Un Nuovo Stadio Della Vita

Sono arrivato ad aderire al movimento attraverso una serie di processi adolescenziali e culturali: dalla lettura di Pavese, di Sartre, tutte cose un po’ cultura piccolo-borghese anni ’50. La scelta di stare col movimento, per me, risolse anche una crisi personale”; comportò anche il fatto di troncare netta­mente con una serie di problemi individuali, esistenziali.
Siamo stati, anche noi, quindicenni, poi sedicenni, dicias­ettenni, diciottenni. C’era il Vietnam, Cuba, L’America Latina, la Grecia, la morte del Che, ancora il Vietnam. Ma questa era la politica; riguardava solo alcuni di noi; cresceva parallelamente ma separatamente dal resto. Il resto: c’era l’aggregazione disordinata ed eclettica di una cultura giovanile che ho già definito romantico-liceale e che raccoglieva, affastellati l’uno sull’altro, Martin Luther King, John Kennedy (perché negarlo?), Cesare Pavese, Jacques Prévert, Fidel Castro, Lee Masters, James Dean (forse), Danilo Dolci, Malcolm x, Giacomo Leopardi e poi – per ognuno – propri personali miti e simboli: Gigi Meroni, ad esempio, e Lenin.
Eclettismo, disordine, confusione … in generale è una gioventù che desta poche preoccupazioni, che ispira scarso interesse e che non dà l’impressione di riserbare grandi sorprese: cosi si espresse sulle colonne del «messaggero», il 2 febbraio del ’59, il sociologo Camillo Pellizzi. Eppure la rivolta covava sotto la cenere. In una forma certo ancora ingenua, ma non per questo meno combattiva.
I giovani diventano un problema (culturale, sociale, politico) quando con la scolarità di massa si dilata notevolmente la fase adolescenti ! E Si crea così, nelle società industriali, un nuovo stadio della vita, che prima non esisteva poiché si passava diret­tamente dall’infanzia all’età virile; uno stadio della vita in cui i modelli, le regole più importanti vengono dai coetanei. Uno stadio della vita, infine, che porta molti giovani – a un’età in cui potrrebero essere sposati, avere dei figli, svolgere un la­voro – a non avere invece responsabilità pratiche, a dipendere economicamente dalla famiglia e professionalmente dalle autorità scolastiche e universitarie.
Ii fenomeno si delinea in tutta la sua portata all’inizio degli anni cinquanta. È allora che i giovani cominciano a sentirsi un gruppo sociale omogeneo, con caratteristiche unificanti comuni: una «classe», secondo la celebre definizione di Jobo e Margaret Rownthree. E se una tale definizione è forse poco appropriata (come anche quella più recente di «proletariato giovanile», è certo però che questa nuova «fase di vita» (così l’ha chiamata Kenneth Keniston) dischiude ai giovani un campo prima inesplorato di rapporti interpersonali, li unisce in una comune vicenda esistenziale. E li fa sentire diversi dal resto della società, dai matusa, da quello che viene genericamente definito «il mondo degli adulti».
Questa diversità (soprattutto negli Usa) si esprime inizial­mente nella forma della banda, del piccolo gruppo che proclama la sua completa estraneità alle regole e ai comportamenti della morale corrente. Successivamente assume un rilievo relativamente di massa con i movimenti beat, provos olandese, dammler tede­sco, che in Italia, però, si configurano in linea generale come fenomeni di élite, di Minoranze urbane. Il loro protagonista è il teenager (13-19 anni). «Intorno al nuovo soggetto sociale si configura un’area giovanile omogenea, compatta e antagonistica o, meglio, agnostica, nei confronti del mondo di “prima della guerra.”: la cui caratteristica peculiare è l’autonomia anche economica, frutto della crescente disponibilità di denaro offerta dal Welfare State. Quest’autonomia consente ai giovani di im­porre, in una società votata al consumismo, i propri gusti, incli­nazioni, infatuazioni (Elvis Presley, James Dean, Marlon Brando) e mode esistenziali che vanno dalle bande macromotorizzate degli Hell’s Angels californiani e degli Hippies di Washington Square, ai gruppi teppistici europei (huligani sovietici, provos olandesi, ecc). Le doti più tipiche della nuova figura giovanile sono l’ironia, la dissacrazione, il dileggio dell’autoritarismo e del conformismo dominanti (nella famiglia, nella scuola, nell’insieme del corpo sociale). Per il teenager i capelli lunghi, la sporcizia, l’abbigliamento, la musica pop, le fughe da casa, le comuni, la filosofia orientale, la droga, l’ispirazione ecologica, l’alimentazione alternativa sono tutti modi di opporsi alle ipocrisie e alla tartuferia dei padri alla repressione scolastica, familiare, sessuale. Si leggono Reich, Marcuse, si scopre la dimensione del piacere e del gioco (dell’eros, negato e rimosso da secoli di «civilizzazione»), si ridà voce ai propri istinti, al proprio corpo, si cerca di instaurare un nuovo rapporto tra uomo e donna. Si infrangono vecchi tabù (sessuali ma soprattutto culturali), si arriva persino a contestare il ruolo della ragione, mito indiscusso della civiltà occidentale. Disso­ciarsi, accendersi, sintonizzarsi, divengono le parole-slogan di un’intera generazione di giovani americani. È così che Timothy Leary, il gran sacerdote della rivoluzione psichedelica, predica il credo della cultura-religione della droga: la condizione del drop-out dei dissociato come libera scelta. Secondo le teorie di Leary, l’uso delle droghe psichedeliche (canapa indiana e allucinogeni) porta a un rapporto più umano e soddisfacente con l’universo e con gli altri e favorisce la ricerca di modi alternativi di stare con se stessi, con il prossimo, con la natura. La droga è un tramite di liberazione: fa’ parlare il corpo, dilata il linguaggio, allarga l’universo sensoriale e percettivo. E’ insomma, uno dei mezzi per liberare la mente dalle tenebre, per costruirsi un argine di difesa dall’invadenza della società dei consumi: come avevano indicato per primi Burroughs e Keroune, Ferlinghetti e Gisberg, i padri della beat generation. L’altro canale di liberazione, di socializzazione è la musica.
Se il rock and roll era ancora il linguaggio della banda (che racconta la rabbia del ghetto), il pop della trasformazione sociale, della tensione collettiva.
Musica non vuol più dire ballo, petting serale, sensualità desiderata e mai consumata dell’erotismo giovanile. Musica vuol dire adesso “stare insieme”, irridere i benpensanti, contestare l’ordine, il decoro, la rispettabilità, l’efficienza. I Beatles, i Rolling Stones, Dylan sono il simbolo di questi antivalori. Il simbolo del rifiuto della ricchezza, delle ambizioni e del prestigio sociale in nome di una vita alternativa, basata sulla spiritualità e lontana il più possibile dalla compettitività e dal consumo.

Anunțuri

Lasă un răspuns

Completează mai jos detaliile tale sau dă clic pe un icon pentru a te autentifica:

Logo WordPress.com

Comentezi folosind contul tău WordPress.com. Dezautentificare / Schimbă )

Poză Twitter

Comentezi folosind contul tău Twitter. Dezautentificare / Schimbă )

Fotografie Facebook

Comentezi folosind contul tău Facebook. Dezautentificare / Schimbă )

Fotografie Google+

Comentezi folosind contul tău Google+. Dezautentificare / Schimbă )

Conectare la %s