Come Stai ?

Due parole, poche lettere, una domanda di cortesia così come una richiesta che nasce da dentro, in profondità, nel luogo dove si accumulano sentimenti annodati a pensieri, specialmente quando il tempo e lo spazio separano colui che pone la domanda e il destinatario della stessa. Quando è domanda di cortesia però non ha meno importanza, si tende magari a trascurarne il peso reale, così si risponde con altrettanta cortesia che si sta bene o che comunque le cose vanno, spesso per non addentrarsi nel vero stato in cui siamo o ci sentiamo. Va bene così e si passa oltre. Ci sono poi le volte in cui, chiedendo come stai a qualcuno, si mette tutto il desiderio e la speranza che l’altro stia bene nella domanda e con coraggio si attende la risposta perché non è scontato che questa sia sempre totalmente positiva, dal momento che fa parte della vita inciampare in qualche ostacolo, ed è la paura che l’altro possa stare male a far pensare così qualche volta, almeno così è per me più spesso di quanto vorrei. Il percorso della mia vita mi ha portato a temere forse una volta di troppo rispetto al vivere le cose con la disinvoltura che la vitalità stessa determinerebbe. Ti chiedo, dunque, come stai perché non sapere come stai mi fa stare in ansia. Ti chiedo come stai non per farti un torto rammentandoti come ti senti, se in quel momento non stai bene, ma perché (si perdoni dunque la persona che fa la domanda) certe corde del cuore hanno bisogno prepotente di sapere. E questo sapere va di pari passo con il sentimento che si prova per la persona alla quale ci stiamo rivolgendo. Non c’è tempo perché arrivi fino alla mente ragionante il dubbio che questa sia una domanda inopportuna, anche se talvolta in determinate circostanze lo è. Si chiede, sperando che quel filo di disperazione che porta in superficie la preoccupazione per lo stato di benessere altrui non trapeli troppo vistosamente. E tuttavia è l’abitudine a parlare che fa nascere la domanda ed io, che uso quasi esclusivamente la parola, un giorno ho commesso un errore. E quel giorno ho incontrato qualcuno che mi ha fatto notare che c’è un’alternativa al chiedere come stai, specie se si sta tanto male da non avere parole per rispondere a quella che in quel caso sembrava una domanda tanto superflua da essere fuori luogo. Avrei dovuto capire leggendo nei suoi occhi il dolore che li velava fino a straripare come un fiume in piena, avrei dovuto sentire i battiti del suo cuore riconoscendo il punto in cui uno di essi mancava, avrei dovuto sentire ad occhi chiusi ogni suo grido silenzioso ed avrei dovuto in silenzio, senza domande in mezzo, aprire le braccia e accoglierlo con tutto il suo carico di emozioni e pensieri mettendo da parte me per un po’. Ed ora che guardo indietro, anche chiudendo gli occhi, ricordo, perché queste cose le sentivo anche se, invece di abbracciare soltanto, ho continuato a parlare. Il mio cuore era presente e ricordo ogni solco scavato dal dolore provato perché era nell’aria che si respirava. Superfluo chiedere se si riconosce lo stato dell’altro ma si chiede lo stesso. Non tutti siamo capaci di dire come stiamo, non tutti siamo capaci di chiedere agli altri come stanno né di chiederlo a noi stessi, non tutti siamo capaci di rinunciare a fare domande che in quel momento non servono. Come nella canzone di Baglioni oggi ho ritrovato le sue iniziali nel mio cuore, lì dove riaffiorano più spesso di quello che farebbe bene considerare, talvolta vanificando l’impegno a vivere senza pensarlo. Però accade e insieme a questo sorge dal cuore, da quel punto inciso a fuoco con il suo nome, l’incredibile voglia di sapere come sta, ma la domanda rimane un pensiero e non arriva fino alla corde vocali, si ferma nella gola e annoda qualche ricordo. Dispiace, dispiace per tutto, dispiace per le cose non comprese. Resta viva comunque quella pulsazione del cuore che vorrebbe sapere come sta una persona che non si dimentica facilmente…

Anunțuri

Un Cambiamento Nella Forma Della Vita…

Gli studenti, fino al ’68, si erano per lo più caratterizzati per il loro totale disimpegno, per le loro bravate goliardiche, per il loro inguaribile qualunquismo. Ora cambia tutto – nelle ideologie diffuse, nel costume, nei modi di essere e di pensare. „Mi occupo della forma; la forma è essenziale. Dopo gli anni della contestazione molto era cambiato; ma in noi, soprattutto, non tanto fuori. Almeno io ho pensato cosi; e l’unico modo di ricavare davvero, comunque, una vittoria da quella fase, era capire cosa è stato davvero il ’68: un cambiamento nella „forma” della vita, nella „forma” delle cose. […] È cominciato un periodo nuovo, quello del rivoluzionamento continuo di tutti gli aspetti della vita”. „cambiamo la vita”, „riprendiamoci la vita” diverranno del resto, da quel momento, gli slogan preferiti dei movimenti dei giovani.

Una nuova generazione si affaccia sulla scena della politica, salta le tradizionali mediazioni partitiche, si impone come nuovo soggetto della lotta rivoluzionaria. È una generazione che fa’ dalla milizia, dall’impegno sociale e civile la sua scelta di vita, e che informa a questa fede tutti i momenti dell’esistenza: perfino gusti, i comportamenti, l’uso del tempo libero, i modi di vestire (dai jeans all’immancabile eskimo).

É una generazione smisuratamente attivistica, pragmatica, che – come ha scritto Pier Paolo Pasolini – non avrà più lacrime „per un’ottava del Cinquecento”; che rifiuta tutta la cultura precedente (perché „di classe”), ma tuttavia è in grado di liberare forze, idee, energie prima sconosciute.

Il ’68 riporta, nel cuore dell’Occidente capitalistico, il socialismo all’ordine del giorno, come mezzo non solo per abolire la schiavitù dello sfruttamento, ma per cambiare, tutti e ciascuno, i criteri di vita, per ritrovare anche la libertà del singolo, per fondare una nuova morale della persona. Per costruire nuovi rapporti interpersonali, nuovi rapporti tra i sessi, un nuovo rapporto tra uomo e donna.

Si mutano cosi intere categorie di pensiero e tradizionali modelli di comportamento; si modifica il modo di concepire la famiglia, la sessualità, l’amore. Anche il rapporto di coppia viene investito da quest’ondata dissacratrice. Si cominciano a mettere in discussione „valori” portanti dell’Italia benpensante e bigotta quali la verginità, l’indissolubilità del matrimonio, la gelosia. Si fanno le prime esperienze di „coppia aperta”. Si formano le prime „comuni”, si tenta di uscire dall’isolamento, di liberarsi dalla noia del tran-tran coniugale. „Tento la Comune specialmente per i figli uno spazio nuovo… per ognuno tante madri e tanti padri… voglio dire senza madri e senza padri… Tento la Comune… non esiste proprio più niente che sia possesso… ed è molto più normale volersi bene… finalmente non è un problema nemmeno il sesso”: le parole della canzone di Giorgio Gaber diventano rapidamente senso comune di consistenti settori giovanili.

Anche la dimensione dello svago, della ricreazione, del tempo di non lavoro si politiccizza, si tinge di coloriture ideologiche e culturali. È il caso, ad esempio, della musica, che per i giovani di prima del 68 era soltanto „ballo della mattonella”, sublimazione della propria sessualità repressa, occasione ideale per avviare innocenti e timidi flirt. Anche la musica, dagli spazi angusti delle festicciole del sabato pomeriggio, si trasferisce negli stadi, nelle piazze, nei giardini, e diventa un mezzo per stare insieme, per incontrarsi, per sentirsi più vicini, per lottare. La canzone d’autore, la canzone politica, il free jazz, il pop, il folksongs, i Beatles, Dylan, Joan Baez costituiscono un asse portante dell’acculturazione giovanile e hanno la stessa funzione che per altre generazioni (anche recenti) ebberò la poesia, il romanzo o il cinema.

Musica significa adesso happening, meeting di massa, festa giovanile… un modo, insomma per dare libero sfogo alla creatività e per definire collettivamente la propria identità (sociale e di gruppo). Scriverà qualche anno più tardi Stampa Alternativa: A noi in questo momento non ce ne frega niente o quasi niente di riprenderci la musica, nel senso di contrapporre a dei divi di merda e di plastica altri artisti, cantanti e complessi un pò meno stronzi, più giusti a fare spettacolo. Adesso il problema più importante per noi è un’altro. Adesso per noi riprenderci la musica vuoI dire togliere alle mani dei padroni uno strumento mostruoso di corruzione con cui non solo loro ci fanno miliardi di guadagno, ma che usano per uccidere e castrare la fantasia, la rabbia, la creatività, i desideri di felicità e di socialismo di milioni di giovani”.

„Vous ètes tous concernés”, gridarono – il 7 maggio del ’68 – gli studenti parigini nel corso di una marcia di 25 chilometri dal quartiere latino ai campi elisi e poi di nuovo al quartiere latino. Ed è vero. Il ’68 riguarda tutti, il ’68 ha coinvolto tutti, anche quelli che non simpatizzavano o che addirittura manifestavano ostilità nei confronti degli studenti. Il ’68 ha posto problemi, interrogativi nuovi tanto al movimento operaio quanto al mondo cattolico.

Nel ’68 esplode il dissenso” anche all’interno della Chiesa e ha inizio quella diasporra che solo ora comincia a essere riassorbita. Le comunità di base, le circa duemila comunità che agiscono in tutta Italia, rivendicano un modo nuovo (meno esteriore) di concepire la fede e un diverso rapporto tra fede e politica. I giovani cattolici vivono l’esperienza del movimento studentesco, si incontrano con il marxismo.

Così il prof. Bolgiani ha definito, al convegno su „Evangelizzazione e promozione umana”, le formule che i cattolici hanno inventato per definire la propria presenza nella storia degli anni dal ’68 al ’75: „Abbiamo innanzitutto quella che chiamerei del disimpegno apocalittico, […] abbiamo poi un vasto fenomeno che è stato chiamato della diaspora, che sull’onda della contestazione e del dissenso ecclesiali mira ad una fermentazione dall’interno dei movimenti di massa del paese, secondo un ideale di universo cristiano, contrassegnato essenzialmente dalla invisibilità; ciò che di fatto lo rende subalterno al PCI, anche quando si dichiara, nelle scelte ideologiche, da esso indipendente. Vi è poi una tendenza a proporre e raccomandare l’assunzione di responsabilità coscienti in una situazione politica e culturale pluralistica, in un atteggiamento aperto di dialogo ma senza perdere „certe connotazioni essenziali cristiane, dando vita a punti e momenti di aggregazione culturale e sociale, di promozione umana, se vogliamo dirli così, creando spazi sempre nuovi di libertà e di intervento, nel dialogo di fatto che i due maggiori partiti italiani stanno conducendo, nella realtà del paese, fra di loro e all’interno di loro stessi. C’è infine una tendenza che anche non volendolo formalmente, opera in vista di un nuovo „blocco” cattolico e che, per forza di cose, è obbligata a concepire il pluralismo nella forma del confronto e magari dello stesso scontro tra opposti schieramenti e punta a nuove maggioranze elettorali o, non riuscendoci, prevede l’arroccamento sulla difensiva, riprendendo la tesi del vecchio intransigentismo, solo però in una situazione che è ormai storicamente diversa”. In ogni caso si tratta di un travaglio, della ricerca di coniugare impegno nella società e identità cristiana, autonomia della politica e presenza nella società in quanto cattolici. Il problema del „sociale” è ancora oggi il problema di fondo anche per la Chiesa.

Per quest’insieme di ragioni il vecchio blocco dominante non ha potuto superare, in questo caso, la crisi apertasi nel suo sistema di potere, né ha potuto affrontarla facendo ricorso ai metodi tradizionali e a misure di corto respiro. 0, magari, utilizzando ancora una volta, puramente e semplicemente, l’arma della „rivoluzione passiva”. È tutto un assetto di classe, infatti, che stavolta si è inceppato, precipitando in una crisi quanto mai profonda. Lo ha espresso felicemente Fabrizio De André nella sua canzone del maggio: „Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio… se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento… se il fuoco ha risparmiato le vostre millecento… anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti…”.

Prima Dată Ca Niciodată

DSC_0369Niciodată nu e că prima dată. Nici în durere, nici în bucurie. Nici în victorii, nici în renunţări.
Cu fiecare “primă dată”, betonam o părticică de simţire. O resimţim intens, o consumăm, dar în spatele ei rămâne ca un loc cauterizat, chiar în spatele unei intense fericiri. Niciodată a doua oară nu mai e că prima oară. Nici o palmă nu mai e la fel de usturătoare atunci când e a doua, faţă de cum ai resimţit-o pe prima.
După prima dată, întotdeauna te aştepţi. Nu mai e efectul de surpriză, dezvirginarea senzaţiei…

Asta nu înseamnă că nu mă regenerez de fiecare dată, că nu există multiple “prime daţi”. Nu, nimeni nu are monopolul asupra primei daţi, a primului gest, a primei bucurii, a primei decepţii. În fiecare împrejurare, în fiecare poveste, alături de alţi protagonişti, există mereu o primă dată. Dar există o primă dată şi apoi… restul daţilor. Nu mai doare, în restul daţilor, nu aşa că prima dată. Nici nu mai e explozia… Iar asta, e şi bine şi rău. Bine, pentru că se estompează. Rău, pentru că eu sunt omul pasiunulor, omul lucrurilor fierbinţi, prea puţin pentru mine călduţele, alea da-ţi-le oricui…

Dar fiecare poveste şi fiecare împrejurare are dreptul la o primă dată… Prima dată ca niciodată, că de n-ar fi, nu s-ar povesti.

Generosità Vere E False

3d Nature

Nell’edizione italiana del più importante saggio di Vladimir Jankélévitch – mancano alcuni dei capitoli più belli, e prima di tutto quello sulla generosità, un sentimento attivo, centrifugo, rivolto all’esterno. Il dono è per eccellenza qualcosa che si fa per l’altro, anche se gli psicanalisti esitano ad accettarne la gratuità e teorizzano invece l’esistenza di un controdono.
Mentre l’umiltà implica ripiegamento su se stessi e l’aggressività serve a compensare il senso d’inferiorità, la generosità palesa una natura ricca e vitale. Dice Jankélévitch che essa ricorda un vaso pieno e pronto a straripare: un po’ come alcuni quadri di Rubens.

Bisogna però distinguere tra generosità e prodigalità. Per poter dare, il prodigo deve essere ficco, mentre la generosità si può trovare anche nelle persone più povere. Il prodigo si differenzia, peraltro, dallo spreco che identifica il lusso col superfluo.

La buona generosità implica anche intenzionalità. È in questo senso improprio definire generosa la natura tropicale, perché troppo indifferenziata è la sua prodigalità.
E a questo punto sarà chiaro che non tutte le generosità si somigliano. E che è quindi necessaria una tipologia dei comportamenti generosi.

LA GENEROSITÀ DOC.

Gli animi genuinamente generosi traggono la loro capacità d’amare dall’amore che hanno ricevuto, specialmente nel corso dell’infanzia.
A differenza degli avari, essi sanno che si guadagna più nel dare che nel tenere per sé, perché il dono d’amore appartiene sia a chi dà che a chi riceve: un paradosso dello scambio affettivo che si ritrova anche nella relazione psicanalitica, dove il paziente si arricchisce senza che l’analista si impoverisca.

La generosità è quindi iniziativa, avventurosa improvvisazione, produzione creativa. Secondo Jankélévitch è ordine ordinante, un „ordo ordinans” che si oppone all'”ordo ordinatus”, l’ordine ordinato dei collezionisti, dei piccoli approfittatori, degli amministratori del cuore.

Maria è felice dei suoi figli, che ha allevato con grande attenzione all’ombra del suo amore, della sua bontà e della sua umiltà. È però meno contenta del marito, un intellettuale brillante ma anche affettivamente poco maturo. Emilio ha bisogno di essere amato e vuole che ci si occupi di lui. Vuole tutto quello che gli è mancato da bambino dopo la morte della mamma, sostituita da una donna con la quale è sempre stato in conflitto. Deve buona parte del suo successo professionale a Maria, una donna docile non per debolezza ma perché capace di grande elasticità, oltre che di grande generosità. Maria si occupa di lui quando è stressato, tollera le sue scappatelle perché in esse riconosce una manifestazione della sua immaturità. Dall’esterno potrebbe sembrare che Maria abbia fatto un ottimo affare a sposare un uomo ricco e di successo. In realtà è Emilio che trae i vantaggi maggiori da questa unione, perché la generosità di cuore della moglie non ha prezzo. Purtroppo si trovano sempre meno persone del genere. Se ne avete qualcuna accanto, non lasciatevela scappare.

LE GENEROSITÀ POCO GRATUITE.

Sono quelle in cui si innesta un processo di scambio, perlomeno a livello emotivo. Si situano in questo ambito i fraintendimenti del significato di carità cristiana di quei credenti che si prodigano per potersi poi assicurare la salvezza eterna. E poiché certamente in questo scambio ci guadagnano (a condizione che il paradiso esista), della loro generosità tutto si può dire tranne che sia gratuita. Ci sono peraltro credenti che manifestano una generosità quasi eroica nell’occuparsi di tossicomani, siero positivi e diseredati in genere. E, quasi certamente, in questi casi si tratta di un sentimento del tutto genuino.

GENEROSITÀ E SOLIDARIETÀ.

L’idea di solidarietà si presta ad ambiguità anche maggiori di quella di generosità. Secondo il sociologo Luigi Manconi, tra l’identificazione passionale coi grandi ideali e il neo egoismo egocentrico esiste il potere aggregante di quelle che lui definisce „solidarietà mirate”. In questo ambito, la gente tende a mobilitarsi solo per fenomeni settoriali coi quali è possibile identificarsi. Ne sono un esempio le madri-coraggio che lottano contro la tossicomania a partire dall’esperienza dei loro figli, le associazioni di parenti delle vittime delle stragi di Ustica o della stazione di Bologna, i gruppi che si occupano di assistenza a malati terminali.
Mi occupo con Ada Burrone dell’associazione „Attive come prima”, e sempre mi colpisce la generosità e il calore di queste donne. Peccato che la loro solidarietà si applichi anzitutto a quelle che come loro hanno subito un’operazione per un tumore al seno. Talvolta mi sembra che questo nemico comune, il cancro, limiti le possibilità di una generosità tanto grande.

LE GENEROSITÀ SOCIALI.

Sono quelle del mecenate e dello sponsor, sempre ! Il filo del rasoio tra genuinità ed egoismo. Un noto omosessuale ginevrino che aveva subìto la persecuzione della chiesa protestante ha lasciato alcuni miliardi all’università perché studi, e quindi aiuti, le minoranze erotiche. Sono tra i fortunati beneficiari della fondazione. Lungi quindi da me l’idea di criticare chi ci permette di lavorare ad alti livelli scientifici. Ma, se analizzata dal punto di vista psicologico, la sua motivazione a donare era tutt’altro che disinteressata. Mentre il mecenate trova nella sua generosità una risposta a bisogni interiori e personali, lo sponsor agisce apertamente in funzione dell’utile che ne può ricavare. Quindi, ancor meno si può parlare di gratuità per gli sponsor, che esplicitamente offrono il loro finanziamento in cambio di un ritorno in termini economici o di immagine. Siamo in questo caso lontani dalla passionalità che avvicina la generosità al sacrificio, a quel „sacro furore” simile alla divina follia dell’amore di cui parla il sociologo Ardigò. Il sacrificio non è in questo caso rassegnata accettazione dell’olocausto ma gioia pura che parte da un’intenzione radicata nell’animo di santi, martiri e madri.

Anche il sacrificio non è peraltro immune da ambiguità. Esso può, per esempio, sfociare sia nell’eroismo che nel masochismo. Un tema, questo, abbondantemente studiato dalla psicologia cristiana. Tra generosità sacrificale ed erotizzazione masochista oscillano infatti molte vite di santi, come dimostra la diffusissima e ambigua immagine pittorica del sacrificio di San Sebastiano. In particolare nella raffigurazione di Antonello da Messina, si possono cogliere tanto il coraggio virile quanto l’ambigua erotizzazione della penetrazione (nelle frecce che lo trafiggono). E non a caso, San Sebastiano fa bella mostra di sé in molte case di omosessuali.

GENEROSI SI NASCE O SI DIVENTA ?

La domanda è stata fatta in un recente sondaggio, è un terzo delle persone intervistate ha risposto che generosi si nasce, mentre secondo la maggioranza „la generosità s’impara”. I primi credono che la generosità sia una dote innata, che viene trasmessa attraverso il codice genetico. È un’idea, questa, che affonda le sue radici su un malinteso: la generosità infatti non è innata, ma lo sono i suoi presupposti genetici. Crescere in condizioni di integrità fisica e intellettuale predispone a un atteggiamento maturo, che a sua volta è alla base della generosità.

