La Normalità Tra Quantità E Qualità

Il desiderio di sentirsi normali se da un lato è legittimo, dall’altro espone al rischio del conformismo. Spesso infatti implica la delega del giudizio su di sé a un’autorità esterna. In cambio del senso di appartenenza che organizzazioni di tipo religioso, politico o culturale possono fornire, è richiesta la rinuncia a una parte della libertà individuale: quando non si vuole fare la fatica di essere responsabili si finisce per accettare acriticamente una condizione di mancanza di autonomia.
A compiere questa scelta sono in molti. La sociologia conosce bene l’istinto gregario. Che è stato interpretato come un elemento utile all’adattamento sociale (per la scuola di pensiero più conservatrice) o come l’anticamera della sottomissione (secondo una visione più radicale). Anche a livello psicologico si propone la stessa dualità. Nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, l’identità personale si costruisce a partire da risposte conformi alle aspettative dei genitori. Più avanti, l’ego trova nuova forza nei momenti di totale opposizione al padre e alla madre. È quindi difficile definire la normalità affettiva: da una parte significa adeguarsi ai comportamenti della maggioranza, dall’altra realizzare l’identità personale. Si tratta insomma di una condizione ambigua per definizione, che si complica quando i criteri di valutazione quantitativa si mescolano a quelli qualitativi.
Come mostreremo in questo libro, è molto difficile valutare la qualità di fenomeni come la normalità, o anche il rapporto tra rigidità e rigore, o la differenza tra controllo e padronanza. Si sbaglia nell’indulgere nei vizi capitali, ma altrettanto sbagliato è ricadere in quelli che la giornalista Maria Venturi ha chiamato contropeccati. L’attivismo può essere deleterio almeno quanto l’ozio. La competitività spesso sostituisce l’invidia, la frugalità prende il posto dei peccati di gola non solo come abitudine alimentare ma anche come stile di vita.
Non è possibile stabilire dove sia il giusto se non a partire dalle proprie esigenze e dalla storia personale. Invece, molti di quelli che mi consultano per problemi sessuali o sentimentali pensano di essere anormali. Ma come definire la normalità ? Abbiamo già affrontato il tema, ma ci sembra giusto riesaminarlo almeno per brevi cenni.
Un primo criterio è quello della normalità statistica: normale è ciò che corrisponde al comportamento della maggioranza della popolazione. A partire da questo principio sono nate le grandi inchieste sulla sessualità che hanno trasformato il mondo dei sentimenti in un atlante di botanica. In saggi del genere, a dominare è il bisogno di rassicurazione che proviene dal sapersi inseriti nella media dei comportamenti di un gruppo dato. Chi fa riferimento a questo criterio pone domande stereotipe sulla lunghezza del pene, sul giusto numero di orgasmi quotidiani, su quale sia la frequenza normale dei rapporti d’amore. E persino su quanti figli sia lecito programmare per non sentirsi diversi.
Chi prende le distanze dal conformismo statistico e ritiene più giusto dare spazio ai bisogni individuali spesso conclude che l’unico strumento per definire la normalità sia quello medico-legale. Si delega allora alla legge il compito di tracciare lo spartiacque tra quello che è normale e quello che non lo è: i fautori di comportamenti sessuali particolari sono in genere i più inclini a questa visione della sessualità.
Agli albori della civiltà, la definizione della normalità morale era affidata alla religione, a cui spettava la giurisdizione non solo sul sapere umano ma anche sull’alimentazione e sulla sessualità. Oggi che a parlare di affetti ci pensano gli psicanalisti, i sociologi si occupano di sentimenti e i filosofi di comportamento, proprio i malintesi sui codici morali sono alla base del conflitto di coppia. Chi si rivolge a noi sessuologi spesso porta inconsapevolmente dentro di sé una ancestrale visione etica, e il nostro lavoro consiste nel portare il paziente ad assumersi le responsabilità delle scelte morali che compie, affinché non rimangano allo stadio di eredità inconscia.
Proprio in sessuologia, l’idea di normalità morale è particolarmente difficile da definire. Basti pensare a quanti trovano che la trasgressione costituisca il migliore afrodisiaco. O alle dame della buona società che si occupano di assistenza sociale a prostitute e drogati solo per poter gettare un occhio su questo mondo a loro proibito. O ancora, si consideri il successo di un libro come DONNE CHE AMANO TROPPO, venduto in cinque milioni di copie nel mondo per un fraintendimento sul titolo. Perlomeno questa è l’idea che me ne sono fatta: chi ha comprato il libro non era tanto interessato a capire come si fa a non amare troppo, voleva piuttosto vedere come queste donne abbiano fatto ad amare così tanto. O meglio, troppo, come annuncia il titolo alimentando speranze trasgressive per un saggio che si occupa del problema ben più serio di chi soffre di bulimia sessuale.
È proprio per la divergenza di opinioni sul concetto di normalità che molte coppie entrano in conflitto. Tipica è la situazione della coppia in cui lui è un fautore della monogamia, mentre lei è una femminista che argomenta le sue idee con le statistiche sull’adulterio. O ancora: lei che vuole lasciare il partner che ha avuto un episodio gay e lui che si fa forte delle conclusioni dell’associazione americana di psichiatria, secondo cui l’omosessualità non va più considerata una malattia.
In situazioni del genere, le terapie aiutano a ridefinire i rispettivi ideali di normalità piuttosto che entrare nel merito del contenzioso. In questi casi si cerca prima di tutto di sfrondare il campo da ideali statistici, religiosi o morali del tutto fuorvianti per poi affrontare lo spinoso problema della normalità soggettiva. Il nocciolo della questione sta nell’affrontare introspettivamente la propria vita per affidarsi a criteri di valutazione diversi da quelli quantitativi. È solo allora che prende forma il bisogno di una più ricca qualità dei sentimenti, insieme alla capacità di rispondere a questa esigenza.

