La Gioventù Del Malessere

E in Italia ? In Italia questi fermenti appartengono ancora a piccole minoranze, e si esprimono generalmente nella forma assai edulcorata del beat casareccio dei rokes, dei Nomadi, dell’Equipe 84 o dell’urlo strozzato di Gianni Morandi (c’era un ragazzo che come me…) e di Carmen Villani (sì, proprio lei) che incita i giovani alla disobbedienza civile con le sue mille chitarre contro la guerra. La droga, la liberazione sessuale sono di lì a venire. I capelloni, il rifiuto dell’autoritarismo, la «linea verde», il pacifismo sono fenomeni e tendenze di élite ristrette di origine prevalentemente urbana.

La protesta giovanile – quando di protesta si tratta assume un carattere il più delle volte passivo, che non va oltre la chiusura nel proprio universo, l’incomunicabilità col mondo degli adulti. Più di Dylan e di Joan Baez sono i cantautori, in Italia, a interpretare le ansie esistenziali della nuova generazione. Nel deserto di allora, Gino Paoli – inconsapevolmente ? Svolge in campo culturale una funzione „sovversiva”. In una Italia non ancora divorzista e saldamente bacchettona nelle sue manifestazioni sentimentali pubbliche, le sue canzoni erano tutte chiaramente ed esplicitamente libertine e adulterine… Gino Paoli comunicò all’Italia discofila e pudibonda che l’amore lo si fa anche nei letti e che spesso esso è squallore, noia e desolazione; e che, comunque, è fatto (guarda un po’) anche di corpi e di sudori. Tutto questo, unitamente ad atteggiamenti ingenuamente o vanitosamente irregolari, faceva di Gino Paoli un autore, in qualche modo usabile, della gioventù „intelligente e (quindi) di sinistra” di quegli anni, quella che si formava nei licei e nei circoli culturali di provincia. Non diverso il destino di Luigi Tenco, che ai due elementi costitutivi della personalità di Paoli (la sincerità espressiva e l’anticonformismo degli atteggiamenti) un terzo ne aggiungeva: una scelta politica che lo portava a dichiararsi comunista nelle interviste ai giornali. Cosa strabiliante per la canzonetta dell’epoca.

È che l’Italia non è l’America; e nemmeno l’Inghilterra, la Francia o l’Olanda. Il «miracolo economico», la diffusione di, massa di un certo consumismo e di un qualche benessere hanno avvicinato, è vero, il nostro paese (tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60) ai livelli raggiunti dalle società capitalistiche più sviluppate. Ma il gap resta ancora incolmabile, mentre permangono tutte le contraddizioni – e le storture e le arretratezze – del nostro meccanismo sociale ed economico. Il boom fa uscire la società italiana dagli orizzonti angusti dell’Italia agricola-industriale (arcaica, patriarcale, chiusa, a basso livello di consumi) e determina sconvolgimenti sociali che lacerano il vecchio involucro delle forme comunitarie precapitalistiche, con riflessi evidenti sui comportamenti, sui costumi diffusi, sulle gerarchie di valori. Ma le strutture della società civile (dalla famiglia alla scuola alla chiesa) sono per molti versi ancora arretrate, e caotici e inefficienti continuano a essere i principali servizi sociali e collettivi.
Valga per tutti l’esempio della scuola. Per il centro-sinistra, la scuola doveva fungere da momento-cerniera di un nuovo disegno dello sviluppo ispirato ai principi della programmazione e della razionalizzazione. E difatti il centro-sinistra elabora una politica scolastica di lungo respiro, di cui l’ipotesi Svimez del 1961 è l’esempio più probante. Occorre – si dice – eliminare le strettoie (suddivisione della scuola secondaria inferiore, forte selettività di quella superiore) che canalizzano verso l’alto solo un numero ristretto di studenti; occorre qualificare nuovi quadri per sostenere l’espansione. Eppure, ancora nel ’68 – quando, al termine della fase alta della congiuntura, il ciclo si è ormai invertito e quel modello di apparato non potrà più essere collegato a quel progetto sociale – la scuola italiana continua a mostrare tutte le sue crepe, tutte le sue endemiche disfunzioni.

I giovani, insomma, non hanno davanti a sé né un paese simbolo del capitalismo e dell’imperialismo né un paese avviato verso più modesti traguardi di sano riformismo occidentale. E sì che il centro-sinistra, al suo nascere, aveva assicurato che i tradizionali squilibri della società italiana sarebbero stati rapidamente superati e che problemi spinosi come la piena occupazione, l’unificazione economica, la questione agraria sarebbero stati finalmente risolti. E aveva affermato che lo stesso problema tradizionale per l’Italia, dello squillibrio tra offerta di lavoro da un lato, e domanda di lavoro, dall’altro, era da considerarsi superato e sostituito da un altro problema, quello della non coincidenza tra i luoghi dove il mercato rende convenienti i nuovi investimenti e i luoghi dove la forza di lavoro è disponibile.

