Bisogno E Desiderio

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FAME O APPETITO ? È meglio la fame o l’appetito ? Ho posto questa domanda durante una serata elegante, per animare un dibattito che fino a quel momento mi era parso sin troppo formale, e approfittando del ritardo nel servizio della cena. Ero convinto che tutti i commensali avrebbero fatto la mia scelta. Certamente meglio l’appetito, che fa parte del mondo del desiderio, piuttosto che la fame che appartiene a quello del bisogno. L’appetito anticipa’ il piacere di una bella cena. È collegato alla buona cucina, alle scelte raffinate, al buon gusto: a sensazioni adulte. Quando si ha appetito si parla dei piatti e dei vini preferiti: è l’appetito che ha portato gli uomini a parlare di cibo, mentre prima se ne occupavano solo le donne. L’appetito è piacere differito. Così la penso io. E grande è stata la mia sorpresa nel sentire quanti prendevano invece la difesa della tesi opposta, e con quale passione ! La fame è gioia, non sofferenza, hanno detto in molti. E hanno aggiunto: «La fame è un’emozione forte, che ci fa sentir vivi; mentre l’appetito è una pratica borghese, un’abitudine che ha perso ogni slancio. La fame è istintiva, viene dal mondo animale: per questo è preferibile». Mi disse un medico che aveva lavorato a lungo nel Sahara: «Lei forse non ricorda cosa si può arrivare a fare quando si ha fame». Altri, a ruota, mi hanno ricordato storie di marinai: di quegli uomini spersi su isole deserte che per fame aguzzano l’ingegno escogitando le più incredibili soluzioni di sopravvivenza.
Non ho voluto obiettare. Le loro argomentazioni mi hanno portato a capire quanto radicata sia l’ideologia del bisogno, e quante siano le persone che ritengono che solo attingendo agli impulsi arcaici si generino i veri cambiamenti. Solo le grandi passioni di santi, eroi e scienziati hanno cambiato le sorti del mondo. E se l’appetito è sinonimo di democrazia, la fame ha il suo equivalente politico nella rivoluzione.

VOGLIA O PULSIONE ? La fame è bisogno. L’appetito è desiderio. La prima è un impulso che viene spesso subito. Il secondo è un sentimento che pone il problema di essere gestito. Richiede maturità e consapevolezza. Come l’affetto, che crea difficoltà sia quando è troppo che quando è troppo poco. In genere, sono più le persone che si lamentano della mancanza di calore umano di quelle che ne lamentano un’eccessiva presenza. Non è un caso. Un carente clima emotivo può influenzare negativamente non solo l’equilibrio emotivo ma anche le capacità intellettuali. Non sempre è indispensabile una relazione di calda intimità condivisa, ma quando vengono a mancare anche i presupposti della solidarietà e della fiducia appare inesorabile l’ombra della estraneità. Chi si sente estraneo, poco coinvolto, finisce anche per rinunciare all’impegno scolastico, sociale, politico. Per questo dico che la ricerca dell’intimità non è mai una fuga dalla realtà sociale, o un’ semplice ripiegarsi nel mondo del privato. Al contrario, è proprio la mancanza di calore umano che mina il sentimento di appartenenza ed elimina i presupposti per la condivisione profonda di un progetto sociale. Anche l’eccesso di intimità ha i suoi effetti negativi, che raramente però si manifestano esplicitamente. Più spesso si avverte una sensazione indefinita di malessere che finisce per influenzare la qualità dei rapporti umani.

Ne è dimostrazione la storia di Mario.