IL BISOGNO DI ESSERE NORMALI.

Per chi si occupa professionalmente di sessuologia, la contraddizione tra normalità e diversità emerge quotidianamente. La prima condizione alla lunga annoia, la seconda spaventa. Che esista il bisogno di essere conformi alla norma è confermato dalle continue richieste di rassicurazione avanzate dagli uomini sulle dimensioni del pene. Per molti di quelli che si presentano negli studi degli andrologi sollevando questo problema, l’insufficienza non è localizzata a livello dei genitali ma simboleggia una più generale paura di non essere all’altezza delle situazioni.
Louis Subrini, un urologo francese che ha lavorato per quattro anni a Tahiti, in occasione della sua comunicazione al Congresso mondiale di Sessuologia (Caracas, 7 dicembre 1989), ha spiegato che molti marinai dell’Estremo Oriente si infilano sotto la pelle del pene delle piccole conchiglie che a poco a poco aumentano il diametro del loro organo sessuale. A beneficio di chi invece è preoccupato dalla lunghezza del suo membro, Subrini ha scoperto che il pene è comparabile per estensione presso tutte le razze, e a cambiare è solo l’inserimento nel perineo. Se la popolazione africana ha un pene per due terzi esterno ed i bianchi mezzo dentro e mezzo fuori, gli asiatici hanno una profonda inserzione all’interno del perineo. Per questo Subrini ha messo a punto un intervento chirurgico che permette di spostare il pene verso l’esterno o verso l’interno, guadagnando o perdendo fino a cinque centimetri di lunghezza: una tecnica che ha avuto notevole successo sia tra le persone sessualmente poco dotate che tra quelle che si sentivano troppo potenti. Se c’è chi si preoccupa per questioni di insufficienza, non manca infatti chi ha il problema opposto. Matteo è timidissimo. Arrossisce in continuazione, e il suo psicanalista lo manda da me sospettando che il problema non sia solo psicologico. Dopo aver passato molti dei suoi ventun anni in terapia, Matteo è riuscito finalmente ad avere un rapporto con una coetanea. I due non sono mai riusciti però a fare l’amore. Le difficoltà di penetrazione sono state, a torto, imputate all’inesperienza di lei, e anche per questo la relazione si è interrotta.
È stato nel villaggio turistico dove ha passato le vacanze successive che Matteo ha sperimentato per la prima volta il sesso. La tema di avventure che ha vissuto nel breve spazio di un mese si sono però fermate al petting: spaventate dalle dimensioni del pene del ragazzo, tutte e tre le donne si sono infatti rifiutate di avere con lui un rapporto completo. In preda all’ansia, Matteo mi chiede se è possibile ridurre le dimensioni del suo pene con un intervento chirurgico. Gli è persino difficile usare preservativi di dimensioni normali, e mi domanda se esistono in commercio modelli extralarge. È insomma ossessionato dall’idea di essere superiore alla media.
La visita andrologi ca conferma che la conformazione del suo pene è armoniosamente superiore alla media, e cerchiamo di spiegare a Matteo che questo non gli procurerà problemi. Dopo alcune sedute se ne convince e riparte con il solo problema residuo di trovare un preservativo adatto alle sue dimensioni.