Come abbiamo visto, la maggioranza degli intervistati pensa invece che generosi si diventi. Ma cos’è la generosità ? La possiamo definire come la capacità di tenere conto delle esigenze altrui e di soddisfarle, a volte anche a scapito dei propri bisogni. Si tratta di una caratteristica specificamente umana: la psicologia animale è infatti predatoria o funzionale a seconda della specie. In questo senso, la generosità che si attribuisce a certi animali è una proiezione antropomorfica. Se l’animale selvaggio è predatore per natura, quello domestico non lo è solo per esigenze di sopravvivenza. Anch’esso risponde però agli stessi bisogni primari; proprio come il bambino, che soddisfa come può le sue urgenze viscerali, ma apprende in seguito come padroneggiarle.

Ciononostante, talune caratteristiche arcaiche persistono in ognuno di noi, e possono riattivarsi in certe situazioni della vita adulta. In alcuni ambienti finanziari e in Borsa il predatore sopravvive: non solo è tollerato ma persino valorizzato. Il raider interpretato da Michael Douglas nel film Wal/street è molto avido: ma anche per questo stimato e rampante.

Quando si parla di soldi, il generoso è spesso scambiato per un allocco. La stessa parte che interpreta in politica: nei negoziati di governo, l’interesse prevale nettamente sulla generosità. Al massimo si pone una questione di facciata: far apparire le proprie azioni generose anche se non lo sono. È così che si compensa l’assenza di generosità nei rapporti di scambio: anche quando vengono soddisfatte certe richieste di aiuto internazionale, questo genere di operazioni nascondono solo il bisogno di esportazione dello Stato „generoso”. È insomma l’idea stessa di dono che si rivela sostanzialmente ambigua.”

Per fortuna la generosità continua ad esistere nell’ambito del privato, e i momenti chiave dell’esistenza spesso sono proprio quelli in cui è possibile vivere esperienze improntate alla gratuità. Questo sentimento si basa talvolta su principi di umanità o di religione. Nel primo caso, l’archetipo a cui si fa riferimento è quello dell’amore materno: un sentimento non quantificabile e lontano da criteri utilitaristici. Nel secondo, il riferimento è ai principi delle scritture, e in particolare ad: ama il prossimo tuo come te stesso” della religione cristiana, che ha portato a non pochi fraintendimenti.

Che si esprima attraverso grandi gesti o nelle piccole cose, la generosità ha sempre origini molto precoci. Le sue radici affondano nel rapporto tra madre e bambino: in quella relazione che nasce dalla sicurezza interiore di chi ha l’intima convinzione di avere ricevuto e di poter quindi a sua volta donare. Anche i poverissimi possono essere generosi, mentre donare è impossibile se non si ha il sentimento di avere qualcosa da dare. E spesso le persone poco generose tali sono semplicemente perché pensano di non aver gran che da offrire. Non solo manca loro il piacere di dare, ma anche guello di condividere.

In altri casi di avarizia affettiva predomina la paura di uscire impoveriti dalla relazione. Dare per queste persone significa perdere. Alla base di questo atteggiamento c’è l’ignoranza di una delle leggi fondamentali della generosità: più si dà, più si ha.

Ci si arricchisce. A questo proposito, mi è anche capitato di litigare con conoscenti. Per loro, la mia abitudine di dare soldi a chi me Ii chiede per strada è uno dei tanti modi che trovo per farmi abbindolare: „Otto volte su dieci non si tratta di gente che ha bisogni reali ma di drogati” mi si dice. E io credo sia anche vero: ma penso valga la pena sbagliare otto volte se in due casi si riesce a fare del bene. Statisticamente folle: ma come abbiamo visto, la generosità non può essere misurata.

Non è mai inutile donare se si crede al principio della reciprocità. Chi offre il suo sangue sa che un giorno sarà lui a paterne avere bisogno, e per questo arricchisce prima di tutto se stesso. Ho spesso avuto occasione di parlare con chi dona liquido seminale e con le donne che offrono i loro ovociti. Al di là dell’indubbio contributo che queste persone danno alla soluzione del problema della sterilità, emerge sempre il concetto di reciprocità: il piacere di sentirsi utili donando una parte di sé che sopravviverà in un’altra vita si mescola al piacere del piacere dell’altro. D’altra parte, anche chi decide di avere un figlio mescola la gioia di donare la vita al piacere che ne ricaverà.

La generosità non è insomma quasi mai gratuita, ma non per questo perde di valore. Che la gratuità appartenga al mondo dell’utopia non è un male irreparabile, se ci resta la generosità. E credetemi, generosi si diventa. Anche se invecchiando alcune persone ridiventano grette, egocentriche ed esigenti, in altre parole rigide come le loro arterie.

RISERVATO O AVARO ?

La passione di Giuseppe sono le ragazze che lavorano nella moda. Rapporti che durano tre mesi al massimo e che mai si traducono in una vera storia d’amore. Cristina è una di queste, ed è lei che racconta la storia di questo cinquantenne divorziato. La giovane modella ha cominciato a nutrire alcuni dubbi sul suo partner dopo che insieme avevano partecipato a una festa mascherata. Proprietaria di una boutique, era stata lei a scovare gli abiti orientaleggianti che avevano fatto fare una così bella figura alla coppia. E quale è stata la sua sorpresa quando il giorno dopo il suo amante le ha chiesto di pagare metà della cena ! Cristina non ha apprezzato la mancanza di tatto, ma il fine settimana successivo ha comunque accettato l’invito di Giuseppe a Megève, Raggiungere la nota località sciistica era stato un supplizio: al volante di una lussuosa Mercedes lui non spingeva mai l’acceleratore oltre i cento all’ora. Prudenza o parsimonia ? Cristina propende risolutamente per quest’ultima ipotesi. E fornisce altre prove della mancanza di generosità di Giuseppe. In albergo, l’uomo ha messo al bando gli alcolici. No, nessuna dieta: solo un’avarizia che si è fatta sentire anche a letto. Dopo tanti sforzi per conquistare Cristina, Giuseppe si è rivelato una sbiadita brutta copia dell’amatore dei primi incontri. È stato rapido per non consumare troppe energie, e spesso ha interrotto il rapporto senza raggiungere l’orgasmo. Come qualche lettore avrà già intuito, è anche stitico: le funzioni intestinali sono allineate al resto della sua personalità. Sotto l’apparenza di quel corpo ben tornito e migliorato da due lifting al volto, Giuseppe riserba ben poca sostanza. Non appena deve aprire il cuore o il portafoglio si manifesta un irresistibile impulso ritentivo. Delusa da tanta avarizia affettiva, Cristina lo abbandona. La chiave per aprire la propria vita alla qualità dei sentimenti non si trova nell’abbandono totale o nella generosità gratuita: ma è necessario che lo scambio sia perlomeno spontaneo, se non passionale. E soprattutto, nel dare non bisogna avere la sensazione di perdere. Una dimensione che Giuseppe non ha mai conosciuto: non solo non ha piacere nel dare ma neppure nel procurare piacere agli altri. E così facendo preclude prima di tutto a se stesso il mondo delle emozioni.

EGOISMO O EGOCENTRISMO ?

Per alcune persone, tutto ruota intorno al proprio ombelico. Pensano solo a se stesse: e non per scelta narcisistica ma per istinto. Se incontrate qualcuno che fa l’amore spesso e volentieri, ma solo quando lo decide lui, ricordate: anche per lui tutto ruota attorno al proprio ombelico, e non, come potrebbe sembrare, attorno al fallo.

Il mondo è pieno di questi individui che pensano solo a sé. A volte parlano e agiscono con intelligenza (è il caso di certi critici alla moda) e allora molto viene loro perdonato. Personaggi creati dal pubblico proprio per rappresentare le ambizioni popolari, sono per questo giustamente ammirati. Nella maggior parte dei casi, invece, l’egocentrismo altrui è difficilmente sopportabile.

Nel circolo di golf che frequento, abbiamo soprannominato uno di questi rappresentanti della categoria degli egocentrici „il turbo”. Non appena sferra un colpo si precipita in direzione della sua palla, lasciando con un palmo di naso i giocatori a cui tocca ancora giocare. Insopportabile ? Niente al confronto di un altro conoscente, che ormai si frequenta solo perché è sposato a una donna gentile e interessante. Durante le cene, lui mantiene il più assoluto silenzio, e solo se viene sollevato un argomento che conosce a menadito dice la sua. Si comporta come certi finanzieri, o anche cacciatori, golfisti, giocatori di bridge: monomaniacaIi, parlano solo dell’unico argomento che conoscono, come se avessero mandato a memoria certi nefandi manuali sull’arte di riuscire in società. Addentrandomi in quella che mi piace definire „psicologia dell’ombelico” mi è parso di capire che l’egocentrismo raggiunge lo zenit del suo potenziale distruttivo quando si somma al menefreghismo. Le due caratteristiche sono complementari, e chi le possiede riesce talvolta a passare per altruista grazie a salti mortali di diplomazia. Ma alla fine, conferma che dietro certe forme di gentilezza formale si nasconde solo interesse. „Avrà avuto la sua convenienza” diceva in genovese il comico Gilberto Govi quando vedeva passare un funerale, sintetizzando così questo modello di vita.

L’egocentrismo ha portato al successo più di un industriale, che in nome del proprio interesse ha saputo condensare tutte le sue energie su un unico obiettivo. Davanti a questi successi così settoriali credo sia opportuno chiedersi se non sarebbe meglio perseguire „l’aurea mediocritas” di Orazio, e il giusto equilibrio tra le parti, piuttosto che condurre vite che spesso si consumano
nella realizzazione di un sogno.

Le personalità fortemente egocentriche sovente nascondono una immaturità dovuta a mancanza di intelligenza o di cuore. Nel primo caso, la scarsa disponibilità a programmare porta a non delegare, e ad assumersi in modo miope tutte le responsabilità delle situazioni. Si tratta di casi non troppo frequenti. Molto più spesso, a mancare nelle personalità egocentriche è il cuore. Si finisce allora per somigliare a quei gatti, che si lanciano sulla ciotola del cibo senza preoccuparsi dei colleghi felini. Molto raramente nel regno animale, più spesso in quello degli umani, l’istinto predatori o viene frenato dalla solidarietà, senza la quale convivere sarebbe davvero impossibile.

Sul versante opposto di questo atteggiamento ci sono le situazioni che si creano in certe sottoculture nelle quali è negato persino il diritto al desiderio. Nei paesi che hanno vissuto lunghi periodi di colonizzazione, il danno maggiore non è stato provocato dalla perdita dei diritti civili ma dalla negazione dell’identità e della possibilità di esprimere i propri bisogni. Prima di ribellarsi ai poteri dominanti, la sottomissione ha prodotto passività e dipendenza abulica.

Crescere

Ho cercato i sinonimi di questa parola che sono: allungarsi, alzarsi, maturare, svilupparsi, progredire e migliorare. Credo che il significato sia abbastanza chiaro anche attraverso i suoi sinonimi. Ma queste sono soltanto definizioni perché nello specifico, nella vita, trovarsi nel periodo del crescere – non della crescita ma del crescere è vivere un momento complesso. Crescere lo si può fare ad ogni età, perché la reale crescita di un individuo si accompagna allo sviluppo del suo mondo interiore. Il corpo invece cresce e si sviluppa fino ad un certo numero di anni, dopo si mantiene stabile e poi declina, così come insegna la biologia. Ma quello che abbiamo dentro, costruito con pensieri, sensazioni, sentimenti e conoscenza non segue lo stesso iter biologico del corpo. In ogni momento della vita si può decidere di iniziare un nuovo apprendimento purché ne siamo interessati. E’ questione di volontà principalmente. Se la memoria e la testa sono abbastanza sveglie allora perché no ?

Crescere dunque è anche saper ampliare l’orizzonte che ci vede protagonisti. Credo che sia innegabile la miglioria apportata dal riuscire a spostare il proprio sguardo da „soltanto se stessi” a „se stessi e il resto del mondo”. E’ un’aggiunta importante e dipende solo dal punto dove posiamo la nostra attenzione. Ulteriore conferma di progresso personale è sicuramente diventare genitori perché includiamo un nuovo essere vivente nel nostro campo visivo e nel nostro raggio di azioni. Madri e padri consapevoli mettono il figlio avanti a loro quando pensano alle necessità. Se l’ego concentrato su se stesso riesce a cedere parte della sua attenzione all’altro ne scaturisce una crescita personale, si matura. Si impara a crescere cedendo spazio a chi sta accanto, dando una mano e condividendo tempo e cibo avendo ascoltato il proprio cuore profondo. Questa visuale più ampia di ciò che ci circonda insegna a diventare „adulti” se con questo termine si intendono persone che comprendono i bisogni altrui con la stessa intensità che usano per la comprensione di quelli propri. Crescere è spesso difficile perché tendiamo ad essere arroccati nel proprio ego e se pensiamo che „siamo così”, come constatiamo di essere, ed in virtù di questo pensiamo che non c’è possibilità di cambiarsi, di modificarsi per migliorare, comprendendo cose in più, saremo condannati a rimanere dove siamo, smettendo di crescere. Ma questa „condanna” siamo noi stessi a infliggercela credendo di non potersi smuovere dalla posizione presa. Io credo invece che sia sempre possibile mutare qualcosa di noi e che non sia mai troppo tardi per cominciare. In fondo crescere è anche questo, riconoscere che le possibilità ci sono e coglierle per proseguire, limando la paura di commettere possibili errori nel muovere il passo. La vita stessa offre crescita e sviluppo, sta a noi saperla raccogliere al momento opportuno, o quando ci sentiamo pronti, ma non ci sentiremo mai pronti se non lavoriamo su noi stessi.

Bisogno E Desiderio

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FAME O APPETITO ? È meglio la fame o l’appetito ? Ho posto questa domanda durante una serata elegante, per animare un dibattito che fino a quel momento mi era parso sin troppo formale, e approfittando del ritardo nel servizio della cena. Ero convinto che tutti i commensali avrebbero fatto la mia scelta. Certamente meglio l’appetito, che fa parte del mondo del desiderio, piuttosto che la fame che appartiene a quello del bisogno. L’appetito anticipa’ il piacere di una bella cena. È collegato alla buona cucina, alle scelte raffinate, al buon gusto: a sensazioni adulte. Quando si ha appetito si parla dei piatti e dei vini preferiti: è l’appetito che ha portato gli uomini a parlare di cibo, mentre prima se ne occupavano solo le donne. L’appetito è piacere differito. Così la penso io. E grande è stata la mia sorpresa nel sentire quanti prendevano invece la difesa della tesi opposta, e con quale passione ! La fame è gioia, non sofferenza, hanno detto in molti. E hanno aggiunto: «La fame è un’emozione forte, che ci fa sentir vivi; mentre l’appetito è una pratica borghese, un’abitudine che ha perso ogni slancio. La fame è istintiva, viene dal mondo animale: per questo è preferibile». Mi disse un medico che aveva lavorato a lungo nel Sahara: «Lei forse non ricorda cosa si può arrivare a fare quando si ha fame». Altri, a ruota, mi hanno ricordato storie di marinai: di quegli uomini spersi su isole deserte che per fame aguzzano l’ingegno escogitando le più incredibili soluzioni di sopravvivenza.
Non ho voluto obiettare. Le loro argomentazioni mi hanno portato a capire quanto radicata sia l’ideologia del bisogno, e quante siano le persone che ritengono che solo attingendo agli impulsi arcaici si generino i veri cambiamenti. Solo le grandi passioni di santi, eroi e scienziati hanno cambiato le sorti del mondo. E se l’appetito è sinonimo di democrazia, la fame ha il suo equivalente politico nella rivoluzione.

VOGLIA O PULSIONE ? La fame è bisogno. L’appetito è desiderio. La prima è un impulso che viene spesso subito. Il secondo è un sentimento che pone il problema di essere gestito. Richiede maturità e consapevolezza. Come l’affetto, che crea difficoltà sia quando è troppo che quando è troppo poco. In genere, sono più le persone che si lamentano della mancanza di calore umano di quelle che ne lamentano un’eccessiva presenza. Non è un caso. Un carente clima emotivo può influenzare negativamente non solo l’equilibrio emotivo ma anche le capacità intellettuali. Non sempre è indispensabile una relazione di calda intimità condivisa, ma quando vengono a mancare anche i presupposti della solidarietà e della fiducia appare inesorabile l’ombra della estraneità. Chi si sente estraneo, poco coinvolto, finisce anche per rinunciare all’impegno scolastico, sociale, politico. Per questo dico che la ricerca dell’intimità non è mai una fuga dalla realtà sociale, o un’ semplice ripiegarsi nel mondo del privato. Al contrario, è proprio la mancanza di calore umano che mina il sentimento di appartenenza ed elimina i presupposti per la condivisione profonda di un progetto sociale. Anche l’eccesso di intimità ha i suoi effetti negativi, che raramente però si manifestano esplicitamente. Più spesso si avverte una sensazione indefinita di malessere che finisce per influenzare la qualità dei rapporti umani.

Ne è dimostrazione la storia di Mario.
A quarant’anni, Mario è un dongiovanni che raramente esce due volte con la stessa donna. Conquista e abbandona: specie se si tratta di donne sposate e per bene. Non lo fa solo per immaturità: in realtà, Mario ha vissuto con la madre il rischio opposto, e per nessuna ragione al mondo vorrebbe correrlo di nuovo. Mario ha dormito nel letto dei genitori fino all’età di 8 anni, ed è rimasto in camera loro, anche se in un letto separato, fino ai 12. Lo spazio in casa non mancava: ma pur di tenere suo figlio sotto controllo, la mamma di Mario non aveva neanche pensato di arredare la stanza a lui riservata sin dalla nascita. Possessiva e soffocante, aveva riversato sul figlio il bisogno di affetto lasciato insoddisfatto dalla lontananza del marito, un marinaio spesso assente di casa. La fuga da casa, verso un paese straniero, aveva salvato Mario da seri disturbi psichiatrici ma non lo aveva messo al riparo da un incubo ricorrente: quello di un armadio che cadendogli addosso mentre dorme lo uccide. In bella vista nella camera dei genitori, questo armadio significa probabilmente il comportamento materno. Insegnante, ultrasettantenne, la mamma non ha mai risparmiato a Mario le sue raccomandazioni: in autunno lo chiama per ricordargli di indossare la maglietta di lana; d’inverno gli ricorda di fare scorta di gasolio per il riscaldamento. A 40 anni suonati, Mario continua così a vedere una strega in ogni donna, e una catena in ogni relazione duratura. In questo classico esempio Mario non ha potuto e non può esprimere liberamente i suoi desideri perché sono sempre stati schiacciati dai bisogni affettivi della madre.

PRECOCE O PREMATURO ? La dialettica tra bisogno e desiderio si intravede spesso anche alla base della sessualità e dell’erotismo. Pensiamo al sintomo sessuale più comune. Quell’eiaculazione precoce che affligge milioni di coppie italiane. Nel meridione. Prima della rivoluzione sessuale, alcuni maschi ne parlavano come di una prova d’amore: «Mi piaci tanto che non riesco a trattenermi» si sentiva dire. Più che un bisogno, l’eiaculazione precoce è peraltro il sintomo di altri disturbi dell’affettività la cui identificazione è necessaria prima dell’inizio di ogni terapia. Abbiamo considerato quattro casi clinici. Solo quando svolge il suo lavoro in Borsa, Giangiacomo trae vantaggio dalla sua rapidità. Per il resto ne soffre. Emotivo non solo a letto, parla veloce e quando è ansioso balbetta. A tavola, è sempre il primo a finire di mangiare. Quando era ragazzo, gli capitava di eiaculare mentre ballava. La sua prima volta, con una prostituta, fu un fallimento perché venne ancora prima di togliersi le mutande. Ora raggiunge l’orgasmo in media trenta secondi dopo la penetrazione. Senza entrare nei dettagli della sua storia personale si può dire che Giangiacomo soffre di un eccesso di impulsività. Le sensazioni soverchiano la capacità di controllo. Il problema non è nell’oggetto d’amore, se una donna sia più o meno eccitante, ma in lui stesso. Fino all’età di nove anni, Giangiacomo ha fatto la pipì a letto, e ancora adesso è precoce in tutto. Più che di una terapia sessuale, credo che abbia bisogno di tecniche di rilassamento o di ipnosi, e a queste lo indirizzo. Quanto Giangiacomo è impulsivo, tanto Maurizio è riflessivo e controllato. Grande negoziatore nella sua attività di commerciante di diamanti, è del tutto indifeso con le donne, verso le quali prova attrazione e paura allo stesso- tempo. Solo dopo i 23 anni è riuscito a entrare in contatto col sesso femminile, senza peraltro riuscire a superare le sensazioni sgradevoli che gli danno il colore delle mucose, la peluria del pube, le secrezioni. Per Maurizio la vagina è uno spazio misterioso nel quale è meglio lasciare il pene il meno possibile. E l’eiaculazione precoce è per lui una fuga necessaria da quella zona di pericolo e, al tempo stesso, una reazione di paura più che di eccitazione.