A quarant’anni, Mario è un dongiovanni che raramente esce due volte con la stessa donna. Conquista e abbandona: specie se si tratta di donne sposate e per bene. Non lo fa solo per immaturità: in realtà, Mario ha vissuto con la madre il rischio opposto, e per nessuna ragione al mondo vorrebbe correrlo di nuovo. Mario ha dormito nel letto dei genitori fino all’età di 8 anni, ed è rimasto in camera loro, anche se in un letto separato, fino ai 12. Lo spazio in casa non mancava: ma pur di tenere suo figlio sotto controllo, la mamma di Mario non aveva neanche pensato di arredare la stanza a lui riservata sin dalla nascita. Possessiva e soffocante, aveva riversato sul figlio il bisogno di affetto lasciato insoddisfatto dalla lontananza del marito, un marinaio spesso assente di casa. La fuga da casa, verso un paese straniero, aveva salvato Mario da seri disturbi psichiatrici ma non lo aveva messo al riparo da un incubo ricorrente: quello di un armadio che cadendogli addosso mentre dorme lo uccide. In bella vista nella camera dei genitori, questo armadio significa probabilmente il comportamento materno. Insegnante, ultrasettantenne, la mamma non ha mai risparmiato a Mario le sue raccomandazioni: in autunno lo chiama per ricordargli di indossare la maglietta di lana; d’inverno gli ricorda di fare scorta di gasolio per il riscaldamento. A 40 anni suonati, Mario continua così a vedere una strega in ogni donna, e una catena in ogni relazione duratura. In questo classico esempio Mario non ha potuto e non può esprimere liberamente i suoi desideri perché sono sempre stati schiacciati dai bisogni affettivi della madre.

PRECOCE O PREMATURO ? La dialettica tra bisogno e desiderio si intravede spesso anche alla base della sessualità e dell’erotismo. Pensiamo al sintomo sessuale più comune. Quell’eiaculazione precoce che affligge milioni di coppie italiane. Nel meridione. Prima della rivoluzione sessuale, alcuni maschi ne parlavano come di una prova d’amore: «Mi piaci tanto che non riesco a trattenermi» si sentiva dire. Più che un bisogno, l’eiaculazione precoce è peraltro il sintomo di altri disturbi dell’affettività la cui identificazione è necessaria prima dell’inizio di ogni terapia. Abbiamo considerato quattro casi clinici. Solo quando svolge il suo lavoro in Borsa, Giangiacomo trae vantaggio dalla sua rapidità. Per il resto ne soffre. Emotivo non solo a letto, parla veloce e quando è ansioso balbetta. A tavola, è sempre il primo a finire di mangiare. Quando era ragazzo, gli capitava di eiaculare mentre ballava. La sua prima volta, con una prostituta, fu un fallimento perché venne ancora prima di togliersi le mutande. Ora raggiunge l’orgasmo in media trenta secondi dopo la penetrazione. Senza entrare nei dettagli della sua storia personale si può dire che Giangiacomo soffre di un eccesso di impulsività. Le sensazioni soverchiano la capacità di controllo. Il problema non è nell’oggetto d’amore, se una donna sia più o meno eccitante, ma in lui stesso. Fino all’età di nove anni, Giangiacomo ha fatto la pipì a letto, e ancora adesso è precoce in tutto. Più che di una terapia sessuale, credo che abbia bisogno di tecniche di rilassamento o di ipnosi, e a queste lo indirizzo. Quanto Giangiacomo è impulsivo, tanto Maurizio è riflessivo e controllato. Grande negoziatore nella sua attività di commerciante di diamanti, è del tutto indifeso con le donne, verso le quali prova attrazione e paura allo stesso- tempo. Solo dopo i 23 anni è riuscito a entrare in contatto col sesso femminile, senza peraltro riuscire a superare le sensazioni sgradevoli che gli danno il colore delle mucose, la peluria del pube, le secrezioni. Per Maurizio la vagina è uno spazio misterioso nel quale è meglio lasciare il pene il meno possibile. E l’eiaculazione precoce è per lui una fuga necessaria da quella zona di pericolo e, al tempo stesso, una reazione di paura più che di eccitazione.