LA QUANTITÀ NON È SEMPRE UN PREGIO.

Fare spesso l’amore non sempre significa migliorare la qualità della propria vita sessuale. Quantità e qualità a volte si esaltano in una felice sinergia; più spesso si oppongono in una feroce antinomia. Ecco alcuni casi di quantità sessuale di dubbia qualità:

Marisa chiede di essere visitata per una dispareunia (ha rapporti sessuali dolorosi) che è accompagnata da stati di angoscia e da un esaurimento nervoso. Mi dice che da quando lo scorso Capodanno il marito l ‘ha vista ballare con un altro uomo, la loro vita è diventata un inferno. L’episodio ha scatenato in lui una possessività che si esprime attraverso un’attività sessuale forsennata. Appena può, abbandona l’ufficio per fare l’amore con la moglie. La sera rientra dal lavoro in anticipo e non perde l’occasione di consumare mentre il risotto finisce di cuocere. I due o tre rapporti quotidiani non escludono quello notturno, se la fatica lo consente o i programmi televisivi sono particolarmente noiosi. Così non avrai voglia di farlo con altri commenta lui a denti stretti.
La gelosia può trasformarsi in un eccellente afrodisiaco, ma non è mai in grado di migliorare la qualità dei sentimenti, che in questo caso sono anzi del tutto emarginati dal rapporto.
Da due anni Carla non riesce a scrivere, e trattandosi di una nota narratrice la cosa comincia a preoccuparla. Mi dice subito che tutto dipende dall’avere interrotto l’attività sessuale. Per schiarirsi le idee, ha sempre avuto bisogno di essere penetrata e arrivare così al godimento. Era uno strumento di ispirazione collaudato in numerosi anni di attività e attraverso diversi libri di successo, ma avendo lei passato la settantina le cose si sono fatte più difficili. Il suo partner ultraottantenne è stato sconsigliato dal cardiologo a proseguire l’attività sessuale per non affaticare troppo il cuore. Si è quindi defilato dagli incontri galanti, e lei non ha trovato di meglio che consultare un sessuologo. Purtroppo, vista l’età fu impossibile trovare una soluzione per il suo caso.
Il sesso compulsivo non è praticato solo in modo utilitaristico come questo esempio porterebbe a pensare. Lo si ritrova anche tra gli adolescenti e in altri momenti della vita. Talvolta, la non comprensione dei motivi che portano ad una sessualità frenetica porta alla ninfomania: il sesso serve allora a soddisfare bisogni psicologici pregenitali e a confermare le capacità di chi lo pratica.

Esiste poi il sesso che riempie. Come nel caso di Julia, una ragazza che si è rivolta al centro di psicosomatica dell’ospedale di Ginevra per un grave caso di bulimia (fame nervosa). Come tante sue compagne di università, quando è sotto stress Julia si ingozza di cibo di ogni genere che poi volontariamente vomita; inoltre fa un grande uso di lassativi per non ingrassare. Questo accade da due anni, da quando cioè è stata abbandonata dal fidanzato, con cui aveva un’intensissima attività sessuale. Dimostrando grande intelligenza, ci dice di avere capito che è proprio l’assenza di sesso che la porta a riempirsi di cibo.
La bulimia di Julia è ora, dopo vari e importanti interventi a livello medico e psicologico, sotto controllo. Ma la sua affermazione ci conferma la distanza che esiste tra il sesso compulsivo e quello relazionale. Benché sia importante, il primo porta a scaricarsi, mentre il secondo permette di comunicare.