Un altro tipo di paura è alla base del problema di Piero, 40 anni, un professionista con alle spalle una lunga esperienza di analisi e qualche difficoltà nella definizione della sua identità sessuale. Con le donne, Piero ha proprio paura di non farcela. Durante il corteggiamento le sommerge di rose e di inviti a cena. Ma quando poi si tratta di prenotare un albergo per un week-end, vuole sempre camere separate (seppur comunicanti). Alla partner, Piero dice che è necessario salvaguardare la sua rispettabilità di banchiere. A se stesso non può negare la realtà, e cioè che ha troppa paura di rimanere senza vie d’uscita in caso di fallimento a letto. Preoccupato dalla sua erezione più che dalla sua galanteria, Piero dimentica la gentilezza del corteggiamento mentre si impadronisce di lui l’ansia di non sfruttare il «momento buono). Spia il suo sesso invece di osservare se la partner è disponibile e ricettiva. Per troppa apprensione non si abbandona alle sue sensazioni e non riesce a vivere il presente del rapporto. Purtroppo, neppure i fachiri sono in grado di controllare l’erezione con la volontà. Per mettere fine alla sua ansia, Piero è arrivato anche a considerare la possibilità di adottare una protesi. Al momento, non riesce a controllare l’eiaculazione, che raggiunge inevitabilmente quando teme che il suo sesso perda rigidità. La sua eiaculazione precoce è in realtà solo impotenza mascherata. Il risultato è che la sua partner rimane profondamente delusa dal rapporto, non tanto per la qualità della prestazione virile, quanto perché si sente utilizzata, per niente considerata, e poco ascoltata nei bisogni profondi del suo corpo. Gino e la moglie vivono un rapporto stabilmente conflittuale. Lei non smette di lamentarsi: della sua scarsa brillantezza, del suo stipendio troppo basso, di se stessa che ha rinunciato a un buon partito per cedere alle lusinghe di un uomo che ora la costringe a lavorare e ad occuparsi dei figli. I rapporti di potere si giocano anche sul terreno della sessualità. Lei dice che Gino potrebbe benissimo trattenere l’eiaculazione, ma che non lo fa per pigrizia, anche se sa che lei è particolarmente lenta a raggiungere l’orgasmo. Lui la possiede in un rincorrersi di eccitazione ed ostilità, e raggiunge l’orgasmo proprio quando lei chiede di essere aspettata. L’eiaculazione precoce è lo strumento punitivo di Gino, una vendetta, l’arma che toglie l’intimità alla coppia. Da qualche mese, il corpo della moglie palesa il suo disagio attraverso una colite spastica che lei cerca di tenere a bada con analgesici e tranquillanti. Per ora. Fino a quando non comprenderà il meccanismo sadomasochista nel quale è rimasta invischiata col marito. L’eiaculazione precoce è sempre l’espressione di un bisogno, non di un desiderio. Di rado questo bisogno parte dal fisico: quasi sempre si tratta dell’espressione di un disagio psichico che trova nel corpo uno strumento di reazione: i quattro esempi hanno mostrato il ruolo nefasto dell’eccessiva eccitazione, della paura e della vendetta.

URGENZA O EMERGENZA ? Il sentimento e la sensazione d’urgenza permettono di ben studiare i rapporti tra bisogno e desiderio. A vivere in una situazione di urgenza perenne sono in molti. Spesso si è costretti a questa condizione dal lavoro. Il giornalista ha, per esempio, una nozione del tempo necessariamente rapida, nella misura in cui morte e resurrezione di un giornale si ripetono quotidianamente. Anche i manager sono obbligati dalle proprie responsabilità a decisioni fulminee. I migliori tra loro sono dotati di quella capacità di sintesi e di quell’ordine interno che permette loro di distinguere gli eventi prioritari dalle situazioni procrastinabili. Ci sono invece persone che ci trasmettono solo agitazione, insieme alla sgradevole sensazione di dover fare tutto in fretta. Schiavi dell’urgenza spesso girano a vuoto, e quando raggiungono un posto di potere, diventano facilmente tiranni del tempo altrui. Altre vivono l’urgenza come l’espressione del loro mondo interiore. Massimo,. Per esempio, sulle prime aveva collegato la frenesia di cui è vittima al suo lavoro di giornalista. Poi ha capito che la motivazione era più personale, legata all’angoscia di avere ancora poco da vivere. Massimo soffre di diabete. In sé, si tratta di una malattia non grave e facile da controllare, ma il medico che l’ha diagnosticata ha descritto con una coscienza a dir poco eccessiva tutte le implicazioni possibili nella neuropatia diabetica. Ed è da allora che Massimo, terrorizzato, vive il più velocemente che può le sue giornate, assillato dall’ombra della morte o della decadenza fisica. Vi sono poi pazienti che somatizzano la loro urgenza e per questo appartengono alla vasta area dei malati psicosomatici. Franco, ad esempio, non riesce a procrastinare nulla.’ deve risolvere subito ogni problema. La sua ansia di portare a termine ciò che è rimasto in sospeso spesso gli procura persino dei dolori di stomaco. Schiavo di un’educazione rigida che gli ha insegnato che non è bene rimandare a domani quello che si potrebbe fare oggi, Franco impone il suo attivismo a se stesso e agli altri, sia in ufficio che in famiglia, e le tensioni si somatizzano non appena il bisogno di agire non può concretizzarsi. Ai bruciori di stomaco, Franco alterna periodi in cui fuma troppo ed altri in cui si impegna in una forsennata attività fisica. Il suo caso non è isolato. Dalla psoriasi alle crisi d’asma alle coliti sono numerose le patologie psicosomatiche che nascono dall’incapacità di differire le proprie azioni, stante la specificità che di caso in caso determina la scelta dell’organo e della sintomatologia. In questi casi, il bisogno di agire è spesso legato all’incapacità di inquadrare mentalmente i problemi: esprimersi attraverso il linguaggio e i simboli offrirebbe infatti ben altro margine di manovra rispetto a quello consentito dal corpo e dall’azione. Altre volte, l’urgenza è legata non tanto a manifestazioni aggressive o sessuali che non possono essere simbolizzate e quindi canalizzate, ma a una patologia delle categorie dello spazio e del tempo. Abbiamo già citato il dramma di chi soffre di eiaculazione precoce per via di una patologia soggettiva del tempo: è la sensazione di essere sempre in ritardo, e non l’eccitazione o altro, a farli godere troppo in fretta. Il problema riguarda anche le donne. Una paziente mi raccontava che quando si eccita sente «come una scossa elettrica» che la lascia insoddisfatta. Ha l’impressione che le sia «scappato un orgasmo». Per lei il godimento è una reazione violenta, rapida e locale che le impedisce di vivere pienamente il rapporto e soprattutto di condividere le sue sensazioni col partner, la cui progressiva eccitazione diviene così insopportabile. Se nasce da funzioni fisiologiche elementari, la sensazione di urgenza può trasformarsi in un tratto del carattere in quelle persone in cui permane quella che viene chiamata «morale sfinterica». L’espressione viene usata per chi non ha imparato da giovane a controllare i propri bisogni fisiologici e che continua a moltiplicare nel corso della sua vita momenti in cui domina l’urgenza del bisogno ad altri in cui il controllo prevale. Quest’alternanza si manifesta ad esempio nei disturbi alimentari con quella che Fausto Manara ha chiamato «ciclotimia alimentare».1 A lunghi periodi di anoressia segue, in questi casi, la bulimia, cioè la pulsione più arcaica che si esprime attraverso l’urgenza di mangiare. Lo stesso fenomeno si osserva in sessuologia nei casi di quanti oscillano tra periodi di anoressia sessuale senza alcuna libido e crisi di bulimia sessuale che si concretizzano nella ricerca di partner e di esperienze saltuarie. Altre volte, peraltro, la sintomatologia che concerne l’incontinenza resta confinata al campo genito-urinario. È il caso del taxista che qualche mese fa mi ha raccolto all’aeroporto di Milano. Notavo che esitava sul percorso da prendere, e per questo ho attaccato discorso. Saputo che ero medico, mi ha confessato di essere perennemente angosciato dall’idea di dover fare la pipì. Aveva quindi selezionato attentamente i bar muniti di toilette e non troppo affollati, e in base alla 10iO dislocazione sceglieva il percorso. Gli adulti che fanno dell’urgenza il fondamento del loro comportamento autoritario e capriccioso sono molti. Col loro volere tutto e subito si mettono in una situazione di grave handicap nelle relazioni sociali, perché l’urgenza emotiva è poco compatibile con i ritmi delle altre persone. Radicalizzando malintesi che con un po’ di pazienza avrebbero potuto essere chiariti e superati, la fretta ha mandato in crisi migliaia di matrimoni. Il comportamento corrispondente al sentimento d’urgenza è la precipitazione, anche se questa spesso viene gabellata per velocità di esecuzione. Si sa invece che la rapidità del pensiero implica l’intuizione, oltre che l’assenza di inibizioni nel passaggio tra pensiero e parola, e tra quest’ultima e l’azione. L’urgenza provoca proprio l’effetto contrario: la confusione tra pensiero, parola ed azione che nasce dall’incapacità di soppesare o verbalizzare la pulsione iniziale. Nella famiglia di Ludovica, lo scorrere del tempo è scandito dai ritmi della religione e della montagna. Lei è la più piccola di quattro figli. Mi descrive i genitori, gente onesta della Valdossola, come una coppia di lavoratori imbrigliati nei doveri e nei ruoli. La gestione degli affetti è delegata alla madre, che ha allevato i figli, e le ragazze soprattutto, secondo i principi più tradizionali. Il loro futuro è stato programmato sin dall’infanzia: dagli studi all’apprendistato, fino al matrimonio con un serio lavoratore della zona, se possibile astemio. Dato che i soldi erano pochi, la mamma aveva pensato di spingere Ludovica sulla strada della vocazione religiosa. Dopotutto lei era servizievole e ubbidiente. E si tollerava ben volentieri quell’unica passione per le quattro tartarughe che allevava con tanta cura, che disegnava in classe e che, in definitiva, le permettevano di vivere di riflesso una vita lenta, intensa, difesa da una corazza protettiva. Ma quella che all’apparenza sembrava una bambina modello nascondeva un vulcano di emotività. E riuscendo a finanziarsi da sola gli studi da infermiera, Ludovica riesce a sfuggire a un destino di religiosa e all’angusta vallata della sua infanzia. Il primo uomo che Ludovica incontra, e al quale chiede soprattutto affetto, la mette incinta. Da allora le sue storie d’amore sono caratterizzate da due costanti: la negatività e la non disponibilità del partner. I partner che Ludovica trova o sono già impegnati oppure addirittura sposati. Con ognuno, lei vive nell’illusione di essere stata scelta, e si adegua ai suoi tempi. Ma poi, frustrata e delusa, finisce per interrompere una relazione che spesso si è ridotta al solo rapporto sessuale. L’emotività bipolare di Ludovica si manifesta anche nel corpo. All’anoressia si alterna la bulimia, ai rari periodi in cui si sente sessualmente disponibile [«continuamente bagnata», come dice lei) seguono fasi di completo disinteresse per il sesso. La sua analisi inizia proprio a partire da questo problema. Ed è subito chiaro che si tratterà di un processo molto lento: i cambiamenti richiederanno anni più che mesi. All’inizio, cerco di farla uscire dalla sua passività e dalla posizione di sottomissione a cui è abituata. Assuefatta a privarsi del diritto di desiderare, lei sarebbe portata a ringraziarmi per il solo fatto di averla ammessa alla terapia. Dopo mesi di investigazione del mondo che si nasconde dietro la sua mancanza di energia, Ludovica sembra risvegliarsi. Vive esperienze sentimentali e sessuali che finalmente la soddisfano. Ma al primo incontro con un uomo che conta e che per di più è disponibile, emerge in lei un insopprimibile sentimento d’urgenza. Me ne parla, e dice che sta rischiando di mandare tutto all’aria. Lui è come lei uno studente: hanno simpatizzato, mangiato insieme, e dopo qualche giorno hanno fatto l’amore. Non abitando nella stessa città, il legame è mantenuto vivo da ripetute telefonate. Di qui il problema. Lui ritarda una telefonata di poche ore, e lei mi dice che le è insopportabile aspettare tanto a lungo qualcosa di cui ha bisogno, in questo caso l’affetto dell’uomo che ama. Si sente affamata di affetto, e per fortuna è riuscita a trattenersi dal parlarne con l’amico, ed ha elaborato questa pulsione in sede terapeutica. Le faccio notare che questa urgenza è legata alla difficoltà che lei incontra nel gestire i sentimenti, dato che i bisogni del cuore vengono assimilati a quelli della pancia. Nel corso della seduta, Ludovica mi chiede di alzarsi: deve andare urgentemente in bagno, ed è facile per me mettere in relazione questa incontinenza al suo bisogno viscerale di vivere emozioni e sentimenti. Le personalità incapaci di vivere gli affetti senza mediazioni, non nel mondo del desiderio ma in quello scandito dall’urgenza del bisogno, sono molte. La sfida per loro è sperimentare con il terapeuta una strada alternativa. Se si riesce a stabilire con loro un rapporto di fiducia, anche le pulsioni dell’emotività possono essere differite. Se viene superata l’insicurezza di fondo si attenua anche la paura dell’abbandono che così spesso porta all’urgenza.

Grandezza E Decadenza Della Tenerezza

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La tenerezza è il lievito affettivo che permette la crescita e la coesistenza degli esseri umani.

Intrisi di tenerezza sono gli scambi tra la madre e il bambino fin dai primi momenti della vita, „i rapporti di coppia, i legami con gli anziani. La goffaggine e la malagrazia di alcuni adulti si spiegano con la poca attenzione che hanno ricevuto da piccoli: l’origine della tenerezza è infatti precoce e corporea, un vissuto viscerale più che intellettuale. La disponibilità e la capacità di condividere i propri sentimenti sono definiti dal modo in cui si è stati tenuti in braccio da piccoli, dal tono della voce di chi ci parlava più che dall’intelligenza delle parole che ci venivano sussurrate. Il ruolo della tenerezza è anche testimoniato dalla solidarietà che si scatena, al di là dello spirito di carità cristiana, verso le popolazioni che soffrono per la fame o per i gravi problemi connessi al sottosviluppo. La tenerezza è poi un ingrediente fondamentale persino dei rapporti con gli animali, come ha dimostrato la recente rievocazione dell’affetto che legava Sigmund Freud e Marie Bonaparte ai loro cani chow-chow.

Dal punto di vista psicologico, gli attributi della tenerezza sono il calore, la fiducia e la continuità. In essi affondano le vere radici del rapporto madre-bambino e del suo successivo sviluppo nei legami di coppia. Tenerezza non significa infatti soffocamento, ma rispettosa partecipazione ai bisogni dell’altro, un’intimità privilegiata e condivisa che dà fiducia e sicurezza. La tenerezza non ha niente a che fare con la sdolcinatezza del dovere sociale. È un sentimento autentico. Un esempio tra tanti: la pietà che suscita la vista di un bambino malato ci permette di identificare nel bambino le nostre fragilità. O meglio: è proprio il bambino che è dentro di noi a identificarsi nell’altro e a indurre i sentimento di tenerezza. E in questo senso, la solidarietà può essere vista come un mezzo per curare la nostra debolezza proiettata nell’altro.

Ma esiste anche un’altra faccia della tenerezza. Questa infatti spesso serve da copertura a sentimenti più ambigui. Cercheremo di affrontare la questione nelle prossime pagine. Ma con prudenza, perché per molti italiani parlare male della tenerezza è come offendere la mamma o parlare male di Garibaldi.

1. LA TENEREZZA PUÒ ESSERE UN OSTACOLO ALL’EROTISMO.

Per alcune coppie, la tenerezza affettiva e corporea è la rampa di lancio dell’erotismo. Continuă lectura

A Fi Viu Într-O Lume Moartă

Un mesaj care nu putea să cuprindă mai bine ceea ce simt. Îi mulţumesc pe această cale Anielei pentru gând şi pentru strădania de a fi vie într-o lume moartă.

„Nu putem schimba lumea dar putem schimba modul în care o privim !”
Între stimuli şi reacţii, există un spaţiu. În acest spaţiu se afla puterea de a ne alege reacţia. În reacţia noastră stă de fapt maturitatea şi libertatea.

Cu toţii vrem să trăim mai bine, mai frumos şi mai echilibrat. Fără să admitem că noi suntem responsabili de cum alegem să trăim, fără să acceptăm ca viaţa este o călătorie ce presupune conştientizare, atenţie, preocupare, perseverenţă, credinţă, speranţă şi multă iubire pentru noi, pentru ceilalţi şi pentru viaţă… ne abatem de pe drum.

Visez la o lume mai bună, preocupată de a fi, nu de a avea. O lume responsabilă de propria existenţă, în care fiecare ştie că prin propria contribuţie, prin propria schimbare poate genera transformări uriaşe. Visez la o lume în care oamenii îşi trăiesc conştient viaţă şi cauta să-şi împlinească potenţialul evoluând mereu. O lume care să-şi păstreze mintea deschisă formulându-şi mereu întrebări pornind de la răspunsurile la care au acces. O lume în care oamenii să-şi găsească sensul din libertatea de a fi unici, autentici, din acceptarea lor că fiinţe imperfecte şi totuşi minunate, care se respectă pe ele pentru că astfel să îi iubească şi să-i respecte şi pe ceilalţi. O lume în care valorile adevărate sunt cele care ne păstrează echilibrul minţii şi sănătatea emoţională, cele care ne învaţă să trăim cu noi şi cu ceilalţi o viaţă pe care s-o sporim nu s-o consumăm.
Visez la o evoluţie împreună cu cei din jurul meu, dăruind împreună vieţii din ceea ce ea ne-a oferit cu generozitate. Visez la o lume în care să ne unim puterile că aliaţi şi nu ca duşmani, să ne privim cu mai multă compasiune şi iubire, în care să avem mai multă credinţă pentru a fi mai sănătoşi, mai împliniţi şi fericiţi.

Visez că tot mai mulţi oameni să înţeleagă că nu putem supravieţui doar folosind. Nu putem doar acumula fără să oferim înapoi. Nu putem progresa prin competiţie. Trebuie să acceptăm ca doar împreună putem merge mai departe. Nu mai putem trăi în frică. Avem nevoie de pace şi linişte ca să fim creativi. Avem nevoie să relaţionăm, să ne facem înţeleşi prin comunicare, să fim toleranţi unii cu alţii şi să ne luăm puterea din acceptarea şi respectul pentru celălalt, pentru unicitatea lui şi cu entuziasm să ne punem pasiunea în slujba unei vieţi mai bune pentru noi şi copiii noştri. Cred cu tărie că nu mai putem trăi nepăsători şi nici singuri. Trebuie să învăţăm să trăim împreună cu noi ca să ne putem înţelege unii cu ceilalţi şi să facem din viaţa o artă în care ne exprimăm cu emoţie viziunea pentru a crea o lume mai frumoasă.

Trăiesc cu speranţa că pentru fiecare dintre noi vine clipa în care ne întoarcem spre noi şi unii spre ceilalţi cu iubire şi spre Dumnezeu cu credinţă, pentru a găsi drumul spre evoluţie şi sănătate !

Viaţa e un joc de noroc în care nu ajungem să împărţim noi cărţile dar suntem obligaţi să le jucăm cât mai bine ! Aceasta este datoria noastră faţă de noi şi faţă de copiii noştri. Să facem din viaţa noastră un model de trăire care să ne dea speranţa că viaţa poate fi trăită frumos. Viaţa poate fi mai bună, se poate schimba. Să fim noi schimbarea pe care o vrem în lume !

O mare parte a vieţii noastre o reprezintă promisiunile faţă de noi înşine pe care nu le-am respectat. Toate lucrurile pe care ne temem să le încercăm, toate visurile noastre neîmplinite, alcătuiesc o limitare a ceea ce suntem şi ce putem deveni. Necunoaşterea, lipsa atenţiei faţă de universul nostru interior, lipsa de autocunoaştere, înţelegere şi acceptare, teamă şi ruda ei apropiată, neliniştea, sunt cele care ne împiedică să facem ce avem de făcut ca să dobândim fericirea.

Pentru a ajunge să ne simţim împliniţi şi fericiţi învăţăm să ne desăvârşim arta de a trăi satisfăcându-ne nevoile fundamentale: de a trăi, a iubi, a învăţa şi a lăsa ceva în urmă ca moştenire !