Un altro tipo di paura è alla base del problema di Piero, 40 anni, un professionista con alle spalle una lunga esperienza di analisi e qualche difficoltà nella definizione della sua identità sessuale. Con le donne, Piero ha proprio paura di non farcela. Durante il corteggiamento le sommerge di rose e di inviti a cena. Ma quando poi si tratta di prenotare un albergo per un week-end, vuole sempre camere separate (seppur comunicanti). Alla partner, Piero dice che è necessario salvaguardare la sua rispettabilità di banchiere. A se stesso non può negare la realtà, e cioè che ha troppa paura di rimanere senza vie d’uscita in caso di fallimento a letto. Preoccupato dalla sua erezione più che dalla sua galanteria, Piero dimentica la gentilezza del corteggiamento mentre si impadronisce di lui l’ansia di non sfruttare il «momento buono). Spia il suo sesso invece di osservare se la partner è disponibile e ricettiva. Per troppa apprensione non si abbandona alle sue sensazioni e non riesce a vivere il presente del rapporto. Purtroppo, neppure i fachiri sono in grado di controllare l’erezione con la volontà. Per mettere fine alla sua ansia, Piero è arrivato anche a considerare la possibilità di adottare una protesi. Al momento, non riesce a controllare l’eiaculazione, che raggiunge inevitabilmente quando teme che il suo sesso perda rigidità. La sua eiaculazione precoce è in realtà solo impotenza mascherata. Il risultato è che la sua partner rimane profondamente delusa dal rapporto, non tanto per la qualità della prestazione virile, quanto perché si sente utilizzata, per niente considerata, e poco ascoltata nei bisogni profondi del suo corpo. Gino e la moglie vivono un rapporto stabilmente conflittuale. Lei non smette di lamentarsi: della sua scarsa brillantezza, del suo stipendio troppo basso, di se stessa che ha rinunciato a un buon partito per cedere alle lusinghe di un uomo che ora la costringe a lavorare e ad occuparsi dei figli. I rapporti di potere si giocano anche sul terreno della sessualità. Lei dice che Gino potrebbe benissimo trattenere l’eiaculazione, ma che non lo fa per pigrizia, anche se sa che lei è particolarmente lenta a raggiungere l’orgasmo. Lui la possiede in un rincorrersi di eccitazione ed ostilità, e raggiunge l’orgasmo proprio quando lei chiede di essere aspettata. L’eiaculazione precoce è lo strumento punitivo di Gino, una vendetta, l’arma che toglie l’intimità alla coppia. Da qualche mese, il corpo della moglie palesa il suo disagio attraverso una colite spastica che lei cerca di tenere a bada con analgesici e tranquillanti. Per ora. Fino a quando non comprenderà il meccanismo sadomasochista nel quale è rimasta invischiata col marito. L’eiaculazione precoce è sempre l’espressione di un bisogno, non di un desiderio. Di rado questo bisogno parte dal fisico: quasi sempre si tratta dell’espressione di un disagio psichico che trova nel corpo uno strumento di reazione: i quattro esempi hanno mostrato il ruolo nefasto dell’eccessiva eccitazione, della paura e della vendetta.

URGENZA O EMERGENZA ? Il sentimento e la sensazione d’urgenza permettono di ben studiare i rapporti tra bisogno e desiderio. A vivere in una situazione di urgenza perenne sono in molti. Spesso si è costretti a questa condizione dal lavoro. Il giornalista ha, per esempio, una nozione del tempo necessariamente rapida, nella misura in cui morte e resurrezione di un giornale si ripetono quotidianamente. Anche i manager sono obbligati dalle proprie responsabilità a decisioni fulminee. I migliori tra loro sono dotati di quella capacità di sintesi e di quell’ordine interno che permette loro di distinguere gli eventi prioritari dalle situazioni procrastinabili. Ci sono invece persone che ci trasmettono solo agitazione, insieme alla sgradevole sensazione di dover fare tutto in fretta. Schiavi dell’urgenza spesso girano a vuoto, e quando raggiungono un posto di potere, diventano facilmente tiranni del tempo altrui. Altre vivono l’urgenza come l’espressione del loro mondo interiore. Massimo,. Per esempio, sulle prime aveva collegato la frenesia di cui è vittima al suo lavoro di giornalista. Poi ha capito che la motivazione era più personale, legata all’angoscia di avere ancora poco da vivere. Massimo soffre di diabete. In sé, si tratta di una malattia non grave e facile da controllare, ma il medico che l’ha diagnosticata ha descritto con una coscienza a dir poco eccessiva tutte le implicazioni possibili nella neuropatia diabetica. Ed è da allora che Massimo, terrorizzato, vive il più velocemente che può le sue giornate, assillato dall’ombra della morte o della decadenza fisica. Vi sono poi pazienti che somatizzano la loro urgenza e per questo appartengono alla vasta area dei malati psicosomatici. Franco, ad esempio, non riesce a procrastinare nulla.’ deve risolvere subito ogni problema. La sua ansia di portare a termine ciò che è rimasto in sospeso spesso gli procura persino dei dolori di stomaco. Schiavo di un’educazione rigida che gli ha insegnato che non è bene rimandare a domani quello che si potrebbe fare oggi, Franco impone il suo attivismo a se stesso e agli altri, sia in ufficio che in famiglia, e le tensioni si somatizzano non appena il bisogno di agire non può concretizzarsi. Ai bruciori di stomaco, Franco alterna periodi in cui fuma troppo ed altri in cui si impegna in una forsennata attività fisica. Il suo caso non è isolato. Dalla psoriasi alle crisi d’asma alle coliti sono numerose le patologie psicosomatiche che nascono dall’incapacità di differire le proprie azioni, stante la specificità che di caso in caso determina la scelta dell’organo e della sintomatologia. In questi casi, il bisogno di agire è spesso legato all’incapacità di inquadrare mentalmente i problemi: esprimersi attraverso il linguaggio e i simboli offrirebbe infatti ben altro margine di manovra rispetto a quello consentito dal corpo e dall’azione. Altre volte, l’urgenza è legata non tanto a manifestazioni aggressive o sessuali che non possono essere simbolizzate e quindi canalizzate, ma a una patologia delle categorie dello spazio e del tempo. Abbiamo già citato il dramma di chi soffre di eiaculazione precoce per via di una patologia soggettiva del tempo: è la sensazione di essere sempre in ritardo, e non l’eccitazione o altro, a farli godere troppo in fretta. Il problema riguarda anche le donne. Una paziente mi raccontava che quando si eccita sente «come una scossa elettrica» che la lascia insoddisfatta. Ha l’impressione che le sia «scappato un orgasmo». Per lei il godimento è una reazione violenta, rapida e locale che le impedisce di vivere pienamente il rapporto e soprattutto di condividere le sue sensazioni col partner, la cui progressiva eccitazione diviene così insopportabile. Se nasce da funzioni fisiologiche elementari, la sensazione di urgenza può trasformarsi in un tratto del carattere in quelle persone in cui permane quella che viene chiamata «morale sfinterica». L’espressione viene usata per chi non ha imparato da giovane a controllare i propri bisogni fisiologici e che continua a moltiplicare nel corso della sua vita momenti in cui domina l’urgenza del bisogno ad altri in cui il controllo prevale. Quest’alternanza si manifesta ad esempio nei disturbi alimentari con quella che Fausto Manara ha chiamato «ciclotimia alimentare».1 A lunghi periodi di anoressia segue, in questi casi, la bulimia, cioè la pulsione più arcaica che si esprime attraverso l’urgenza di mangiare. Lo stesso fenomeno si osserva in sessuologia nei casi di quanti oscillano tra periodi di anoressia sessuale senza alcuna libido e crisi di bulimia sessuale che si concretizzano nella ricerca di partner e di esperienze saltuarie. Altre volte, peraltro, la sintomatologia che concerne l’incontinenza resta confinata al campo genito-urinario. È il caso del taxista che qualche mese fa mi ha raccolto all’aeroporto di Milano. Notavo che esitava sul percorso da prendere, e per questo ho attaccato discorso. Saputo che ero medico, mi ha confessato di essere perennemente angosciato dall’idea di dover fare la pipì. Aveva quindi selezionato attentamente i bar muniti di toilette e non troppo affollati, e in base alla 10iO dislocazione sceglieva il percorso. Gli adulti che fanno dell’urgenza il fondamento del loro comportamento autoritario e capriccioso sono molti. Col loro volere tutto e subito si mettono in una situazione di grave handicap nelle relazioni sociali, perché l’urgenza emotiva è poco compatibile con i ritmi delle altre persone. Radicalizzando malintesi che con un po’ di pazienza avrebbero potuto essere chiariti e superati, la fretta ha mandato in crisi migliaia di matrimoni. Il comportamento corrispondente al sentimento d’urgenza è la precipitazione, anche se questa spesso viene gabellata per velocità di esecuzione. Si sa invece che la rapidità del pensiero implica l’intuizione, oltre che l’assenza