I DECIBEL AFFETTIVI.

Un concerto a cui ho di recente assistito con mia moglie aveva in programma il Poema dell’estasi di Skrjabin. È un brano che amo per la sua forza e brillantezza. Mia moglie lo trova invece troppo intenso, specie se eseguito dal vivo, perché l’intensità le impedisce di apprezzare le finezze della melodia.
Anche nel mondo dei sentimenti c’è chi ha bisogno di molti decibel affettivi per vivere le emozioni. Che si tratti di musica o di rapporti umani, queste persone non riescono a cogliere le mezze tinte. Si situano così all’opposto di quei privilegiati che riescono ad alternare emozioni intense a rapporti più sfumati a seconda delle situazioni e delle persone con cui entrano in contatto.
Per sentirsi vivo, Gianfrancesco è obbligato a scatenare delle vere e proprie tempeste emotive. In realtà, si trova a suo agio solo in situazioni limite, e quando le acque sono troppo calme si inventa degli incidenti. Anche quando gioca a tennis drammatizza: se un avversario reclama un punto è un ladro, se il compagno di doppio sbaglia una palla ha compiuto un errore fatale. In amore gli succede lo stesso, e le storie di Gianfrancesco sono sempre tempestose e all’insegna della litigiosità. In ogni dissidio lui coinvolge amici e parenti, e i suoi flirt sono un tema obbligato delle chiacchiere mondane.
Una delle persone con cui va più d’accordo si chiama Cleopatra, un nome che è tutto un programma. È una specialista nel complicare le faccende più semplici e nel creare incidenti teatrali. Litiga con tutte le donne specie se attraenti, conosce la vita intima di tutti i reali d’Europa e la sua lettura preferita è Novella 2000.
Sia Gianfrancesco che Cleopatra vivono come in un film western: non possono stare più di cinque minuti senza un colpo di scena. L’azione serve loro per sentirsi veri: una condizione comune a molti. Le recenti polemiche sulla febbre del sabato sera, che ha portato migliaia di genitori a schierarsi contro gli eccessi notturni dei figli, partono dallo stesso bisogno. E lo stesso si può dire del fenomeno dei raduni rave, le feste che coinvolgono migliaia di ragazzi dalle tre del mattino al pomeriggio del giorno dopo. La necessità di vivere intense esperienze emotive è sempre legata al bisogno di verificare i propri limiti. Un’esigenza che è portata all’estremo dagli psicotici, che spesso si fanno del male ancor prima che la crisi di nervi abbia inizio: ferirsi significa per loro sentirsi e ritrovare così il senso del limite del proprio corpo della propria personalità.
La verifica dei propri limiti, che da bambini costituisce un tassello fondamentale nella costruzione della propria identità, si accentua nel corso dell’adolescenza. I suicidi di teenager a partire dai quali si è costruito il mito della gioventù bruciata spesso sono solo incidenti: il desiderio non era quello di morire ma di sperimentarsi ai confini della incolumità personale. E l’esperimento è andato troppo oltre.
Per molti, rischiare è l’unico modo per creare l’intensità emotiva che sola merita di essere vissuta. Woody Allen ha interpretato magistralmente questo genere di personaggio nell’episodio del film Tutto Quello Che Avreste Voluto Sapere Sul Sesso Ma Non Avete Mai Osato Chiedere in cui i protagonisti riuscivano a vivere la loro sessualità solo in pubblico: sotto il tavolo di un ristorante o nelle sale di un museo. Nel reparto di sessuologia dell’ospedale dove lavoro conosciamo molti casi del genere. Leslie ad esempio si è rivolta a noi di recente perché riesce a fare l’amore solo in una caserma o sdraiata sulle rotaie all’interno di una galleria ferroviaria. Senza addentrarmi nelle molte implicazioni psicologiche della sua storia, dirò che il tratto saliente della sua personalità è l’amore del rischio affrontato con una doppia speranza: che molti treni passino durante il rapporto e che il rumore del loro arrivo sia abbastanza forte perché lei e il partner possano scansarsi per tempo.

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