La Normalità Tra Quantità E Qualità

Il desiderio di sentirsi normali se da un lato è legittimo, dall’altro espone al rischio del conformismo. Spesso infatti implica la delega del giudizio su di sé a un’autorità esterna. In cambio del senso di appartenenza che organizzazioni di tipo religioso, politico o culturale possono fornire, è richiesta la rinuncia a una parte della libertà individuale: quando non si vuole fare la fatica di essere responsabili si finisce per accettare acriticamente una condizione di mancanza di autonomia.
A compiere questa scelta sono in molti. La sociologia conosce bene l’istinto gregario. Che è stato interpretato come un elemento utile all’adattamento sociale (per la scuola di pensiero più conservatrice) o come l’anticamera della sottomissione (secondo una visione più radicale). Anche a livello psicologico si propone la stessa dualità. Nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, l’identità personale si costruisce a partire da risposte conformi alle aspettative dei genitori. Più avanti, l’ego trova nuova forza nei momenti di totale opposizione al padre e alla madre. È quindi difficile definire la normalità affettiva: da una parte significa adeguarsi ai comportamenti della maggioranza, dall’altra realizzare l’identità personale. Si tratta insomma di una condizione ambigua per definizione, che si complica quando i criteri di valutazione quantitativa si mescolano a quelli qualitativi.
Come mostreremo in questo libro, è molto difficile valutare la qualità di fenomeni come la normalità, o anche il rapporto tra rigidità e rigore, o la differenza tra controllo e padronanza. Si sbaglia nell’indulgere nei vizi capitali, ma altrettanto sbagliato è ricadere in quelli che la giornalista Maria Venturi ha chiamato contropeccati. L’attivismo può essere deleterio almeno quanto l’ozio. La competitività spesso sostituisce l’invidia, la frugalità prende il posto dei peccati di gola non solo come abitudine alimentare ma anche come stile di vita.
Non è possibile stabilire dove sia il giusto se non a partire dalle proprie esigenze e dalla storia personale. Invece, molti di quelli che mi consultano per problemi sessuali o sentimentali pensano di essere anormali. Ma come definire la normalità ? Abbiamo già affrontato il tema, ma ci sembra giusto riesaminarlo almeno per brevi cenni.
Un primo criterio è quello della normalità statistica: normale è ciò che corrisponde al comportamento della maggioranza della popolazione. A partire da questo principio sono nate le grandi inchieste sulla sessualità che hanno trasformato il mondo dei sentimenti in un atlante di botanica. In saggi del genere, a dominare è il bisogno di rassicurazione che proviene dal sapersi inseriti nella media dei comportamenti di un gruppo dato. Chi fa riferimento a questo criterio pone domande stereotipe sulla lunghezza del pene, sul giusto numero di orgasmi quotidiani, su quale sia la frequenza normale dei rapporti d’amore. E persino su quanti figli sia lecito programmare per non sentirsi diversi.
Chi prende le distanze dal conformismo statistico e ritiene più giusto dare spazio ai bisogni individuali spesso conclude che l’unico strumento per definire la normalità sia quello medico-legale. Si delega allora alla legge il compito di tracciare lo spartiacque tra quello che è normale e quello che non lo è: i fautori di comportamenti sessuali particolari sono in genere i più inclini a questa visione della sessualità.
Agli albori della civiltà, la definizione della normalità morale era affidata alla religione, a cui spettava la giurisdizione non solo sul sapere umano ma anche sull’alimentazione e sulla sessualità. Oggi che a parlare di affetti ci pensano gli psicanalisti, i sociologi si occupano di sentimenti e i filosofi di comportamento, proprio i malintesi sui codici morali sono alla base del conflitto di coppia. Chi si rivolge a noi sessuologi spesso porta inconsapevolmente dentro di sé una ancestrale visione etica, e il nostro lavoro consiste nel portare il paziente ad assumersi le responsabilità delle scelte morali che compie, affinché non rimangano allo stadio di eredità inconscia.
Proprio in sessuologia, l’idea di normalità morale è particolarmente difficile da definire. Basti pensare a quanti trovano che la trasgressione costituisca il migliore afrodisiaco. O alle dame della buona società che si occupano di assistenza sociale a prostitute e drogati solo per poter gettare un occhio su questo mondo a loro proibito. O ancora, si consideri il successo di un libro come DONNE CHE AMANO TROPPO, venduto in cinque milioni di copie nel mondo per un fraintendimento sul titolo. Perlomeno questa è l’idea che me ne sono fatta: chi ha comprato il libro non era tanto interessato a capire come si fa a non amare troppo, voleva piuttosto vedere come queste donne abbiano fatto ad amare così tanto. O meglio, troppo, come annuncia il titolo alimentando speranze trasgressive per un saggio che si occupa del problema ben più serio di chi soffre di bulimia sessuale.
È proprio per la divergenza di opinioni sul concetto di normalità che molte coppie entrano in conflitto. Tipica è la situazione della coppia in cui lui è un fautore della monogamia, mentre lei è una femminista che argomenta le sue idee con le statistiche sull’adulterio. O ancora: lei che vuole lasciare il partner che ha avuto un episodio gay e lui che si fa forte delle conclusioni dell’associazione americana di psichiatria, secondo cui l’omosessualità non va più considerata una malattia.
In situazioni del genere, le terapie aiutano a ridefinire i rispettivi ideali di normalità piuttosto che entrare nel merito del contenzioso. In questi casi si cerca prima di tutto di sfrondare il campo da ideali statistici, religiosi o morali del tutto fuorvianti per poi affrontare lo spinoso problema della normalità soggettiva. Il nocciolo della questione sta nell’affrontare introspettivamente la propria vita per affidarsi a criteri di valutazione diversi da quelli quantitativi. È solo allora che prende forma il bisogno di una più ricca qualità dei sentimenti, insieme alla capacità di rispondere a questa esigenza.

IL BISOGNO DI ESSERE NORMALI.

Per chi si occupa professionalmente di sessuologia, la contraddizione tra normalità e diversità emerge quotidianamente. La prima condizione alla lunga annoia, la seconda spaventa. Che esista il bisogno di essere conformi alla norma è confermato dalle continue richieste di rassicurazione avanzate dagli uomini sulle dimensioni del pene. Per molti di quelli che si presentano negli studi degli andrologi sollevando questo problema, l’insufficienza non è localizzata a livello dei genitali ma simboleggia una più generale paura di non essere all’altezza delle situazioni.
Louis Subrini, un urologo francese che ha lavorato per quattro anni a Tahiti, in occasione della sua comunicazione al Congresso mondiale di Sessuologia (Caracas, 7 dicembre 1989), ha spiegato che molti marinai dell’Estremo Oriente si infilano sotto la pelle del pene delle piccole conchiglie che a poco a poco aumentano il diametro del loro organo sessuale. A beneficio di chi invece è preoccupato dalla lunghezza del suo membro, Subrini ha scoperto che il pene è comparabile per estensione presso tutte le razze, e a cambiare è solo l’inserimento nel perineo. Se la popolazione africana ha un pene per due terzi esterno ed i bianchi mezzo dentro e mezzo fuori, gli asiatici hanno una profonda inserzione all’interno del perineo. Per questo Subrini ha messo a punto un intervento chirurgico che permette di spostare il pene verso l’esterno o verso l’interno, guadagnando o perdendo fino a cinque centimetri di lunghezza: una tecnica che ha avuto notevole successo sia tra le persone sessualmente poco dotate che tra quelle che si sentivano troppo potenti. Se c’è chi si preoccupa per questioni di insufficienza, non manca infatti chi ha il problema opposto. Matteo è timidissimo. Arrossisce in continuazione, e il suo psicanalista lo manda da me sospettando che il problema non sia solo psicologico. Dopo aver passato molti dei suoi ventun anni in terapia, Matteo è riuscito finalmente ad avere un rapporto con una coetanea. I due non sono mai riusciti però a fare l’amore. Le difficoltà di penetrazione sono state, a torto, imputate all’inesperienza di lei, e anche per questo la relazione si è interrotta.
È stato nel villaggio turistico dove ha passato le vacanze successive che Matteo ha sperimentato per la prima volta il sesso. La tema di avventure che ha vissuto nel breve spazio di un mese si sono però fermate al petting: spaventate dalle dimensioni del pene del ragazzo, tutte e tre le donne si sono infatti rifiutate di avere con lui un rapporto completo. In preda all’ansia, Matteo mi chiede se è possibile ridurre le dimensioni del suo pene con un intervento chirurgico. Gli è persino difficile usare preservativi di dimensioni normali, e mi domanda se esistono in commercio modelli extralarge. È insomma ossessionato dall’idea di essere superiore alla media.
La visita andrologi ca conferma che la conformazione del suo pene è armoniosamente superiore alla media, e cerchiamo di spiegare a Matteo che questo non gli procurerà problemi. Dopo alcune sedute se ne convince e riparte con il solo problema residuo di trovare un preservativo adatto alle sue dimensioni.

LA QUANTITÀ NON È SEMPRE UN PREGIO.

Fare spesso l’amore non sempre significa migliorare la qualità della propria vita sessuale. Quantità e qualità a volte si esaltano in una felice sinergia; più spesso si oppongono in una feroce antinomia. Ecco alcuni casi di quantità sessuale di dubbia qualità:

Marisa chiede di essere visitata per una dispareunia (ha rapporti sessuali dolorosi) che è accompagnata da stati di angoscia e da un esaurimento nervoso. Mi dice che da quando lo scorso Capodanno il marito l ‘ha vista ballare con un altro uomo, la loro vita è diventata un inferno. L’episodio ha scatenato in lui una possessività che si esprime attraverso un’attività sessuale forsennata. Appena può, abbandona l’ufficio per fare l’amore con la moglie. La sera rientra dal lavoro in anticipo e non perde l’occasione di consumare mentre il risotto finisce di cuocere. I due o tre rapporti quotidiani non escludono quello notturno, se la fatica lo consente o i programmi televisivi sono particolarmente noiosi. Così non avrai voglia di farlo con altri commenta lui a denti stretti.
La gelosia può trasformarsi in un eccellente afrodisiaco, ma non è mai in grado di migliorare la qualità dei sentimenti, che in questo caso sono anzi del tutto emarginati dal rapporto.
Da due anni Carla non riesce a scrivere, e trattandosi di una nota narratrice la cosa comincia a preoccuparla. Mi dice subito che tutto dipende dall’avere interrotto l’attività sessuale. Per schiarirsi le idee, ha sempre avuto bisogno di essere penetrata e arrivare così al godimento. Era uno strumento di ispirazione collaudato in numerosi anni di attività e attraverso diversi libri di successo, ma avendo lei passato la settantina le cose si sono fatte più difficili. Il suo partner ultraottantenne è stato sconsigliato dal cardiologo a proseguire l’attività sessuale per non affaticare troppo il cuore. Si è quindi defilato dagli incontri galanti, e lei non ha trovato di meglio che consultare un sessuologo. Purtroppo, vista l’età fu impossibile trovare una soluzione per il suo caso.
Il sesso compulsivo non è praticato solo in modo utilitaristico come questo esempio porterebbe a pensare. Lo si ritrova anche tra gli adolescenti e in altri momenti della vita. Talvolta, la non comprensione dei motivi che portano ad una sessualità frenetica porta alla ninfomania: il sesso serve allora a soddisfare bisogni psicologici pregenitali e a confermare le capacità di chi lo pratica.

Esiste poi il sesso che riempie. Come nel caso di Julia, una ragazza che si è rivolta al centro di psicosomatica dell’ospedale di Ginevra per un grave caso di bulimia (fame nervosa). Come tante sue compagne di università, quando è sotto stress Julia si ingozza di cibo di ogni genere che poi volontariamente vomita; inoltre fa un grande uso di lassativi per non ingrassare. Questo accade da due anni, da quando cioè è stata abbandonata dal fidanzato, con cui aveva un’intensissima attività sessuale. Dimostrando grande intelligenza, ci dice di avere capito che è proprio l’assenza di sesso che la porta a riempirsi di cibo.
La bulimia di Julia è ora, dopo vari e importanti interventi a livello medico e psicologico, sotto controllo. Ma la sua affermazione ci conferma la distanza che esiste tra il sesso compulsivo e quello relazionale. Benché sia importante, il primo porta a scaricarsi, mentre il secondo permette di comunicare.

I DECIBEL AFFETTIVI.

Un concerto a cui ho di recente assistito con mia moglie aveva in programma il Poema dell’estasi di Skrjabin. È un brano che amo per la sua forza e brillantezza. Mia moglie lo trova invece troppo intenso, specie se eseguito dal vivo, perché l’intensità le impedisce di apprezzare le finezze della melodia.
Anche nel mondo dei sentimenti c’è chi ha bisogno di molti decibel affettivi per vivere le emozioni. Che si tratti di musica o di rapporti umani, queste persone non riescono a cogliere le mezze tinte. Si situano così all’opposto di quei privilegiati che riescono ad alternare emozioni intense a rapporti più sfumati a seconda delle situazioni e delle persone con cui entrano in contatto.
Per sentirsi vivo, Gianfrancesco è obbligato a scatenare delle vere e proprie tempeste emotive. In realtà, si trova a suo agio solo in situazioni limite, e quando le acque sono troppo calme si inventa degli incidenti. Anche quando gioca a tennis drammatizza: se un avversario reclama un punto è un ladro, se il compagno di doppio sbaglia una palla ha compiuto un errore fatale. In amore gli succede lo stesso, e le storie di Gianfrancesco sono sempre tempestose e all’insegna della litigiosità. In ogni dissidio lui coinvolge amici e parenti, e i suoi flirt sono un tema obbligato delle chiacchiere mondane.
Una delle persone con cui va più d’accordo si chiama Cleopatra, un nome che è tutto un programma. È una specialista nel complicare le faccende più semplici e nel creare incidenti teatrali. Litiga con tutte le donne specie se attraenti, conosce la vita intima di tutti i reali d’Europa e la sua lettura preferita è Novella 2000.
Sia Gianfrancesco che Cleopatra vivono come in un film western: non possono stare più di cinque minuti senza un colpo di scena. L’azione serve loro per sentirsi veri: una condizione comune a molti. Le recenti polemiche sulla febbre del sabato sera, che ha portato migliaia di genitori a schierarsi contro gli eccessi notturni dei figli, partono dallo stesso bisogno. E lo stesso si può dire del fenomeno dei raduni rave, le feste che coinvolgono migliaia di ragazzi dalle tre del mattino al pomeriggio del giorno dopo. La necessità di vivere intense esperienze emotive è sempre legata al bisogno di verificare i propri limiti. Un’esigenza che è portata all’estremo dagli psicotici, che spesso si fanno del male ancor prima che la crisi di nervi abbia inizio: ferirsi significa per loro sentirsi e ritrovare così il senso del limite del proprio corpo della propria personalità.
La verifica dei propri limiti, che da bambini costituisce un tassello fondamentale nella costruzione della propria identità, si accentua nel corso dell’adolescenza. I suicidi di teenager a partire dai quali si è costruito il mito della gioventù bruciata spesso sono solo incidenti: il desiderio non era quello di morire ma di sperimentarsi ai confini della incolumità personale. E l’esperimento è andato troppo oltre.
Per molti, rischiare è l’unico modo per creare l’intensità emotiva che sola merita di essere vissuta. Woody Allen ha interpretato magistralmente questo genere di personaggio nell’episodio del film Tutto Quello Che Avreste Voluto Sapere Sul Sesso Ma Non Avete Mai Osato Chiedere in cui i protagonisti riuscivano a vivere la loro sessualità solo in pubblico: sotto il tavolo di un ristorante o nelle sale di un museo. Nel reparto di sessuologia dell’ospedale dove lavoro conosciamo molti casi del genere. Leslie ad esempio si è rivolta a noi di recente perché riesce a fare l’amore solo in una caserma o sdraiata sulle rotaie all’interno di una galleria ferroviaria. Senza addentrarmi nelle molte implicazioni psicologiche della sua storia, dirò che il tratto saliente della sua personalità è l’amore del rischio affrontato con una doppia speranza: che molti treni passino durante il rapporto e che il rumore del loro arrivo sia abbastanza forte perché lei e il partner possano scansarsi per tempo.

