente e possessivo. Certo, aiuta in cucina e assiste la figlia: ma manca ancora un vero legame. Vincenzo è gentile per paura. La moglie ha l’impressione di avere a che fare con un cagnolino, non con un marito. Nei suoi confronti, Stefania prova pietà ma non attrazione, e si sta innamorando dell’altro uomo. Accetta di ritentare la convivenza con Vincenzo solo perché teme che lui faccia un’altra sciocchezza, ma a farla restare sono sostanzialmente i sensi di colpa. Più per guadagnare tempo che per effettiva disponibilità, Vincenzo accetta di iniziare una psicoterapia individuale. Ma il divario che separa il suo bisogno di affetto dalla incapacità di darne ne fanno un egocentrico immaturo, e forse neppure la più approfondita terapia potrà cambiarlo.

LA FIDUCIA: COME INDURLA E COME DARLA.

La fiducia è dunque una componente della tenerezza. Ma cosa significa essere affidabili ? Da cosa nasce la fiducia ? Diego Gambetta ci rimanda all’etimologia della parola, specie nella traduzione inglese: „trust”, che significa credere, e di qui „avere fiducia”. 6 È su questa base che nei paesi anglosassoni si creano le reti di amicizia e i rapporti di clientela in cui, purtroppo, ci si occupa eccessivamente di come conquistare la fiducia altrui piuttosto che di dare la propria.

Bernard Barber distingue tra familiarità e fiducia, „La prima determina i sentimenti di appartenenza, la seconda implica il rischio”. La familiarità ha, peraltro, assunto dimensioni planetarie dopo la scoperta della scrittura e della stampa, e soprattutto grazie ai moderni mezzi di comunicazione di massa, che ci rendono familiari persone che magari non si sono mai viste ma delle quali si conoscono bene le opinioni.

Fidarsi di qualcuno è, dal punto di vista psicologico, fondamentale, sia nei legami tra bambino e genitori che nei rapporti sentimentali e professionali che si instaurano nell’età adulta.
Nel 1971, Seligman ha ben descritto un esperimento condotto su due gruppi di cani.” I primi, sottoposti a shock elettrici a bassa intensità a intervalli non prevedibili hanno reagito peggio dei secondi, su cui si abbattevano scariche più violente a intervalli fissi. I cani che facevano parte del primo gruppo sono diventati passivi e sottomessi: le loro condizioni fisiche sono rapidamente peggiorate. Il fatto di non poter anticipare gli eventi ha peraltro effetti disastrosi anche sugli esseri umani, che perdono il loro „Iocus of control”.

I fattori che influenzano la decisione di dare fiducia a qualcuno sono a mio parere almeno cinque:
La disponibilità ad assumersi dei rischi
La fiducia nel proprio intuito
Il grado di diffidenza o di credulità
Le esperienze avute in precedenza con altri
Le esperienze avute in precedenza con la persona in questione.

La decisione finale, non esente da rischi, dipende dalla valutazione della fiducia in sé e di quella che si ha nei confronti degli altri. Non può esistere la fiducia imposta e senza libertà. Ma bisogna anche evitare la fiducia cieca che rischia di sconfinare nella creduloneria. Pensiamo a Ulisse: quando si lega all’albero della sua nave per sfuggire al richiamo delle sirene combatte in realtà anche la mancanza di fiducia in se stesso.
La perdita della fiducia in se stessi (quella che gli inglesi chiamano „basic trust”) può dar luogo a gravi alterazioni del comportamento affettivo.

A)
Quando la fiducia si trasforma in diffidenza, la personalità coinvolta può diventare sospettosa nei confronti di tutti i comportamenti umani, fino a sviluppare un nucleo paranoico.

B) Se invece la fiducia diventa sfiducia, si finisce per perdere il senso del proprio valore, cadendo nella depressione e nell’insicurezza.

C) L’eccesso di fiducia, infine, può portare alla supponenza
All’arroganza ingiustificata.

Occupandosi della fiducia, Jankélévitch l’ha messa in relazione con la fedeltà. LO Entrambe sono da lui definite virtù stabilizzanti, indispensabili quanto le virtù attive come il coraggio se si vuole che i legami durino. La durata non è peraltro indice di virtuosità: anche l’odio e il rancore possono durare tutta la vita e addirittura trasmettersi alla generazione successiva. Non dimentichiamo che può succedere di essere fedeli alla stupidità, o alle piccole cose (indice di meschinità): si tratta di fedeltà passive che corrispondono alla rigidità e all’inerzia, e che nettamente si distinguono dalla fedeltà attiva. Quest’ultima implica un atto di conquista quotidiano: mantenere la fedeltà è una cosa talmente difficile che, per assicurarsi che essa perduri, si va davanti a un prete (per sposarsi) o a un notaio (per stipulare accordi di coppia).

Ma in che rapporto è la fiducia con la fedeltà ? Secondo Jankélévitch, la fiducia rende fedeli più di quanto la fedeltà giustifichi la fiducia. Nei rapporti umani è, peraltro, importante compiere un ulteriore atto di fiducia: quello di prendere l’iniziativa di credere negli altri. Se nessuno si assume questo rischio, tutti sono costretti a rimanere nell’anticamera di una vera intimità condivisa.
Anche il legame tra fedeltà e fiducia è caratterizzato dall’ambiguità di cui abbiamo parlato per la tenerezza. Ad esempio: è meglio restare fedeli senza sincerità o sinceri senza fedeltà ? Nella risposta a questa domanda si celano due diverse concezioni della vita: da una parte i principi su cui si fonda il matrimonio indissolubile; dall’altra i diritti insondabili della passione. I fautori di questi ultimi considerano l’infedeltà migliore e più salutare della monogamia meccanica, conservatrice e rituale che porta all’ipnosi coniugale. Dietro una certa correttezza e irreprensibilità si celano a volte coscienziose conformità al dovere: fedeltà in fin dei conti passive.

Per essere veramente fedeli bisogna averne voglia. Quelli che sono fedeli per mancanza di alternative finiscono inevitabilmente per diventare noiosi. La vera fedeltà fiduciosa è invece selezione dei valori, attaccamento ad essi, rifiuto delle scelte effimere. Per essere fedeli in questo modo ci vuole disciplina e padronanza dell’impulso passionale.

Analogamente a quanto avviene con l’amicizia, fedeltà e fiducia si misurano nei momenti difficili, il comportamento della moglie di Raul Gardini, che nel recente conflitto con il resto della famiglia Ferruzzi è rimasta al fianco del marito, ne è un ottimo esempio. Molto più facile è la fiduciosa e interessata fedeltà alle verità vittoriose: non è un caso se il plotone dei portaborse si ingrossa sempre di più.

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