di inibizioni nel passaggio tra pensiero e parola, e tra quest’ultima e l’azione. L’urgenza provoca proprio l’effetto contrario: la confusione tra pensiero, parola ed azione che nasce dall’incapacità di soppesare o verbalizzare la pulsione iniziale. Nella famiglia di Ludovica, lo scorrere del tempo è scandito dai ritmi della religione e della montagna. Lei è la più piccola di quattro figli. Mi descrive i genitori, gente onesta della Valdossola, come una coppia di lavoratori imbrigliati nei doveri e nei ruoli. La gestione degli affetti è delegata alla madre, che ha allevato i figli, e le ragazze soprattutto, secondo i principi più tradizionali. Il loro futuro è stato programmato sin dall’infanzia: dagli studi all’apprendistato, fino al matrimonio con un serio lavoratore della zona, se possibile astemio. Dato che i soldi erano pochi, la mamma aveva pensato di spingere Ludovica sulla strada della vocazione religiosa. Dopotutto lei era servizievole e ubbidiente. E si tollerava ben volentieri quell’unica passione per le quattro tartarughe che allevava con tanta cura, che disegnava in classe e che, in definitiva, le permettevano di vivere di riflesso una vita lenta, intensa, difesa da una corazza protettiva. Ma quella che all’apparenza sembrava una bambina modello nascondeva un vulcano di emotività. E riuscendo a finanziarsi da sola gli studi da infermiera, Ludovica riesce a sfuggire a un destino di religiosa e all’angusta vallata della sua infanzia. Il primo uomo che Ludovica incontra, e al quale chiede soprattutto affetto, la mette incinta. Da allora le sue storie d’amore sono caratterizzate da due costanti: la negatività e la non disponibilità del partner. I partner che Ludovica trova o sono già impegnati oppure addirittura sposati. Con ognuno, lei vive nell’illusione di essere stata scelta, e si adegua ai suoi tempi. Ma poi, frustrata e delusa, finisce per interrompere una relazione che spesso si è ridotta al solo rapporto sessuale. L’emotività bipolare di Ludovica si manifesta anche nel corpo. All’anoressia si alterna la bulimia, ai rari periodi in cui si sente sessualmente disponibile [«continuamente bagnata», come dice lei) seguono fasi di completo disinteresse per il sesso. La sua analisi inizia proprio a partire da questo problema. Ed è subito chiaro che si tratterà di un processo molto lento: i cambiamenti richiederanno anni più che mesi. All’inizio, cerco di farla uscire dalla sua passività e dalla posizione di sottomissione a cui è abituata. Assuefatta a privarsi del diritto di desiderare, lei sarebbe portata a ringraziarmi per il solo fatto di averla ammessa alla terapia. Dopo mesi di investigazione del mondo che si nasconde dietro la sua mancanza di energia, Ludovica sembra risvegliarsi. Vive esperienze sentimentali e sessuali che finalmente la soddisfano. Ma al primo incontro con un uomo che conta e che per di più è disponibile, emerge in lei un insopprimibile sentimento d’urgenza. Me ne parla, e dice che sta rischiando di mandare tutto all’aria. Lui è come lei uno studente: hanno simpatizzato, mangiato insieme, e dopo qualche giorno hanno fatto l’amore. Non abitando nella stessa città, il legame è mantenuto vivo da ripetute telefonate. Di qui il problema. Lui ritarda una telefonata di poche ore, e lei mi dice che le è insopportabile aspettare tanto a lungo qualcosa di cui ha bisogno, in questo caso l’affetto dell’uomo che ama. Si sente affamata di affetto, e per fortuna è riuscita a trattenersi dal parlarne con l’amico, ed ha elaborato questa pulsione in sede terapeutica. Le faccio notare che questa urgenza è legata alla difficoltà che lei incontra nel gestire i sentimenti, dato che i bisogni del cuore vengono assimilati a quelli della pancia. Nel corso della seduta, Ludovica mi chiede di alzarsi: deve andare urgentemente in bagno, ed è facile per me mettere in relazione questa incontinenza al suo bisogno viscerale di vivere emozioni e sentimenti. Le personalità incapaci di vivere gli affetti senza mediazioni, non nel mondo del desiderio ma in quello scandito dall’urgenza del bisogno, sono molte. La sfida per loro è sperimentare con il terapeuta una strada alternativa. Se si riesce a stabilire con loro un rapporto di fiducia, anche le pulsioni dell’emotività possono essere differite. Se viene superata l’insicurezza di fondo si attenua anche la paura dell’abbandono che così spesso porta all’urgenza.

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