Aboliamo L’amore

II titolo di questo capitolo è volutamente provocatorio: non si riferisce al sentimento in sé, ma alla parola che tanto male lo illustra. Abolire una parola non è un’idea stravagante. In medicina o in psicologia, dove certe parole sono preziose perché servono non solo a comunicare ma anche a illustrare i contenuti sottostanti, sono molti i termini che vengono progressivamente abbandonati. È successo con psicosomatica, parola che ha portato più confusione che chiarezza. Prevedo la stessa: sorte per depressione, un termine psichiatrico che è entrato: nel linguaggio popolare come sinonimo di cruccio, tristezza o disperazione col risultato che non si sa più se si stia parlando di un normale stato emotivo o di una patologia psichica.
Abbandonare la parola amore. Certo è più difficile. Tanto per cominciare, non si tratta di un termine scientifico. Al recente congresso della Società Italiana di Psicanalisi, che si è tenuto a Saint Vincent nel 1990, si è giustamente parlato degli affetti. Si è usata invece la parola amore a Venezia, in occasione del congresso della FIP (Federazione Italiana Psicologi) che si è tenuto nell’ottobre del 1990. E la confusione è stata grande. Il titolo dell’incontro, Psicologia dell’amore, ha suscitato non pochi malintesi tra i medici, i magistrati, i politici e gli psicologi presenti. Per alcuni di loro, l’amore è una risorsa, la forza motrice della vita individuale e pubblica. Per altri l’amore è rischio: una passione distruttiva dalle conseguenze devastanti (si è accennato a suicidi, malattie veneree, AIDS, perdite patrimoniali). Già l’espressione fare l’amore è ambigua: si parla dell’incontro dei cuori o dei genitali ? I due organi non sempre pulsano in armonia. Anzi. Grandi malintesi nascono dal fatto che uno pensa di mettere in gioco il proprio corpo, mentre l’altro sta investendo i propri sentimenti.
Le cose non cambiano se sostituiamo al termine amore quello a me caro di intimità. Basti pensare che in giurisprudenza e in sessuologia si parla spesso di rapporti intimi per definire relazioni che niente hanno a che fare con l’intimità. E per amore malinteso si possono creare vere e proprie ingiustizie. Marisa è la protagonista di una di queste. Ha desiderato un figlio per non sentirsi sola quando il marito era assente da casa. Lo ha voluto per compensare questa mancanza, e ora non si capacita del fatto che suo figlio si droga. Proprio lui che ha ricevuto tanto amore ! Mi dice. L’amore oblativo, che implica generosità e condivisione gratuita, sfuma spesso in emozioni che nulla hanno a che fare col sentimento originario: nell’amore di sé o nel narcisismo, nell’amore tirannico e possessivo, o nell’amore dell’amore che finisce per dare all’altro l’illusione di essere desiderato mentre non è che l’attaccapanni di un bisogno pulsionale del soggetto. Al Convegno di Venezia cui facevamo prima cenno, lo psicanalista Aldo Carotenuto ha difeso la forza della passione amorosa, la sola in grado di mobilitare le energie più riposte dell’individuo. Pur avendo molto apprezzato la sua presentazione, mi sono permesso di obiettare che è difficile credere alla stessa passione quando si ripete per la decima volta ! Nella storia di Eros e di Agape, si alternano in continuazione queste due diverse concezioni: quella dell’amore inteso come forza vitale e quella dell’amore che si riferisce all’oggetto al quale si rivolge. La prima concezione è originaria del periodo classico, la seconda trionfa agli albori della cristianità. Nei tenebrosi secoli del Medioevo, l’amore viene ora assimilato alle passioni terrene (come nell’amor cortese), ora al volere divino (come nelle crociate). L’ultima inversione di tendenza risale a pochi anni fa: per l’esattezza al periodo intorno al 1968, quando Herbert Marcuse ha rivalutato il vecchio concetto Reichiano che vede nell’amore e nella sessualità un’energia fondamentalmente positiva ed al servizio della vita. Per lui, nuovamente, non ha priorità l’oggetto d’amore sul quale la pulsione si condensa e si realizza. Il che ci spiega in parte la recente moltiplicazione dei casi di crisi dell’identità sessuale. Solo negli ultimi anni, con la crisi delle grandi ideologie che ha riportato le persone ad interessarsi al privato, le idee forti della liberazione sessuale sono state sostituite da un nuovo interesse per i sentimenti e le emozioni. E la parola amore è tornata ad essere sorgente di malintesi. Fosse per me, abolirei anche il concetto di qualità totale, concetto di stampo manageriale che negli ultimi anni ha trovato un crescente numero di estimatori anche nel campo psicologico. Non sto divagando. Il presupposto di questa teoria è che solo vedendo le problematiche di una struttura produttiva nel suo complesso, dalla progettazione alla vendita, si possono armonizzare le difficoltà e ottimalizzare gli interventi. Ma questo implica necessariamente la presenza di un su permanager o per lo meno di un consulente aziendale in grado di valutare l’insieme del fenomeno. Tornando al nostro campo di indagine, solo i religiosi o i filosofi dell’utopistica città di Platone sarebbero in grado di
gestire nel migliore dei modi il pianeta amore. In realtà, l’attuale trend psicologico (e forse anche quello economico) va nel senso opposto: la società si orienta cioè verso una pluralità ad alta soggettività. L’amore, così come la sessualità o l’aggressività, ha radici nella profondità dell’anima. È viscerale, ambiguo: tutto meno che un fenomeno omogeneo od ottimizzabile. Non a caso si assiste alla rivalutazione dell’idea freudiana di aggressività come emozione fondamentale, strettamente legata alla struttura della natura umana. Il discorso si può estendere all’amore. Anche in questo caso, la conflittualità non è qualcosa di collegato solo con l’esterno, come voleva Jean-Jacques Rousseau, che era convinto dell’esistenza di una natura buona contaminata da una società cattiva. Certo, l’amore può essere ucciso dalla promiscuità, dalla difficoltà di trovar casa, dall’inquinamento, da un lavoro mal pagato. Ma questa conflittualità esterna è solo una piccola parte della conflittualità derivante dall’ambivalenza fondamentale dei sentimenti umani. L’amore dovrebbe rendere felici: ma quante persone sono rese felici dall’amore ? La maggior parte fa finta di esserlo, vivendo un amore comperato ed effimero in cui il mondo dell’essere è sostituito da quello dell’avere o dell’apparire. Essere felici non solo è difficile, fa anche paura. Si pensi alla terribile ambiguità del Natale, in cui la gratuità dei doni è sostituita da una corsa affannosa alla reciprocità calcolata. I regali che devono essere ricambiati, che servono a mantenere i contatti in vista di eventuali affari futuri, non possono più essere chiamati doni. In famiglia si litiga soprattutto a Natale proprio perché è l’unico momento disponibile per incontrarsi. E molti, riprendendo le sedute psicanalitiche dopo le vacanze, dicono: Per fortuna che anche questo Natale è passato senza danni eccessivi ! C’è chi pensa che l’amore sia dotato di una potenza senza limiti, di una forza capace di fare saltare ogni ordine costituito. Ma allora perché tanti suicidi e tante crisi d’identità ? Forse perché l’amore è sì una forza, ma ingabbiata e prigioniera: invece di amare, la gente crede di volerlo fare, mentre vuole solo sedurre. In una società in cui quello che conta è apparire, in cui i valori sono quelli della pubblicità, il piacere di condividere e di amare è continuamente messo a dura prova. Si è detto che l’amore, come la pubblicità, è una favola per adulti. Ma l’analogia dovrebbe fermarsi qui. Almeno perché nella pubblicità il rapporto è asimmetrico e interessato: uno vuole guadagnarci. Mentre l’amore dovrebbe essere simmetrico; reciproco e gratuito: cioè su una base di parità, anche se i partecipanti spesso sono in numero dispari… Ai miei tempi, quando due giovani s’innamoravano e abbandonavano la compagnia, gli amici dicevano: Giorgio non si vede più perché è innamorato. Oggi, l’amore ha perso questo carattere privato, e deve essere quasi messo in pubblico, descritto agli amici. Sono sbalordito dalla capacità delle donne di raccontare del proprio amore all’amica, in ufficio, scrivendo ai giornali o facendo confessioni pubbliche in televisione. È come se l’amore non fosse più un fine, ma il mezzo per poter parlare di sé. L’amore reso pubblico perde il suo valore reale e finisce con l’appartenere sempre di più al mondo dell’effimero e dell’apparenza, di nuovo, è poi quello della pubblicità. Come ha detto l’editore Fausto Lupetti, I pubblicitari non fanno altro che costruire attorno ai prodotti un’aureola emozionale il cui legame con l’effettiva funzione dell’oggetto è sempre più tenue. È insomma continuamente contraddetto il vecchio adagio secondo cui l’abito non fa il monaco: sempre più spesso l’abito maschera o sostituisce il suo proprietario. Più che agli spot, i sentimenti sono simili a romanzi: gioco e linguaggio infiniti. Ma il gioco può continuare solo a condizione di mantenere l’illusione, ingrediente indispensabile della passione amorosa (come sostiene Jole Baldaro Verde), La relazione emotiva (quale che sia, dato che abbiamo rinunciato a chiamarla amore), per essere salvaguardata deve contenere alcuni indispensabili ingredienti.
1. L’altro deve essere (o deve avere la convinzione di esserne che conta. Niente è nocivo per l’amore quanto l’abbandono di questa caratteristica che fa sì che due innamorati si sentano unici, mentre chi li guarda dal di fuori li considera solo preda dell’ebbrezza dei sentimenti. La parola chiave è unicità: altrimenti non resta che dar ragione a quel marito deluso dal comportamento monotono e poco partecipante della moglie, che veniva accusata di far l’amore come si fa una prestazione mutualistica. Un’altra signora sembrava fe che il marito la chiamasse la mia principessa. Ma rimase delusissima quando scoprì che il marito chiamava così anche la gatta siamese !
2. L’amore deve mobilitare una sufficiente quantità di energia. Altrimenti diventa una sorta di bilancino per ragionieri. Come succede a Singapore. Sono rimasto inorridito da come si organizzano i regali di
nozze a Singapore. Ogni persona che riceve un oggetto è tenuto a restituirne uno di prezzo superiore del lO per cento: in questo modo, quando i suoi figli si sposeranno riceveranno un regalo che varrà almeno il doppio di quello che lui aveva ricevuto a suo tempo ! Certo, il metodo è buono per compensare gli effetti negativi dell’inflazione: ma non ha niente a che fare con i sentimenti !
3. All’amore bisogna dare tempo. C’è urgenza nel caso dei colpi di fulmine, non quando c’è di mezzo l’amore. Molti incontri avvengono invece in maniera fulminea, saltando tutti i rituali della conoscenza e del corteggiamento, e non solo la sessualità, ma anche l’amore, rischia di soffrire per questo. Se si vuole che esso sia un sentimento adulto, una risorsa da condividere, l’amore necessita di tempo per conoscersi, di esperienza, del superamento delle sue ineluttabili crisi. Una coppia che non ha sperimentato e superato una crisi resta una coppia a rischio. I legami veloci funzionano entro ruoli stereotipati e non danno origine a un incontro di persone. Si scopre così che una coppia dura solo per il comune odio nei confronti della suocera: e quando lei non c’è più (e magari i figli se ne sono andati di casa) i due entrano in crisi. Di colpo, la crisi, inspiegabile per gli amici della coppia, Il cui legame durava magari da 30 anni. In realtà, i due non si erano mai amati. 0, forse, non avevano mai affrontato la crisi che li avrebbe aiutati a crescere insieme. C’è anche chi ha una visione del tutto pessimistica dei rapporti di coppia duraturi e sostiene che l’amore sia una febbre strana che nasce con un brivido e che finisce con uno sbadiglio…
4. L’amore necessita di una certa dose di generosità. Sempre che questa non divenga oblatività beota e cieca. Generosità significa capacità di amare l’altro e la relazione che con lui si instaura. Generosità. Inoltre, vuol dire gratuità. Anche su questo termine così alla moda e così ambiguo, bisogna peraltro mettersi d’accordo. I sentimenti non possono essere gestiti come un budget; e anche volendo seguire questa metafora, non sempre la disponibilità degli sponsor implica gratuità: spesso anzi si tratta semplicemente di un investimento. Come dice il giurista Papisca, in campo affettivo non esistono creditori e debitori: i crediti sono sempre a fondo perduto. Certo, dal punto di vista economico guadagnare non solo è lecito, spesso è obbligatorio (anche se i migliori affari sono quelli da cui entrambi i contraenti traggono vantaggio), ma questo calcolo non può essere alla base di un legame affettivo. l guadagno personale è, in questo caso, solo la naturale conseguenza di un amore che dura e nel quale gli interessi affettivi dei partecipanti trovano il loro spazio legittimo. Perché ciò avvenga, è però necessario che almeno uno dei due affronti qualche rischio affettivo, nella speranza che l’altro faccia lo stesso. Se, al contrario, entrambi si chiudono in se stessi in attesa, rimarranno sempre vuoti e diffidenti. Anche se non portano lo stesso cognome.
5. Come nel rapporto madre-bambino una buona intimità si basa sulla fiducia, così non è possibile che esista amore dove ci sono diffidenza e sospetto. Per questo coloro che fanno seguire il partner da un investigatore privato dimostrano non di amare ma di voler possedere. Non intendo con questo fare l’apologia dell’amore cieco, ma ritengo importante sottolineare che la fiducia di base è un ingrediente indispensabile dell’amore.
6. Certo, non sempre la passione permette sincerità e trasparenza. Come diceva quel famoso tango: Piovra dagli occhi scuri, pensieri impuri mi metti in cuor, febbre d’amor… Ma una cosa è certa: difficilmente l’amore resiste senza una certa dose di stima. Fanno eccezione le mamme: loro sì possono amare il figlio drogato, o malato, o che ha compiuto atti indegni. Ma solo perché l’amore materno non è misurabile secondo il metro della stima. Esso è simile alla carità cristiana che non ha limiti di stima perché tutti gli esseri umani sono figli di Dio. In tutti gli altri casi, la stima di sé e dell’altro è necessaria. Se non altro perché né l’amore né il sesso possono essere rivendicati come un diritto sindacale.
Almeno sei ingredienti sono dunque necessari per tenere sempre viva una storia d’amore. Ma non per questo la parola amore perde la sua intrinseca ambiguità. Molte domande restano senza risposta. Per esempio: che cosa si ama ? C’è chi ama gli oggetti, chi gli animali, chi le persone. E non necessariamente questi ultimi sono i più felici. Un terapeuta della coppia mi diceva che la coppia che ha le migliori possibilità di durare è quella in cui lui e lei hanno una passione sublimata (per esempio: lui è collezionista di francobolli e lei adora la musica). Solo dopo aver canalizzato così la propria passione, la coppia può condividere un amore più adulto e più maturo.
Ci si può anche domandare dove abita l’amore: nel cuore, nella testa, nella pancia ? O in tutti e tre ? Se si trattasse solo di un sentimento, come si dice, dovrebbe nascondersi. Nel cuore, ma sappiamo tutti che non è così. L’amore è in effetti, la forza così impalpabile, così universale, da coinvolgere tutti i centri vitali: sensazioni, emozioni e immaginario. Proprio perché fa parte delle forze fondamentali che Gaston Bachelard ha collegato al simbolismo del fuoco e dell’acqua, l’amore continuerà a suscitare grandi aspettative e delusioni altrettanto grandi. L’acqua purifica e può diventare energia una volta canalizzata nelle turbine: ma può anche essere causa di epidemie o di inondazioni catastrofiche. Il fuoco, che ancora più dell’acqua ricorda simbolicamente l’amore (perché dà luce, calore ed energia) può trasformarsi in un incendio distruttivo, o in un vulcano che semina la morte.
Certo, si possono vedere le cose diversamente. In prospettiva, dopotutto, sarà proprio la lava a rendere fertili le pendici del vulcano. Ed è forse questa la metafora più bella dell’amore, ciò che lo rende eterno: la sua capacità di rinascere perennemente dalle proprie ceneri. Solo gli uomini, con i loro tentativi di gestire l’amore in modo egocentrico e interessato, sonno effimeri. L’amore li trascende e ne relativizza le passioni: terrene. Aboliamo quindi questa parola, visto che è tanto ambigua. Ma salvaguardiamo l’amore. P.S. Vista l’incapacità da parte dell’autore a definire i limiti dell’amore, in questo libro ci si limiterà a esaminarne alcuni spetti particolari che vanno sotto il nome di sentimenti.

La Qualità Dei Sentimenti

CONFERINTA 1200.JPGÈ molto difficile dire cose intelligenti su argomenti comuni come i sentimenti. Si corre sempre il rischio opposto: quello di dire cose banali su argomenti importanti. Questo libro nasce dall'osservazione delle difficoltà incontrate dagli scienziati, siano essi medici o saggisti, nell'affrontare i grandi temi che trattano dell'evoluzione dei sentimenti. Per parlare dell'amore, è meglio lasciare spazio agli artisti e ai poeti. I sociologi, ad esempio, quando abbandonano le analisi quantitative per addentrarsi nel mondo della sociologia dinamica, spesso mancano dell'esperienza clinica quotidiana che li potrebbe mettere in contatto con la linfa vitale dei sentimenti. Provano allora a cercarla altrove, con alterne fortune. Per trovare un materiale analogo all'esperienza clinica degli psicoterapeuti, il sociologo Jean Kellerhals di Ginevra ha scandagliato la letteratura popolare. Lo stesso metodo è stato adottato da Francesco Alberoni, che ha recentemente studiato coi suoi collaboratori i contenuti della Collana Harmony per analizzare il linguaggio dei sentimenti. I filosofi sentono che il territorio della loro competenza specifica è insidiato da più parti: soprattutto da sociologi, da psicosociologi e dall'applicazione della psicanalisi al mondo degli affetti. Malgrado non manchino personalità d'eccezione, la filosofia dei sentimenti non sembra particolarmente fiorente. Da un lato rischia di impantanarsi nelle sabbie mobili dell'etica e della morale, e, dall'altro, di confondersi con la sociologia aggressiva di intellettuali come Bernard-Henri Lévy o Michel Foucault. La posizione dei teologi è ancora più difficile. Prima di tutto, intervengono ormai in troppi campi sine cognitione causae. E poi il loro pensiero spesso procede sugli stretti binari di una logica dogmatica e deduttiva, troppo rigida per applicarsi alla lettura di emozioni fondamentali come il desiderio sessuale o l'aggressività. Confesso, però, di conoscere poco questa letteratura. Anche la psicanalisi non è esente da rischi metodologici. La consuetudine di partire dalla patologia per definire la normalità degli affetti e delle emozioni dà sempre più l'impressione di una estrapolazione abusiva. L'estensione del metodo psicanalitico al di fuori dell'ambito terapeutico per il quale è stato creato mostra ormai tutti i suoi limiti: essa è tanto affascinante quanto pericolosa. Secondo Enzo Spaltro, gli psicanalisti (e gli psichiatri) si distinguono dagli psicologi per una questione di tono: i primi hanno del mondo una visione pessimistica, i secondi propendono all'ottimismo. Freud ha parlato più dei malati che degli eroi: ora sembra giunto il momento di capire cosa vi sia di peculiare nell'uomo di successo e che ha trionfato sulla sua nevrosi. Certo, la patologia resta spesso più interessante della normalità. Lo dimostrano le vendite dei giornali: è lo strano, è il perverso, che fa sognare e fremere il lettore. Come sostiene il più trito degli slogan giornalistici, è l'uomo che morde il cane che fa notizia, non il contrario. Né il sociologo né il filosofo; non il teologo e neppure lo psicanalista. Nessuno ha dunque il monopolio sul discorso dei sentimenti: le diverse competenze coesistono e si rivelano inevitabilmente parziali. In questa prospettiva, uno psichiatra a formazione analitica come me ha lo stesso diritto di altri specialisti ad addentrarsi sul terreno infido delle emozioni e degli affetti. Le ragioni di quest'interesse sono d'altra parte molteplici.
1. Al contrario di quel che comunemente si pensa, le disfunzioni sessuali di cui mi occupo professionalmente sono più legate a problemi affettivi che a insufficienze biologiche. Ho già descritto casi nei quali la domanda sessuale maschera una difficoltà a gestire l'intimità affettiva. La capacità: li stabilire rapporti intimi è la cartina al tornasole di molte relazioni, e può servire come modello per addentrarci nel territorio più vasto dei sentimenti. Emblematico è il caso di Mario e Lucilla, coppia in disaccordo sul concetto di normalità sessuale. Lui sostiene di essere del tutto normale: è pronto quando la moglie lo richiede e non ha difficoltà d'erezione, anche se quasi mai riesce a prendere l'iniziativa. Lucilla obbietta che non vuole solo prestazioni fisiche, ma essere desiderata. Ha bisogno della dolcezza e delle carezze che precedono e se possibile segue l'attività sessuale. Altrimenti non riesce a raggiungere l'orgasmo. Ed è per questo che Mario la manda dal terapeuta. Basta una seduta per chiarire l'equivoco. Avevano ragione entrambi: Mario, che rivendicava l'efficienza della sua sessualità: Lucilla che chiedeva più intimità affettiva. Era peraltro certamente lei a mostrare una maggiore maturità sentimentale, nonostante si dimostrasse sessualmente più fredda. Anche il concetto di intimità, così come quelli di amore e li sesso, necessita di essere chiarito. C'è chi la considera ma qualità, un privilegio da condividere con pochi. Per altri è un difetto: una debolezza, un residuo romantico e de: adente. Questi ultimi confondono l'intimità con le coccole. Primi pensano che porti ad una condivisione più profonda. Altri malintesi, questa volta sui livelli di scambio, possono nascere dal fatto stesso che l'intimità può essere vissuta ad almeno cinque livelli:
spirituale, intellettuale, affettivo, corporeo, e sessuale. È proprio questa complessità dei sentimenti, insomma, che ci impone di non arrestarci ad una analisi superficiale e ci spinge ad addentrarci nelle pieghe dell'animo umano.
2. Il mondo dei sentimenti permette di gettare un nuovo ponte tra pubblico e privato. Si parla di calo della solidarietà e dell'impegno sociale. Si dice che proprio il ritorno al privato ostacola l'impegno civile. È un malinteso che nasce dalla confusione tra dimensione privata ed egoismo. Al contrario, molti trovano proprio nel buon rapporto con se stessi la spinta per l'impegno pubblico. Il politico che conduce una campagna moralizzatrice per compensare problemi personali non risolti (succede più spesso di quanto si pensi) potrà forse imporsi come un nuovo Savonarola: rimane, nondimeno, una personalità inquietante. Credo di più in chi riesce a essere autentico nei suoi rapporti privati: sarà anche in grado di difendere gli stessi principi nell'ambito della solidarietà sociale. È naturale che non sempre questo sia automaticamente vero. Alcune persone, anche le più autentiche, possono ad esempio gestire i sentimenti solo mantenendo una certa distanza affettiva. Angelo è un professore universitario: un ottimo pedagogo che ha sempre avuto passione per l'insegnamento e che sempre è stato ricambiato dalla stima dei suoi allievi. Paradossalmente, ha più difficoltà educative a casa, con i suoi figli, che in università. Gli riesce facile confrontarsi in pubblico perché non si mette in gioco personalmente: la distanza che instaura con i suoi allievi agisce come una sorta di neutralizzazione affettiva. Il corpo a corpo necessario nel legame coi figli invece lo paralizza, e si ritrova incapace di gestire i propri sentimenti. La sua esperienza è opposta a quella di Carlo, che è un padre disponibile al rapporto con i propri figli, sempre pronto a condividere nuove esperienze nell'ambito dell'intimità familiare. Dirigente industriale, Carlo va in crisi quando si trova di fronte ai suoi dipendenti. Le sue capacità pedagogiche crollano per la paura di essere mal giudicato. C'è quindi una distanza ottimale nella quale i sentimenti riescono ad esprimersi.
3. Ho riletto le favole di Esopo e di La Fontaine riscoprendone la grande modernità, e questo mi ha invogliato a rivisitare i sentimenti espressi in queste storie emblematiche. Ecco perché alcuni paragrafi di questo volume sono strutturati come favole. Viene presentato un tema, che spesso è di per se stesso ambiguo o apparentemente ordinario, e in cui gli uomini giocano la parte degli animali delle favole. La storia si conclude con una morale, sia pure indiretta. L'uso delle favole e delle metafore è frequente sia in psicanalisi che nelle psicoterapie sistemiche ? Si adotta questa tecnica ogni volta che diviene difficile o addirittura paralizzante esprimersi per concetti: in questi casi si fa ricorso a situazioni allegoriche. Succede, per esempio, quando è difficile rompere il silenzio che è calato sulla vita di una coppia. Spesso faccio notare ai due che hanno eretto un muro tra di loro, incitandoli a immaginare cosa si possa fare per superarlo. Lei propone di costruire una porta; lui di scalarlo. Sovente cominciano a litigare su come risolvere il problema del muro. Si tratta già di un miglioramento: litigano tra di loro e non su di loro. Più tardi, la stessa coppia può essere invitata a riflettere sulla valigia piena di problemi che si sta portando dietro. Insieme, si vede quali sono i panni sporchi che vengono lasciati nell'ufficio del medico e quali quelli che vengono rimessi in valigia e riportati a casa. Non sempre le metafore permettono di risolvere i problemi, Ma spesso aiutano a ristabilire il dialogo attraverso la creazione di obiettivi comuni da risolvere.
4. Per addentrarci nel mondo dei sentimenti, abbiamo adottato un'altra strategia che si rifà al rapporto tra Caino e Abele. Fratelli ma diversi, i due incarnano gli stereotipi del bene e del male. Ma proviamo a osservarli meglio. La bontà di Abele è anche la sua debolezza; mentre la cattiveria di Caino rappresenta anche una forza. Non ci occuperemo però di bene e di male, e neppure delle grandi antitesi della vita (attività-passività, forza-debolezza, coraggio-viltà, bellezza-bruttezza…). Ci proponiamo invece di raccontare la faccia nascosta dei sentimenti. Il coraggio può nascondere l'incapacità di vivere una vita ordinaria, la viltà può rivelarsi una salutare prudenza. L'attività può diventare frenesia, la passività spesso significa capacità di introspezione. Proprio questa doppiezza di ogni situazione umana è fonte di numerosi malintesi. E i malintesi affettivi sono più frequenti di quel che si pensa. Sia nella forma che nel contenuto. Già l'uso di alcuni termini genera confusione. In sessuologia, per esempio, alcuni parlano di eiaculazione precoce e altri di eiaculazione prematura. Nel primo caso, il riferimento è quantitativo (si può definire precoce un
rapporto che dura 30 secondi o che non ha più di dieci movimenti). Quando si usa l'aggettivo prematuro si adotta implicitamente un concetto più relazionale: il comportamento è prematuro rispetto alle aspettative proprie o del partner. Poniamo il caso che la donna abbia una risposta sessuale rapida: anche se lui termina il rapporto in 30 secondi, non ci sarà motivo di lamentarsi. Si potrà invece parlare di eiaculazione prematura, rispetto alle aspettative di piacere condiviso dalla coppia, se lui conclude dopo 10 minuti ma il comportamento sessuale di lei è particolarmente lento. Tutto è relativo, e altri esempi del libro tengono conto di questi malintesi formali. Si può parlare dei giovani di oggi come di neoegoisti, mentre per altri si tratta di una generazione realista. Si può dire che le donne incarnino sul lavoro modelli di comportamento maschili: ma resta il dubbio che abbiano semplicemente raggiunto l'obiettivo che il movimento femminista perseguiva, quello della parità. C'è chi dice che un atteggiamento seduttivo nasconda il desiderio di truffare il prossimo, ma per altri è solo un ulteriore elemento di fascino. La trasparenza, l'essere diretti nei rapporti con gli altri, è un pregio o un difetto ? Ne parleremo nel corso del libro, attraverso il racconto di storie spesso singolari.
5. Le tematiche del libro sono volontariamente presentate sotto forma di opposizioni del tipo o-o. Si tratta di una scelta soggettiva e dichiaratamente provocatoria. Come, infatti, in fisica la presenza di poli opposti è necessaria per suscitare l'energia elettrica, così la vita non è mai totalmente bianca o nera. Ma spero che il lettore vorrà accettare la provocazione per quel che è, nella speranza che alla fine di ogni capitolo si sia passati dal rapporto o-o alla soluzione e-e.
6. Questo volume non difende un modello di psicoterapia, ma un progetto di rnicropsicologia dei sentimenti in cui i casi clinici, opportunamente mascherati, servono ad illustrare le idee, e non il contrario. Solo nell'ultima parte del libro, gli esempi si fanno più lunghi e strutturati, per dimostrare come La focalizzazione sui sentimenti abbia spesso risolto psicoterapie che si erano insabbiate. La micropsicologia dei sentimenti, in altri termini, non è solo un modo nuovo per penetrare nel mondo degli affetti, ma costituisce anche la messa a punto di un metodo: il corretto uso dei sentimenti e delle emozioni può trasformarsi in un fattore di guarigione.