I primi anni del centro-sinistra sulla scia di un’espansione economica che non accenna a rifluire danno in particolare ai giovani la sensazione che l’Italia stia cambiando davvero, che il paese si stia finalmente incamminando sulla strada della modernità con la volontà di bruciare rapidamente le tappe, di colmare in breve tempo il divario che lo separa dalle società industriali più progredite. È su questo terreno (sul terreno riformistico dell’idea – forza di una ripresa non soltanto economica, ma sociale e civile, del mondo occidentale) che riprende forza e credibilità – all’inizio dei ’60 – anche il «mito americano»; è su questo terreno che nasce la simpatia verso John Fitzgerald Kennedy, altrimenti inspiegabile per una generazione che di li a poco «farà il ’68, sospinta dall’esempio del «che», del vietnam e delle altre lotte di liberazione nazionale: dall’algeria al congo a cuba. Promesse, speranze, disillusioni… da questo groviglio di problemi prende corpo il malessere giovanile della metà degli anni sessanta. Ma si tratta, appunto, di malessere (di generica ostilità verso le ipocrisie, il conformismo, il falso perbenismo dei padri, che si mescola ancora alla denuncia delle arretratezze in nome della modernità e non va oltre la protesta passiva: una protesta che solo di rado si incontra con la politica, limitando il suo raggio d’azione alla sfera dei comportamenti, delle mode culturali e musicali.

D’altra parte, la trasformazione della società italiana (avvenuta peraltro caoticamente: esodo rurale incontrollato, immigrazioni selvagge, congestionamento convulso delle principali aree metropolitane) e l’ideologia «americanista» che ne consegue portano con sé anche guasti profondi e distorsioni nei sistemi di idee, nel senso comune – dal mito del consumo al carrierismo, fino alL’affermarsi di forme discutibili di liberazione della personalità – generano manifestazioni di esasperato individualismo. La «600», il frigorifero, la lavatrice diventano le massime aspirazioni delle famiglie italiane, una specie di status symbol: un segno tangibile di successo, di promozione sociale. Sono le illusioni di un’Italia che vuole a tutti i costi fingersi spensierata per lasciarsi alle spalle gli anni delle vacche magre, della fame, dell’immediato dopo guerra. >>> viva la vita pagata a rate/con la 60 0. La lavatrice/viva il sistema che rende eguale e fa felice/chi ha il potere e chi invece non ce l’ha <<<, canta con ironia e con rabbia Ivan Della Mea.

Ed è contro queste manifestazioni di «integrazione nel sistema (di apatia, di rassegnazione, di «tragica spensieratezza») che il disagio e l'insofferenza dei giovani cominciano a tingersi di venature più spiccatamente ideologiche e politiche. I giovani iniziano ad avere più chiara la percezione del carattere alienante di un certo tipo di sviluppo che mortifica la formazione complessiva dell'individuo; aprono gli occhi sulle storture e le falsità che esso comporta e sulla desolazione e la solitudine che sono sottese a una certa concezione del benessere. Ho visto la gente della mia età andare via/lungo le strade che non portano mai a niente/cercare il sogno che conduce alla pazzia/nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo/e un dio che è morto/ai bordi delle strade dio è morto/nelle auto prese a rate dio è morto/nei miti dell'estate dio è morto… scrive francesco guccini parafrasando in italiano – liceale la rabbia iconoclasta delL'urlo di Ginsberg. E quando la ribellione non si colora di ideologismi, c'è però un'insoddisfazione sommersa che trae origine da quella particolare condizione di infelicità e di miseria personale che è il tratto più caratteristico della gioventù di quegli anni. E di cui, appunto Gino Paoli è il cantore più sensibile. Cos'altro sono i suoi alberi, alberi infiniti, i suoi soffitti viola
Che si lacerano all'urto del cielo se non la ricerca di un mondo diverso da qui ? Di un mondo «nostro» per eccellenza, da difendere contro l'incomprensione degli adulti, da sentire come proprio in quanto viene negato dagli adulti ?

Del resto, come ha scritto Marco Lombardo Radice, il '68 l'hanno preparato anche «le prime discussioni sulla nostra sessualità infelice, l'odio per i professori sadici e la noia per quel che studiavamo, l'esigenza di una socialità meno vomitosa delle festicciole del sabato pomeriggio, i Beatles e i Rolls». E quando la rivolta sarà già esplosa, l'elemento generazionale (di lotta tra generazioni, oltreché di lotte di classe) continuerà a incidere sui comportamenti giovanili. Basta soffermarsi sui linguaggi studenteschi per averne una prova: in tutti i documenti delle università occupate si parlerà di autoritarismo; perfino l'estremismo verrà definito come un rimedio alla malattia senile dei comunismo.

Intanto, prima che questi fermenti si incontrino con il «Che», con la rivoluzione culturale cinese, con il Vietnam, i giovani italiani – nel novembre del ’66, durante l’alluvione di Firenze danno una prova straordinaria di abnegazione e di mobilitazione civile. I «capelloni», gli «angeli del fango» rappresentano la più secca smentita di quanti avevano parlato di «gioventù traviata», di quanti avevano definito i giovani come incapaci di suscitare interesse e di «riserbare grandi sorprese».

Anunțuri

Lasă un răspuns

Completează mai jos detaliile tale sau dă clic pe un icon pentru a te autentifica:

Logo WordPress.com

Comentezi folosind contul tău WordPress.com. Dezautentificare / Schimbă )

Poză Twitter

Comentezi folosind contul tău Twitter. Dezautentificare / Schimbă )

Fotografie Facebook

Comentezi folosind contul tău Facebook. Dezautentificare / Schimbă )

Fotografie Google+

Comentezi folosind contul tău Google+. Dezautentificare / Schimbă )

Conectare la %s