La Gioventù Del Malessere

E in Italia ? In Italia questi fermenti appartengono ancora a piccole minoranze, e si esprimono generalmente nella forma assai edulcorata del beat casareccio dei rokes, dei Nomadi, dell’Equipe 84 o dell’urlo strozzato di Gianni Morandi (c’era un ragazzo che come me…) e di Carmen Villani (sì, proprio lei) che incita i giovani alla disobbedienza civile con le sue mille chitarre contro la guerra. La droga, la liberazione sessuale sono di lì a venire. I capelloni, il rifiuto dell’autoritarismo, la «linea verde», il pacifismo sono fenomeni e tendenze di élite ristrette di origine prevalentemente urbana.

La protesta giovanile – quando di protesta si tratta assume un carattere il più delle volte passivo, che non va oltre la chiusura nel proprio universo, l’incomunicabilità col mondo degli adulti. Più di Dylan e di Joan Baez sono i cantautori, in Italia, a interpretare le ansie esistenziali della nuova generazione. Nel deserto di allora, Gino Paoli – inconsapevolmente ? Svolge in campo culturale una funzione „sovversiva”. In una Italia non ancora divorzista e saldamente bacchettona nelle sue manifestazioni sentimentali pubbliche, le sue canzoni erano tutte chiaramente ed esplicitamente libertine e adulterine… Gino Paoli comunicò all’Italia discofila e pudibonda che l’amore lo si fa anche nei letti e che spesso esso è squallore, noia e desolazione; e che, comunque, è fatto (guarda un po’) anche di corpi e di sudori. Tutto questo, unitamente ad atteggiamenti ingenuamente o vanitosamente irregolari, faceva di Gino Paoli un autore, in qualche modo usabile, della gioventù „intelligente e (quindi) di sinistra” di quegli anni, quella che si formava nei licei e nei circoli culturali di provincia. Non diverso il destino di Luigi Tenco, che ai due elementi costitutivi della personalità di Paoli (la sincerità espressiva e l’anticonformismo degli atteggiamenti) un terzo ne aggiungeva: una scelta politica che lo portava a dichiararsi comunista nelle interviste ai giornali. Cosa strabiliante per la canzonetta dell’epoca.

È che l’Italia non è l’America; e nemmeno l’Inghilterra, la Francia o l’Olanda. Il «miracolo economico», la diffusione di, massa di un certo consumismo e di un qualche benessere hanno avvicinato, è vero, il nostro paese (tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60) ai livelli raggiunti dalle società capitalistiche più sviluppate. Ma il gap resta ancora incolmabile, mentre permangono tutte le contraddizioni – e le storture e le arretratezze – del nostro meccanismo sociale ed economico. Il boom fa uscire la società italiana dagli orizzonti angusti dell’Italia agricola-industriale (arcaica, patriarcale, chiusa, a basso livello di consumi) e determina sconvolgimenti sociali che lacerano il vecchio involucro delle forme comunitarie precapitalistiche, con riflessi evidenti sui comportamenti, sui costumi diffusi, sulle gerarchie di valori. Ma le strutture della società civile (dalla famiglia alla scuola alla chiesa) sono per molti versi ancora arretrate, e caotici e inefficienti continuano a essere i principali servizi sociali e collettivi.
Valga per tutti l’esempio della scuola. Per il centro-sinistra, la scuola doveva fungere da momento-cerniera di un nuovo disegno dello sviluppo ispirato ai principi della programmazione e della razionalizzazione. E difatti il centro-sinistra elabora una politica scolastica di lungo respiro, di cui l’ipotesi Svimez del 1961 è l’esempio più probante. Occorre – si dice – eliminare le strettoie (suddivisione della scuola secondaria inferiore, forte selettività di quella superiore) che canalizzano verso l’alto solo un numero ristretto di studenti; occorre qualificare nuovi quadri per sostenere l’espansione. Eppure, ancora nel ’68 – quando, al termine della fase alta della congiuntura, il ciclo si è ormai invertito e quel modello di apparato non potrà più essere collegato a quel progetto sociale – la scuola italiana continua a mostrare tutte le sue crepe, tutte le sue endemiche disfunzioni.

I giovani, insomma, non hanno davanti a sé né un paese simbolo del capitalismo e dell’imperialismo né un paese avviato verso più modesti traguardi di sano riformismo occidentale. E sì che il centro-sinistra, al suo nascere, aveva assicurato che i tradizionali squilibri della società italiana sarebbero stati rapidamente superati e che problemi spinosi come la piena occupazione, l’unificazione economica, la questione agraria sarebbero stati finalmente risolti. E aveva affermato che lo stesso problema tradizionale per l’Italia, dello squillibrio tra offerta di lavoro da un lato, e domanda di lavoro, dall’altro, era da considerarsi superato e sostituito da un altro problema, quello della non coincidenza tra i luoghi dove il mercato rende convenienti i nuovi investimenti e i luoghi dove la forza di lavoro è disponibile.

I primi anni del centro-sinistra sulla scia di un’espansione economica che non accenna a rifluire danno in particolare ai giovani la sensazione che l’Italia stia cambiando davvero, che il paese si stia finalmente incamminando sulla strada della modernità con la volontà di bruciare rapidamente le tappe, di colmare in breve tempo il divario che lo separa dalle società industriali più progredite. È su questo terreno (sul terreno riformistico dell’idea – forza di una ripresa non soltanto economica, ma sociale e civile, del mondo occidentale) che riprende forza e credibilità – all’inizio dei ’60 – anche il «mito americano»; è su questo terreno che nasce la simpatia verso John Fitzgerald Kennedy, altrimenti inspiegabile per una generazione che di li a poco «farà il ’68, sospinta dall’esempio del «che», del vietnam e delle altre lotte di liberazione nazionale: dall’algeria al congo a cuba. Promesse, speranze, disillusioni… da questo groviglio di problemi prende corpo il malessere giovanile della metà degli anni sessanta. Ma si tratta, appunto, di malessere (di generica ostilità verso le ipocrisie, il conformismo, il falso perbenismo dei padri, che si mescola ancora alla denuncia delle arretratezze in nome della modernità e non va oltre la protesta passiva: una protesta che solo di rado si incontra con la politica, limitando il suo raggio d’azione alla sfera dei comportamenti, delle mode culturali e musicali.

D’altra parte, la trasformazione della società italiana (avvenuta peraltro caoticamente: esodo rurale incontrollato, immigrazioni selvagge, congestionamento convulso delle principali aree metropolitane) e l’ideologia «americanista» che ne consegue portano con sé anche guasti profondi e distorsioni nei sistemi di idee, nel senso comune – dal mito del consumo al carrierismo, fino alL’affermarsi di forme discutibili di liberazione della personalità – generano manifestazioni di esasperato individualismo. La «600», il frigorifero, la lavatrice diventano le massime aspirazioni delle famiglie italiane, una specie di status symbol: un segno tangibile di successo, di promozione sociale. Sono le illusioni di un’Italia che vuole a tutti i costi fingersi spensierata per lasciarsi alle spalle gli anni delle vacche magre, della fame, dell’immediato dopo guerra. >>> viva la vita pagata a rate/con la 60 0. La lavatrice/viva il sistema che rende eguale e fa felice/chi ha il potere e chi invece non ce l’ha <<<, canta con ironia e con rabbia Ivan Della Mea.

Ed è contro queste manifestazioni di «integrazione nel sistema (di apatia, di rassegnazione, di «tragica spensieratezza») che il disagio e l'insofferenza dei giovani cominciano a tingersi di venature più spiccatamente ideologiche e politiche. I giovani iniziano ad avere più chiara la percezione del carattere alienante di un certo tipo di sviluppo che mortifica la formazione complessiva dell'individuo; aprono gli occhi sulle storture e le falsità che esso comporta e sulla desolazione e la solitudine che sono sottese a una certa concezione del benessere. Ho visto la gente della mia età andare via/lungo le strade che non portano mai a niente/cercare il sogno che conduce alla pazzia/nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo/e un dio che è morto/ai bordi delle strade dio è morto/nelle auto prese a rate dio è morto/nei miti dell'estate dio è morto… scrive francesco guccini parafrasando in italiano – liceale la rabbia iconoclasta delL'urlo di Ginsberg. E quando la ribellione non si colora di ideologismi, c'è però un'insoddisfazione sommersa che trae origine da quella particolare condizione di infelicità e di miseria personale che è il tratto più caratteristico della gioventù di quegli anni. E di cui, appunto Gino Paoli è il cantore più sensibile. Cos'altro sono i suoi alberi, alberi infiniti, i suoi soffitti viola
Che si lacerano all'urto del cielo se non la ricerca di un mondo diverso da qui ? Di un mondo «nostro» per eccellenza, da difendere contro l'incomprensione degli adulti, da sentire come proprio in quanto viene negato dagli adulti ?

Del resto, come ha scritto Marco Lombardo Radice, il '68 l'hanno preparato anche «le prime discussioni sulla nostra sessualità infelice, l'odio per i professori sadici e la noia per quel che studiavamo, l'esigenza di una socialità meno vomitosa delle festicciole del sabato pomeriggio, i Beatles e i Rolls». E quando la rivolta sarà già esplosa, l'elemento generazionale (di lotta tra generazioni, oltreché di lotte di classe) continuerà a incidere sui comportamenti giovanili. Basta soffermarsi sui linguaggi studenteschi per averne una prova: in tutti i documenti delle università occupate si parlerà di autoritarismo; perfino l'estremismo verrà definito come un rimedio alla malattia senile dei comunismo.

Intanto, prima che questi fermenti si incontrino con il «Che», con la rivoluzione culturale cinese, con il Vietnam, i giovani italiani – nel novembre del ’66, durante l’alluvione di Firenze danno una prova straordinaria di abnegazione e di mobilitazione civile. I «capelloni», gli «angeli del fango» rappresentano la più secca smentita di quanti avevano parlato di «gioventù traviata», di quanti avevano definito i giovani come incapaci di suscitare interesse e di «riserbare grandi sorprese».

Un Nuovo Stadio Della Vita

Sono arrivato ad aderire al movimento attraverso una serie di processi adolescenziali e culturali: dalla lettura di Pavese, di Sartre, tutte cose un po’ cultura piccolo-borghese anni ’50. La scelta di stare col movimento, per me, risolse anche una crisi personale”; comportò anche il fatto di troncare netta­mente con una serie di problemi individuali, esistenziali.
Siamo stati, anche noi, quindicenni, poi sedicenni, dicias­ettenni, diciottenni. C’era il Vietnam, Cuba, L’America Latina, la Grecia, la morte del Che, ancora il Vietnam. Ma questa era la politica; riguardava solo alcuni di noi; cresceva parallelamente ma separatamente dal resto. Il resto: c’era l’aggregazione disordinata ed eclettica di una cultura giovanile che ho già definito romantico-liceale e che raccoglieva, affastellati l’uno sull’altro, Martin Luther King, John Kennedy (perché negarlo?), Cesare Pavese, Jacques Prévert, Fidel Castro, Lee Masters, James Dean (forse), Danilo Dolci, Malcolm x, Giacomo Leopardi e poi – per ognuno – propri personali miti e simboli: Gigi Meroni, ad esempio, e Lenin.
Eclettismo, disordine, confusione … in generale è una gioventù che desta poche preoccupazioni, che ispira scarso interesse e che non dà l’impressione di riserbare grandi sorprese: cosi si espresse sulle colonne del «messaggero», il 2 febbraio del ’59, il sociologo Camillo Pellizzi. Eppure la rivolta covava sotto la cenere. In una forma certo ancora ingenua, ma non per questo meno combattiva.
I giovani diventano un problema (culturale, sociale, politico) quando con la scolarità di massa si dilata notevolmente la fase adolescenti ! E Si crea così, nelle società industriali, un nuovo stadio della vita, che prima non esisteva poiché si passava diret­tamente dall’infanzia all’età virile; uno stadio della vita in cui i modelli, le regole più importanti vengono dai coetanei. Uno stadio della vita, infine, che porta molti giovani – a un’età in cui potrrebero essere sposati, avere dei figli, svolgere un la­voro – a non avere invece responsabilità pratiche, a dipendere economicamente dalla famiglia e professionalmente dalle autorità scolastiche e universitarie.
Ii fenomeno si delinea in tutta la sua portata all’inizio degli anni cinquanta. È allora che i giovani cominciano a sentirsi un gruppo sociale omogeneo, con caratteristiche unificanti comuni: una «classe», secondo la celebre definizione di Jobo e Margaret Rownthree. E se una tale definizione è forse poco appropriata (come anche quella più recente di «proletariato giovanile», è certo però che questa nuova «fase di vita» (così l’ha chiamata Kenneth Keniston) dischiude ai giovani un campo prima inesplorato di rapporti interpersonali, li unisce in una comune vicenda esistenziale. E li fa sentire diversi dal resto della società, dai matusa, da quello che viene genericamente definito «il mondo degli adulti».
Questa diversità (soprattutto negli Usa) si esprime inizial­mente nella forma della banda, del piccolo gruppo che proclama la sua completa estraneità alle regole e ai comportamenti della morale corrente. Successivamente assume un rilievo relativamente di massa con i movimenti beat, provos olandese, dammler tede­sco, che in Italia, però, si configurano in linea generale come fenomeni di élite, di Minoranze urbane. Il loro protagonista è il teenager (13-19 anni). «Intorno al nuovo soggetto sociale si configura un’area giovanile omogenea, compatta e antagonistica o, meglio, agnostica, nei confronti del mondo di “prima della guerra.”: la cui caratteristica peculiare è l’autonomia anche economica, frutto della crescente disponibilità di denaro offerta dal Welfare State. Quest’autonomia consente ai giovani di im­porre, in una società votata al consumismo, i propri gusti, incli­nazioni, infatuazioni (Elvis Presley, James Dean, Marlon Brando) e mode esistenziali che vanno dalle bande macromotorizzate degli Hell’s Angels californiani e degli Hippies di Washington Square, ai gruppi teppistici europei (huligani sovietici, provos olandesi, ecc). Le doti più tipiche della nuova figura giovanile sono l’ironia, la dissacrazione, il dileggio dell’autoritarismo e del conformismo dominanti (nella famiglia, nella scuola, nell’insieme del corpo sociale). Per il teenager i capelli lunghi, la sporcizia, l’abbigliamento, la musica pop, le fughe da casa, le comuni, la filosofia orientale, la droga, l’ispirazione ecologica, l’alimentazione alternativa sono tutti modi di opporsi alle ipocrisie e alla tartuferia dei padri alla repressione scolastica, familiare, sessuale. Si leggono Reich, Marcuse, si scopre la dimensione del piacere e del gioco (dell’eros, negato e rimosso da secoli di «civilizzazione»), si ridà voce ai propri istinti, al proprio corpo, si cerca di instaurare un nuovo rapporto tra uomo e donna. Si infrangono vecchi tabù (sessuali ma soprattutto culturali), si arriva persino a contestare il ruolo della ragione, mito indiscusso della civiltà occidentale. Disso­ciarsi, accendersi, sintonizzarsi, divengono le parole-slogan di un’intera generazione di giovani americani. È così che Timothy Leary, il gran sacerdote della rivoluzione psichedelica, predica il credo della cultura-religione della droga: la condizione del drop-out dei dissociato come libera scelta. Secondo le teorie di Leary, l’uso delle droghe psichedeliche (canapa indiana e allucinogeni) porta a un rapporto più umano e soddisfacente con l’universo e con gli altri e favorisce la ricerca di modi alternativi di stare con se stessi, con il prossimo, con la natura. La droga è un tramite di liberazione: fa’ parlare il corpo, dilata il linguaggio, allarga l’universo sensoriale e percettivo. E’ insomma, uno dei mezzi per liberare la mente dalle tenebre, per costruirsi un argine di difesa dall’invadenza della società dei consumi: come avevano indicato per primi Burroughs e Keroune, Ferlinghetti e Gisberg, i padri della beat generation. L’altro canale di liberazione, di socializzazione è la musica.
Se il rock and roll era ancora il linguaggio della banda (che racconta la rabbia del ghetto), il pop della trasformazione sociale, della tensione collettiva.
Musica non vuol più dire ballo, petting serale, sensualità desiderata e mai consumata dell’erotismo giovanile. Musica vuol dire adesso “stare insieme”, irridere i benpensanti, contestare l’ordine, il decoro, la rispettabilità, l’efficienza. I Beatles, i Rolling Stones, Dylan sono il simbolo di questi antivalori. Il simbolo del rifiuto della ricchezza, delle ambizioni e del prestigio sociale in nome di una vita alternativa, basata sulla spiritualità e lontana il più possibile dalla compettitività e dal consumo.

Calitatea Sentimentelor

De multe ori în viaţă am renunţat la sentimentele mele, pentru că în prezenţa lor aveam impresia că nu puteam să răspund cerinţelor de “seriozitate” cerute de cei din jurul meu. De multe ori nu am crezut în sentimentele mele pentru că ele sfidau orice logică şi argumente raţionale. De multe ori am fost nevoit şi a trebuit să uit de sentimentele mele, pentru că nu acestea să fie cele care judecă oamenii şi faptele lor, după o măsură subiectivă ce nu-mi aparţinea decât mie şi nimănui altcuiva. De prea multe ori poate am “rezistat” unui exerciţiu autentic de trăire pe care mi-l ofereau întotdeauna gratuit sentimentele mele, dar alături de aceste multe sentimente pe care le-am ocolit de teamă că ar fi “impracticabile”, am avut şi bucuria şi satisfacţia de a trăi sentimente ce m-au apropiat atât de mult de mine însumi încât am putut simţi fericirea caldă a sufletului simplu şi neamestecat nici cu lucrurile concrete, nici cu cele abstracte ale pseudo-libertatii de care dispun. De fapt acum îmi dau seama că trăirea sentimentelor pe care fiecare din noi le avem nu este niciodată uşoară, sau rapidă şi de multe ori nu-i nici prea “ieftină”, pentru că sentimentele nu vin din superficialităţile cu care ne hrănim în mod cotidian, şi nu sunt nici manifestările unor inepţii ce ne aparţin numai nouă, pentru că sentimentele vin din profunzimile fiinţei noastre, ele ne aduc în starea de graţie, când atingem esenţialul vieţii noastre, indiferent ce înseamnă acest esenţial în realitatea pe care o trăim şi cum este acesta valorizat sau devalorizat de noi şi de ceilalţi oameni. Calitatea esenţială a sentimentelor noastre este aceea că ele nu pot fi vindecate. Nu pot fi vindecate pentru că ele nu reprezintă o “boală” pe care am mostentit-o sau am dobândit-o, nu, dimpotrivă ele sunt semnul cel mai evident al sănătăţii fiinţei noastre, a spiritului care se lăsă chinuit şi îngrămădit într-un corp ce îşi construieşte o personalitate şi care de cele mai multe ori ne subjuga toate energiile noastre. Sentimetele sunt cele care ne transforma, sunt cele care nu se termină niciodată, sunt cele care ne îmbăta, dar care din păcate sunt mereu gonite de profundă inerţie a societăţii în care trăim. Sentimentele mele sunt ca un pian, un pian pe care nu l-am avut niciodată, dar la care vă jur că am cântat, mânat de tristeţea clipelor înghesuite pe clapele stinghere. Şi este greu să nu auzi în muzică sufletului tău, o greutate care de fapt îţi ameţeşte viaţa, rostogolindu-ţi ganduri-le ca nişte valuri ce-şi poartă bătrâneţea din spuma albă a unor îngrijorări şi sub apăsarea cărora din păcate cedăm de prea multe ori. Dacă vă temeţi de sentimente, dacă uitaţi de ele, sau dacă renunţaţi la ele, şi vă gândiţi că totul este perfect în viaţa voastră, atunci să ştiţi că, ceva nu este în regulă !

Renunțând…

bbdfbfdbÎntotdeauna renunţarea aduce durere. Când inima îţi plânge este greu să-i găseşti consolarea. Uneori este necesar să o laşi până îşi vărsa tot focul. Şi asta poate dura timp. Dar, pe măsură ce te maturizezi în credinţa ajungi să accepţi realitatea aşa cum este, să poţi renunţa mai uşor…
Renunţarea produce suferinţă. Când pierzi un lucru drag suferi. Dar, cel puţin ştii că nu-l mai poţi avea pentru că l-ai pierdut. Dar când renunţi de bunăvoie este mai greu, deoarece firea pamateasca îţi şopteşte să nu faci acest pas, să ţii totul pentru tine. Nu este uşor să renunţi; să pierzi de bunăvoie este o lucrare pe care Dumnezeu ne învaţă şi care adesea se manifesta prin zdrobire”. Oricine îşi va păstra viaţa o va pierde, dar oricine îşi va pierde viaţa pentru Mine o va câştiga”. (Matei 11.26) Se merită să renunţi la lucruri care ştii că L-ar dezonora pe Dumnezeu, la lucruri la care cugetul îţi spune că nu sunt după voia Sa. Da, se merită să priveşti toate aceste lucruri ca pe un nimic faţă de preţul nespus de mare al cunoaşterii Domnului nostru, lucruri trecătoare pe care punem adesea prea mult preţ, în locul comorii din cer care nu va pieri niciodată. Uneori este nevoie să jertfeşti lucruri de mare preţ în ochiii tăi, atunci când Dumnezeu o cere, tocmai pentru că El are în vedere ceva mai bun pentru tine, dar acel ceva nu-l poţi vedea decât prin ochiii credinţei.
Doamne, ajută-ne să putem vedea prin ochiii credinţei ceea ce Tu ai în plan pentru noi, chiar dacă omenescul din noi ne stinge speranţa deseori ! Ajută-ne să renunţăm la dorinţele noastre egoiste, la tot ceea ce Tu crezi că nu ar aduce slava Numelui Tău ! Mai bine să renunţăm acum, decât să plângem mai târziu !

La Pretesa Di Voler Essere Compresi

Abstract FlowersNormalmente alla base di ogni dialogo, o di una situazione che prevede comunicazione in genere, la comprensione reciproca è basilare. Se non c’è, viene meno il senso del dialogo. In amicizia il valore della comprensione viene sottinteso, nel senso che lo si dà per scontato al momento dell’instaurarsi della simpatia. Si sa che ci si può contare quasi al cento per cento in ogni occasione così non ci si preoccupa se davvero si riesce a comprendersi reciprocamente in modo corretto. Qualche volta è vero che basta intendersi anche non troppo profondamente, magari scegliendo di rimandare la comprensione profonda ad occasione più calma o più propizia. In amicizia questo si può fare perché fa parte del pacchetto la consapevolezza che domani ci si rivedrà. Qualche volta però, in quella piccolissima percentuale che sottrae qualcosa alla totalità, c’è un mondo altrettanto completo. A volte si crede che l’altro riesca a comprenderci veramente, se ne ha l’illusione perché nessuno dei due manifesta dubbi in proposito. Si tace, si sorvola, si rimanda concentrando l’attenzione su questioni diverse che al momento vengono giudicate più importanti, così la percezione sottile che ci sia incomprensione in germe si placa nel silenzio mentre si va avanti. I giorni passano, non si può pretendere che si fermi il tempo per dare la possibilità di chiarimenti eventuali, soprattutto se ancora non si capisce bene se la comprensione è in pericolo di vita. Ma chi dei due non comprende bene l’altro ? Ciascuno avrà il suo punto di vista da difendere. La sensazione di non essere compresi appieno è spiacevole specialmente se l’incomprensione punta il dito sui sentimenti o su qualcosa che ci tocca profondamente. Se vediamo che l’altra persona non ci ha trattato come ci aspettavamo che facesse, scatta dentro l’amarezza. Amarezza che viene alimentata dal ripetersi della mancata comprensione. Se poi vediamo che non c’è proprio verso che l’altro accetti di smuovere qualcosa nel suo processo mentale ci arrabbiamo. E ci arrabbiamo con un’intensità direttamente proporzionale ai sentimenti in gioco. Se ci si fermasse qui si otterrebbe solo dolore. E il dolore non produce mai pace se non viene accompagnato dalla comprensione di qualcosa che sta nel passo successivo. Buttare giù il boccone assai indigesto del non essere compresi è difficile perché in realtà questo boccone ferisce l’orgoglio, null’altro che quello. Ciò che proviamo non viene intaccato né modificato in alcun modo dall’incomprensione altrui. C’è quasi da meravigliarsi di non essere capaci di capirlo subito, specialmente se ci si ritiene delle persone che non guardano al giudizio altrui in nessun campo di applicazione materiale. Estendere questa consapevolezza al campo di ciò che custodiamo dentro dovrebbe essere ben più facile da mettere in pratica ma, come accade spesso, paradossalmente non è così. Il passo successivo, dopo la reazione di generazione della rabbia è quello di accettare di non fermare tutto chiudendo le vie di accesso alla comunicazione residua, perché residua sembrerà. Ultimamente, in preda a questo dolore, ho lasciato che rabbia e amarezza si mescolassero fino al punto di voler cancellare tutto quello che mi faceva soffrire, isolandomi verbalmente e cercando di farlo fisicamente. Le circostanze della vita, però, mi hanno richiesto quella presenza che non volevo più dover esercitare. Desideravo fortemente potermi allontanare almeno per un po’. Un amico mi ha suggerito di ritrovare la serenità prima di prendere una qualsiasi decisione. Saggiamente, prima di fare un danno irreparabile del quale ci si potrebbe pentire provando un dolore maggiore dell’essere incompresi, si dovrebbe magari scegliere il silenzio ma non con brutalità, bensì con dolcezza, per il tempo necessario a rivedere le cose sotto una luce diversa. Le cose costruite insieme nel tempo hanno un valore che non può essere spazzato via dall’impuntarsi dell’orgoglio che vuole soddisfazione. Se si accetta che nel mondo esistiamo per come siamo e ci esprimiamo dovremmo accettare il fatto che possono esserci delle zone di ombra dove la comprensione non riesce ad arrivare. E non è che smettiamo di provare ciò che proviamo solo perché qualcuno non ci capisce, non è mai davvero sufficiente un altro essere umano a cancellare le cose nelle quali crediamo o che sentiamo anche se siamo spesso indotti a pensare il contrario. E’ solo un po’ più difficile convivere con le lamentele dell’ego. Incontrare qualcuno che riesce a comprenderci davvero, senza storpiare nulla di ciò che gli diciamo, o confidiamo, solo perché non crede alle nostre parole, è un dono del quale non dovremmo andare alla ricerca, specialmente se non abbiamo la pretesa di essere compresi. Un giorno qualcuno potrebbe capirci perfettamente ma, nell’attesa, si dovrebbe provare ad esercitarsi nell’accettare il non essere compresi. Io mi sto esercitando.

„Adevărul Care Salvează Minciunile”

Pacea este o lecţie greu de învăţat atunci când acceptăm orice luptă pentru a ne apăra gândurile şi opiniile. Pentru că nu poţi să rămâi niciodată netulburat şi senin atunci când crezi că celălalt a greşit şi te arunci într-o luptă în care îţi ţipi cuvintele şi argumentele, transformând logica într-un bat, cu care loveşti neiertător greşelile pe care le descoperi fericit în raţionamentele adversarului.

Pe urmă începi să vorbeşti din ce în ce mai tare, urechea îţi este agresată de ţipetele celuilalt, şi te trezeşti că nu mai vrei nimic altceva decât să-l doborî, să-l înfrângi.
Totul devine o nebunie şi fără să-ţi dai seama că suferi ai vrea să-l faci şi pe celălalt să sufere mai mult decât tine. Vorbim prea tare unul cu celălalt, pentru că aşa cum spunea cineva, inimile noastre sunt atât de departe una de alta că nu mai pot comunica între ele.

În disperarea confruntării însă cine stă să se mai gândească la inima celuilalt şi chiar la inima sa, totul se îndreaptă spre mintea care pare singura armă necruţătoare cu care poţi să obti victoria.
Numai că mintea nu este totul dacă vrem să scăpăm de un loc în care răutatea mâniei ne face să ne simţim hartuiţi şi agasaţi, sau mânioşi pentru lipsa de consideraţie ce decurge din comparaţiile pe care le facem.
Dacă vrei să cunoşti lucrurile trebuie să te apropii cât mai mult de ele, dacă vrei doar să-ţi placă acele lucruri atunci este bine să le priveşti de cât mai departe, spunea Caragiale.

Şi cred că avea dreptate.
Ceea ce nu înţeleg eu, este dacă aceste sfaturi se potrivesc şi pentru oameni, pentru că atunci ar însemna că orice fel de cunoaştere a unui om îţi va aduce cu siguranţă o neplăcere.

Numai că noi oamenii avem un neastâmpăr care ne face mereu să ne apropiem de ceilalţi oameni pentru a-i cunoaşte mai bine chiar şi atunci când aceştia ne plac privindu-i de departe,
Şi facem asta nu din răutate ci, mai mult pentru că vrem să spulberăm îndoială pe care o avem cu privire la iluziile noastre în care trăim.

Pentru că fiecare dintre noi cauta adevărul în felul său personal. Chiar dacă majoritatea dintre noi nu ştim ce este adevărul ne arătăm gata să renunţăm la toate inluziile noastre cu care trăim zi de zi pentru o clipă din acest miraculos adevăr.
Şi dacă iluziile noastre ar fi ca nişte picături de ochi ce ne ajută nu doar să vedem mai frumos şi mai colorat această lume ci, chiar să ne apărăm realitatea pe care am construit-o în vieţile noastre, atunci poate că adevărul, ar fi chiar deschiderea ochilor noştri spirituali cu care am putea vedea acea parte din lumea ascunsă încă în lumina nevăzută.

Pentru că Adevărul care nu este trăit ci doar folosit în cuvinte, nu face decât să salveze minciunile care se spun despre el.

Viața

SOLEDAD (DANNA GARCIA)... 1366.jpg

Viaţa, credem că o cunoaştem dar habar nu avem ce este.

O trăim sau ne trăieşte, sigur, nu ştim încă. Dar faptul că suntem în stare să facem orice vrem noi, sau cel puţin suntem în stare să credem asta, ne face să ne ascundem de această întrebare, falsificându-ne propria ignoranţă cu argumentul că, dacă trăim ştim ce este viaţa.

Repetăm viaţa ca o obişnuinţă sau obişnuinţa ca o viaţă.

Trăim, închipuindu-ne tot felul de lucruri şi începem astfel să credem că ştim să facem diferenţierea dintre ceea ce este adevărat şi ceea ce nu este adevărat. Faptul că ochii noştri văd, că mintea noastră gândeşte şi sufletul nostru simte ne face să trăim realitatea aceasta ca pe un fel de adevăr al vieţii.

De fapt, noi nu suntem în stare să ne trezim pentru că dormim cu ochii deschişi, iar asta ne păcăleşte uşor şi în acelaşi timp profund. Ce dacă privim, vedem, ne mişcăm şi poate trăim, când nu suntem în stare să simţim că cea mai mare parte din viaţa noastră obişnuită sau, din obişnuinţa vieţii pe care o trăim, noi stăm cu ochii minţii închişi.

Oricare ar fi răspunsul, adevărul este că noi încă ne ţinem mintea aşezată într-un întuneric total pe care îl construim cu educaţie şi chiar talent din obişnuinţele noastre ce devin pe zi ce trece singura noastră viaţa la care avem acces.

Profunzime Vs Superficialitate

Am observat că e în firea omului să nu scormonească prea adânc, când găseşte ceva, aparent fără însemnătate. Şi eu fac greşeala asta. Apoi dacă ceea ce văd îmi place, insist şi sap mai departe. Dar nu imediat.
M-am hotărât să scot de la naftalină unele însemnări mai vechi.

OMUL – PROFUNZIME VS. SUPERFICIALITATE.

Ce sunt profunzimea şi superficialitatea ? Noţiuni incerte ? Poate… De ce cred că merită să ţinem seama de ele când evaluam un om sau un eveniment anume ? Pentru că în primul rând ne evaluam pe noi înşine, raportându-ne constant la cei din jurul nostru, la modele reale sau imaginare, la valori, la tot şi toate, în trecut, prezent şi viitor. Un fel de cod nescris în cartea bunelor maniere.

Uneori, determinaţi de un eveniment la care participăm sau nu, avem tendinţa de a spune despre cineva cu admiraţie: “Iată un om profund !” Sau cu indignare: “Vai ce superficial e !”. Cine stabileşte raportul între cele două noţiuni şi care sunt criteriile de apreciere ? Oare cât de subiectivi suntem ? De ce mă interesează dacă un om este profund sau superficial ? Pentru că eu văd viaţa unui om, ca un drum de la inferior la superior, de la puţin la mult, de la superficialitate la profunzime.

Am fost interesat să ştiu de unde am plecat şi unde vreau să ajung. M-a interesat dacă acum douăzeci de ani am fost mai prost decât acum zece, şi dacă am şanse să ajung mai deştept şi când. Trebuie să mă raportez la ceva, nu pot trăi ca trestia, orientându-mi paşii după cum bate vântul şi cine tipă mai tare după ce l-am călcat pe bătături. E părerea mea dar, se pare, general neacceptata.

După părerea mea, profunzimea şi superficialitatea sunt trăsături relative. Graniţa dintre cele două este extrem de volatilă şi depinde de vârstă, educaţie, experienţă, conjuncturi etc.

De-a lungul vremii, s-a întâmplat să întâlnesc fel şi fel de oameni. Cu ei am împărţit şi bune şi rele. Oameni care au trăit războiul şi au salvat de la moarte camarazi de arme, dar şi unii care au supravieţuit ascunzându-se, şi mai apoi, arogându-şi fapte măreţe, s-au folosit de acestea pentru a specula oportunităţi. Am întâlnit oameni care au luptat pentru o idee până la sacrificiu, fără să-i intereseze vreo recunoaştere ulterioară. Oameni care îşi ţin cuvântul dat până la capăt, dar şi unii care, în funcţie de conjunctură, se îmbolnăvesc subit de amnezie. Am întâlnit oameni pentru care puterea constă în lucruri scumpe şi etalate spre invidia celor din jur, dar şi oameni a căror putere sta în ştiinţă şi modestie. Am cunoscut oameni care se pun pe sine înaintea celorlalţi, dar şi unii care se considera inferiori, nu au păreri proprii, de regulă şi le însuşesc pe ale celor din jur, iar atunci când nu au repere, se simt vulnerabili şi acţionează haotic şi stupid. Am văzut oameni care plâng (se căiesc) când greşesc, suferind conştient pentru gravitatea faptei lor, dar şi oameni care, abordând o naivitate juvenilă, persista în greşeala lor, făcându-şi rău lor sau altora cu o seninătate de admirat. Am întâlnit oameni, care prin putere înţeleg să profite de slăbiciunea celorlalţi, să speculeze orice oportunitate, fără a ţine seama de consecinţe, pe criteriul: “Peste prosti, trebuie să treci cu indiferenţă”, pentru care “mâine” este o noţiune incertă şi n-au auzit de La Fontaine vreodată. Dar sunt şi alţii care spun: “Nu ! Înainte de a profita şi specula, trebuie să te gândeşti la consecinţele faptelor tale”.

Faptele unui om profund se bazează pe valori morale şi materiale, dobândite în timp prin educaţie. În popor se cheamă bun simţ. Un om profund ştie ce, cum şi când ! El este conectat în permanenţă la mediu, la informaţie, nu în sensul de asimilare necondiţionată, ci de procesare a ei. Are păreri proprii şi îşi asumă responsabilităţi. Se bazează întotdeauna pe cunoaştere şi analiza, şi chiar dacă cere părerea celor din jur, în final, decizia îi aparţine. Un om profund anticipează evenimente şi acţionează premeditat. Conştient de valoarea sa interioară, nu pune preţ pe lucruri trecătoare, de faţadă, ci caută să-şi etaleze punctele forte, materializându-le în obiective ample, complexe şi de durată. În general, îl distingi de grup, iese în evidenţă voit, îi place să fie original, uneori nonconformist. Este caracterizat de stabilitate emoţională sau materială. Viaţa sa este dominată de echilibru, cu amplitudini mici, şi se înscrie pe un trend constant ascendent.

În contradicţie, un om superficial ezită, pentru că nu are un fundament informaţional şi educaţional solid. Acţionează din instinct, iar faptele sale, lipsite de coerentă, determina rezultate la fel de imprevizibile. Unui astfel de individ îi va fi în permanenţă teamă de neprevăzut. Teamă să izvorăşte din necunoaştere, din incapacitatea de a analiza, de a cuprinde sau anticipa un posibil eveniment sau o succesiune de evenimente, determinante pentru sine şi anturaj. Un asemenea individ se va baza întotdeauna pe cei din jur. Este în permanenţă căutare de modele, idoli, repere intelectuale pentru acţiunile sale. Are nevoie de confirmare şi recunoaştere. Izolarea îl deprima. Nu are păreri proprii, pentru că nu are suportul informaţional necesar, iar deciziile sale îi aparţin de forma şi nu în esenţă. Acest gen de individ, în sinea sa conştient de handicapul intelectual, va căuta să compenseze prin lucruri şi gesturi de suprafaţă, zgomotoase, atrăgătoare, impresionante. Odată pătruns acest ambalaj, această iluzie, slăbiciunea să devine evidenta. Marea calitate a acestuia este tenacitatea. Tenacitatea izvorâtă din teamă. Teama îl face să fie conectat în permanenţă la mediu, la societate, dar nu în sensul procesării informaţiei, ci a copierii şi specularii. El nu inventează sau creează, ci copiază. Nu investeşte ci preia. Azi îl vezi îmbrăcat în roşu, mâine în verde, pentru că a văzut pe cineva îmbrăcat la fel. Originalitatea este o noţiune abstractă. Viaţa lui este caracterizată de instabilitate, cu oscilaţii ample, treceri bruşte de la pozitiv la negativ, determinate în general de acţiuni pripite, de multe ori în baza unor informaţii prinse din zbor. Un om superficial, contrar angoasei permanente, risca. Conştient că singurul mod în care poate câştiga, progresa, este norocul, îl vedem în ipostaze de păgubit ori de milionar şi cel mai des, de jucător la LOTO.

Dacă stăm să analizăm fiecare gen în parte, observăm ceva extrem de interesant. Fiecare individ, atât cel profund, cât şi cel superficial, are calităţi şi defecte, determinate pentru sine într-un anumit context socio-economic. Ca şi în povestea celor trei purceluşi, observăm un mod specific de a privi lumea, viaţa în esenţă. Unii oameni nu sunt interesaţi să “construiască” ceva durabil, pentru că o anumită conjuntura, economică în special, nu le permite aşa ceva, iar superficialitatea reprezintă un fel de adaptare. [Cu familia nu poţi fi superficial. Dar e altă poveste.] Alţi oameni în schimb, prin natura educaţiei, dobândite sau perpetuate prin tradiţie, sunt făcuţi să construiască temeinic pe termen lung. Cei profunzi construiesc durabil, cei superficiali, nu !

INDIVIDUL ŞI SOCIETATEA.

Voi încerca să privesc în context mai larg şi să leg individul de societate şi de valorile ei perpetue. Într-o societate dezvoltată, aşezată pe baze economice stabile, ierarhizata în funcţie de pregătire şi competenţă, indivizii profunzi supravieţuiesc mult mai bine decât cei superficiali. În contradicţie, într-o societate pur speculativă, conjuncturala, superficialii sunt în mediul lor. Societatea speculativă nu permite timp de gândire, de acumulare; trebuie să profiţi de moment.
O societate dezvoltată, se bazează pe o economie solidă, infrastructura industrială complexă, competentă, tradiţie, trăsături nespecifice uneia speculative. O asemenea socitate se construieşte în sute de ani şi se bazează pe acumulare. În general, societăţile speculative sunt specifice ţărilor subdezvoltate.
… Şi puţină Antropologie. La baza sa, omul este o fiinţă speculativă. Întotdeauna a căutat scurtătură, drumul uşor, efortul puţin, rodul uşor de cules. O cale dificilă, presărată cu efort fizic şi intelectual, a fost întotdeauna ocolită, atât timp cât a existat varianta uşoară. Am spus “la baza”, ca să nu folosesc termenul “primitiv”. După zeci de mii de ani, este de presupus că omul a evoluat. A devenit capabil să gândească, să analizeze informaţia, să anticipeze evenimente şi să acţioneze ca atare. Sunt convins că mulţi veţi zâmbi la viziunea mediului în care trăim, în care vedem oameni acţionând instinctual) Un individ acţionează instinctual, în momentul în care nu mai are repere. Sau reperele sunt extrem de sumare şi bine ascunse în subconştient. Asemeni unui animal încolţit, el se apăra. Dar şi asta este altă poveste.

În rândurile anterioare am încercat să delimitez profunzimea de superficialitate. Am încercat să definesc două tipologii de oameni şi legătura lor cu societatea. Ei bine, acum voi scutura puţin pomul şi voi spune: toţi oamenii sunt în acelaşi timp şi profunzi, dar şi superficiali.
Dacă la nivel macro, superficialiatea şi profunzimea sunt trăsături determinante, benefice sau nocive pentru dezvoltarea societăţii, şi fac diferenţa între bogăţie şi sărăcie, la nivel individual, ele sunt absolut normale, fiind parte a procesului de învăţare.
Drumul unui om în scurta sa existenţă, este presărat cu evenimente, situaţii, în care este pus să ia decizii în baza unor informaţii anterior dobândite. Deciziile sale pot fi corecte sau greşite, dacă în urma lor cineva are de suferit sau nu. Cred că aceasta este definiţia răului şi binelui. Însăşi evoluţia, procesul de învăţare se bazează pe acest tandem: corect/greşit, profunzime/superficialitate. Omul are două metode de a învăţa: din greşelile altora (observaţie sau lectura) sau din cele proprii. Prin urmare, toţi facem greşeli din care învăţăm, şi nu ne oprim niciodată. Deci profunzimea şi superficialitatea sunt atât de interparunse, încât este foarte greu să le delimităm. Ele fac parte dintr-un proces amplu, evolutiv, care cuprinde nu numai existenţa unui individ, ci prin interconectare, se răsfrânge asupra celor din jur, pe o scară nelimitată. Viaţa, în esenţa ei, reprezintă drumul de la superficialitate la profunzime, de la necunoaştere la cunoaştere, de la rău la bine. Şi că ceaţa să fie şi mai densă, pot spune că procesul capătă nuanţe istorice prin legătura cu generaţiile anterioare şi rolul acestora în transmiterea învăţăturilor şi normelor etice şi estetice.
Şi apoi, cine şi în bază a ce, spune despre un om că este profund sau superficial, puternic sau slab ? Sunt convins că majoritatea celor care au citit rândurile anterioare, şi-au spus: “Eu sunt profund !”. Şi au perfectă dreptate atâta timp cât nu se raportează la cineva mai profund decât ei. După părerea mea, profunzimea şi superficialitatea sunt trăsături conjuncturale şi relative, dar de care merită să ţinem seama. Ele reprezintă un fel de raportare la cei din jurul nostru, la modele reale sau imaginare, la valori, la tot şi toate, în trecut, prezent şi viitor. Un fel de cod nescris în cartea bunelor maniere.
În concluzie, trebuie să ne adaptăm timpurilor în care trăim, şi în puţinul timp rămas, să ne pregătim pentru timpurile care vor veni.

Profunzime vs. Superficialitate, cred că totul stă în percepţia asupra vieţii: sunt oameni care se încăpăţânează să vadă numai forma, pt că nu au intrat în contact cu alte nivele mai profunde, de a căror existenţă nu ştiu nimic, iar alţii care au reuşit să le perceapă;
Sunt oameni care simt nevoia imperioasa de a (se) realiză material, de a construi, de a crea, de a avea un impact asupra lumii, oameni care se hrănesc cu percepţia altora despre ei însuşi;
Alţi oameni însă duc o existenţă vizibilă care nu epatează prin nimic, mai pasivă şi aparent mai lipsită de evenimente; sunt mai introspectivi, contemplativi, nemotivaţi a se implica în mersul societăţii, de cele mai multe ori le este greu să se adapteze acestei lumi, considerând că nu este un semn de sănătate mentală adaptarea la o societate profund bolnavă, se doresc şi sunt mai retraşi, în general îşi doresc independenţa financiară, căutându-şi o meserie care le aduce un venit convenabil sau propriul business… alţii din aceeaşi catagorie se retrag la periferia societăţii, recurgând la droguri unii, pt că realitatea lor este prea greu de îndurat, alţii prefera zonele mai puţin populate, sau alţii se simt atraşi de viaţa spirituală sau religioasă;
Aceştia aparent sunt rupţi de societate, în valorile căreia nu se regăsesc deloc, însă viaţa lor interioară este bogată şi constructivă, dinamica lor este interioară, iar mişcarea este spre micşorarea formei, sunt permanent preocupaţi de propria evoluţie, participând activ la crearea conştiinţei, sunt oameni senzoriali, capabili a şi controla energiile şi a le direcţiona în scopul dorit
Cred că ei influenţează lumea la un nivel mult mai profund decât nivelul vizibil/superficial, menţinând frecvenţă şi căutând armonizarea cu universul.

Singuri În Momente De Slăbiciune Și Vulnerabilitate

Avem cu toţii clipele noastre de slăbiciune, când ne simţim atât de singuri, încât am fi în stare să îmbrăţişăm şi nişte ciulini, ca să scăpăm de ciudata senzaţie de scufundare a spiritului, şi de sufocare în problemele pline de aparenta materialului cu care ne luptăm.

Avem cu toţii din când în când parte de o constrângere a unei frici pe care nu o înţelegem şi ne vedem împinşi de plăsmuirile imaginare ale acesteia într-o deznădejde unde nu mai există nici o speranţă, şi unde toate drumurile noastre pe care le-am construit şi pe care am mers duc parcă într-un deşert, fără nici o picătură de bucurie.

Avem cu toţii zilele noastre proaste, şi cu siguranţă acestea nu sunt uşor de suportat, mai ales atunci când descoperim dintr-o dată că niciunul din lucrurile pe care le ştiam nu ne mai ajuta, că îndoială a aprins toate dorinţele noastre şi nu mai avem deloc răbdare să mai aşteptăm, şi mai ales că toată puterea noastră s-a redus la o nerăbdare aproape sălbăticita.

Cu toţii am trecut prin multe din aceste perioade, şi poate vom mai avea de trecut prin altele, important însă mi se pare să nu cădem pradă disperării pentru că disperarea este acea prăpastie care ne aşteaptă ca timpul nostru să se împiedice de ea. Numai că aşa cum moare tristeţea mingaiata de nedejdea noastră, la fel moare şi disperarea.

Putem să ne amintim în continuare de întâmplările din trecut, şi chiar dacă mai luăm în seamă lucrurile de altădată, noi trebuie să mergem însă cu timpul nostru înainte pentru a ne înnoi, pentru a fi o cale către descoperirea unei înţelegeri după care tânjim în permanenţă.

Dependenți De Dumnezeu

„Dumnezeu va folosi diferiţi oameni, în diferite momente, pentru a-ţi împlini anumite nevoi. El l-a folosit pe faraon pentru ai hrăni pe evrei. Dumnezeu s-a folosit de faraon pentru că nu era genul de persoană de care să te îndrăgosteşti. Când Dumnezeu doreşte să te binecuvânteze, va trimite uneori o persoană ! Dumnezeu nu doreşte să te „legi” de nimeni în afară de El. Te poate binecuvânta chiar prin aceia care nu-ţi doresc binele !
Dumnezeu te va scăpa de dependenţa de oricine în afară de El. Te va aduce în „pustiu” învăţându-te să ai încredere doar în El”. (extras dintr-o meditaţie).

Cred, Doamne, Ajută Necredinței Mele !

Ţi s-a întâmplat vreodată să nu mai poţi crede ? Să ai un moment în care să te simţi lipsit de credinţă, deşi ţi-o doreşti… o credinţă mică… aşa de mică, dar care rămâne şi fără de care nu poţi înainta.
Ce este credinţa ? „O încredere neclintită în lucrurile nădăjduite, o puternică încredinţare despre lucruri care nu se văd”.
Şi de unde vine ea ? „Credinţa este un dar de la Dumnezeu”. Şi nu văd nimic la orizont, dar tocmai asta cere credinţă, să credem în lucruri care acum nu se văd; destul de greu pentru mine care tind să cred în ceea ce este palpabil şi realizabil.
Credinţa este una din condiţiile prin care suntem plăcuţi lui Dumnezeu, şi fără credinţă este cu neputinţă să-i fim plăcuţi Lui.
Sunt vremuri în care credinţa se clătină, slăbeşte, scade, dar niciodată nu se poate stinge atâta timp cât Duhul lui Dumnezeu locuieşte în noi. Domnul Isus se roagă pentru credinţa noastră ca ea să nu se piardă. Şi în acele vremuri tulburi când credinţa se clătină, El mijloceşte pentru tine şi pentru mine; când noi plângeam El se ruga; când nu înţelegeam de ce drumul este aşa de greu, El ne vedea şi ne cunoştea durerea… Eu am zis „De ce ?” şi El a zis: „Tu nu poţi înţelege planul Meu acum. Tu ai dorinţe bune, dar Eu am un plan, aşteaptă împlinirea planului Meu pentru tine şi învaţă să te bucuri de Dragostea Mea şi să o împărtăşeşti !”
Măreşte-ne credinţă, Doamne !

De La Credință La Dragoste

De aceea, daţi-vă şi voi toate silinţele ca să uniţi cu credinţa voastră fapta; cu fapta, cunoştinţă; cu cunoştinţă, înfrânarea; cu înfrânarea, răbdarea; cu răbdarea, evlavia; cu evlavia, dragostea de fraţi; cu dragostea de fraţi, iubirea de oameni”. (2 Petru 1.5-7)
Este un îndemn pe care şi eu îl primesc la fel ca şi voi şi după ce-l ascultăm nu rămâne decât să-l punem în practică. Din aproape în aproape vom înţelege, în parte, ce a vrut să transmită „Simon Petru, rob şi apostol al lui Isus Hristos”.
A ne da toată silinţele presupune un efort susţinut, o străduinţă îndelungată, nu este un lucru ce vine de la sine, asta implică şi voinţa noastră. Cum de la credinţa se ajunge la dragostea de oameni… este o cale lungă, iar dacă pierdem o za din acest lanţ e posibil să nu ajungem nicăieri, ca şi cum ne-am opri la jumătatea unei călătorii. Ţinta este dragostea de oameni, şi între toate componentele enumerate există o interdependenţă. Pentru a exemplifica am ales facerea unui bine.
Punctul de plecare este credinţa… o încredere deplină, dar credinţa fără fapte este moartă, ca şi cum crezi că un lucru este bun şi nu-l faci. Nu pregeta să faci un bine, activează, iar fapta realizată aduce consecinţe, îţi dai seama că acel bine făcut îţi produce bucurie, pace, înveţi sentimentul dăruirii şi ajungi astfel să cunoşti. E important să cunoaştem binele, voia lui Dumnezeu, şi să ne cunoaştem limitele. Cunoscând binele, te vei înfrâna de la rău, de păcat şi tot ceea ce cugetul îţi spune că nu este bun. Şi dacă, de regulă m-aş mânia, aş reacţiona impulsiv sau în grabă, înfrânarea va lucra în mine răbdare, faţă de ceilalţi şi faţă de răspunsurile pe care trebuie să le primesc. Astfel voi fii smerit şi voi avea o atitudine evlavioasă faţă de Domnul care-mi pregăteşte chiar şi faptele bune mai dinainte că eu să trec prin ele. Fiind în această stare, nu voi mai privi spre mine şi nevoile mele ca fiind prioritare, ci mă voi ocupa de fratele meu, privindu-l mai presus de mine, şi astfel apare dragostea de fraţi. Şi dacă-L iubesc pe Dumnezeu îl iubesc şi pe fratele meu. Dar, dacă fac bine doar celor care îmi răspund la fel, sau îi iubesc doar pe cei care mă iubesc, atunci ce răsplată voi primi ?… astfel această dragoste de fraţi se răsfrânge asupra tuturor semenilor şi am ajuns astfel la dragostea de oameni, adică ţinta noastră… e ca un joc de domino… succes ! Sper că vei câştiga !

Tutti Quanti Siamo Esseri Speciali

Uno dei motivi per cui ho scritto il mio pensiero di oggi, intitolato „Giudizi e pregiudizi”, deriva dal fatto che qualche volta, coloro che mi conoscono personalmente, mi giudicano, si fanno un pensiero su di me che qui vorrei poter ridimensionare, per evitare che, un domani, si trasformi nello strumento che mi allontana dalle persone, invece di sortire l’effetto contrario. Giudizio positivo, in verità, ma sottolineante il fatto, per esempio, che le cose che scrivo non sono sempre facili da comprendere. Non uniformandomi a certi canoni esco dalle righe; che inconsciamente sia un modo per astrarmi dal resto del mondo perché in fondo ne ho paura ? Parlo e parlo, questo è il mio blog, attingendo a tutto ciò che ho dentro e che ho maturato in tanti anni di costanti riflessioni e attenzione per le cose intorno a me. Vuoi per curiosità, vuoi per necessità, vuoi per studio, quando c’è stato, il fatto è che la mia attitudine è questa: comprendere le cose per vederle con maggiore chiarezza e condividere questo mio punto di vista. Che un giorno torni utile qualcosa di ciò che dico, se altri già non l’hanno detto, è secondario. La cosa importante è coltivare la possibilità di potersi esprimere e questo, qualche volta, è un privilegio. Non tutti possono farlo, e questa è una realtà. Il titolo che ho dato a questo post nasce dal fatto che credo fermamente che per tutti sia possibile riconnettersi con se stessi, se così non è per il momento, tanto da potersi esprimere per ciò che si è nel proprio presente. L’accettarsi con i propri difetti e pregi, luci od ombre, è prezioso, e lo ripeterò spesso, quindi perdonatemi fin da ora. Questo non lo dico soltanto io, l’ho sentito dire da persone che sono in sintonia con gli equilibri della natura, e con la saggezza di popoli che hanno sofferto per il pregiudizio e le guerre, per le discriminazioni e le repressioni subite da altri popoli che hanno dimenticato di guardarsi dentro per accorgersi che stavano uccidendo dei fiori diversi, senza capire che, invece, erano altrettanto belli. E siamo tutti esseri speciali per le nostre potenzialità o per le nostre peculiarità, per essere semi che devono ancora trovare il giusto terreno dove affondare le radici, o per essere arbusti, rami con, o senza gemme perché la propria stagione non lo permette ancora, o per essere fiori già sbocciati e consapevoli della brevità della vita a disposizione; la cosa speciale è esistere in molteplici aspetti tutti insieme, contemporaneamente.
Così, al di là, di ciò che si pensa di me, che io sia troppo oltre o non ci arrivi, vorrei pensare di sedermi a gambe incrociate su di un prato verde per condividere tutto ciò che ho, da pari a pari.
E la cura che dobbiamo mettere per coltivare noi stessi e gli altri è solo il nostro amore.

Giudizi E Pregiudizi

L’argomento è vasto e soggetto a molteplici opinioni. E’ facile, mentre siamo a contatto con gli altri, lasciare che la mente produca un pensiero, che deriva dalla sensazione che si prova vicino a qualcuno. Non conoscendo questo qualcuno si attinge alla sensazione a pelle. Man mano che si parla e si interagisce il primo „giudizio” prodotto può anche modificarsi, o confermarsi. In ogni caso la reale conoscenza e scambio di punti di vista fa in modo che l’eventuale „giudizio” si trasformi in semplice pensiero che ci lega all’altro. Così archiviamo dentro di noi una serie di punti di riferimento, che ci servono per ridefinire continuamente l’altro, per dare un indirizzo alla nostra memoria, ogni volta che abbiamo a che fare con quella specifica persona. Allora, possiamo ammettere che conosciamo qualcuno davvero, nel caso in cui la continua interazione verbale aggiorna questa stessa conoscenza. Parlare, scambiarsi pensieri e idee genera un flusso di continuità tra le due persone e le protegge dal reciproco pregiudizio. Questo è il mio pensiero. Ho cercato la definizione di „pregiudizio” che dice trattarsi di un „giudizio basato su opinioni precostituite invece che sulla conoscenza diretta o sull’esperienza” e le opinioni precostituite possono essere „voci” che circolano, oppure opinioni comuni, volate di bocca in bocca, senza che chi gli ha prestato voce si sia mai posto l’interrogativo se, ciò che sta tramandando, ha dei fondamenti reali oppure no. Tuttavia il pregiudizio è pure un giudizio superficiale, sommario, senza verifiche, sempre secondo me. Come fidarsi del colpo d’occhio senza aver controllato se siamo capaci di vederci bene.

Nessuno è immune da errori in questo campo, ma l’atteggiamento che abbiamo nei confronti di noi stessi, in primo luogo, quando ci viene spontaneo giudicare qualcuno o qualcosa, se è quello di una persona che non si vuol fermare all’apparenza, il giudizio o il pre-giudizio sono soltanto un’espressione effimera. Effimera nel senso che esiste per un lasso di tempo breve, pronta ad essere sostituita dalla conoscenza diretta. Desiderare la reale conoscenza delle cose e delle persone richiede, però, la qualità di accettare qualsiasi tipo di informazione si ricavi da questa, senza paura. E la paura spesso è alla base del pregiudizio. Chiudere gli occhi è più facile e immediato che aprirli, così come è meno immediato tutto ciò che richiede energia per essere affrontato. A nessuno piace faticare, quindi la via più breve, e in piana, è la scelta primaria. Anche la mancanza di tempo per stare a riflettere sulle cose, è quasi impossibile con ritmi di vita frenetici, stando sempre rivolti a uscire da se stessi piuttosto che ad entrarci. L’introspezione potrebbe essere vista come un abito da mettere in soffitta per non sfigurare. Ma è anche vero che un’esagerata introspezione, a meno che non si scelga la via dell’eremita, porta via dalla vita, la ruba allo stesso modo dello scegliere eccessi di divertimento o sballo. Più semplicemente smettiamo di essere in equilibrio. La mia scelta personale è stata quella di vivere la vita salvaguardando, dove possibile, almeno un po’ di tempo per soffermarmi a riflettere, per ricapitolarmi periodicamente, per vedere cosa è cambiato in me e per poter riuscire a stare in mezzo agli altri, cercando di non smettere di imparare a vedere oltre l’apparenza.
Ho trovato anche questo aforisma.

„Un’idea giusta nella quale ci si insedia, al riparo dalle contraddizioni, come al riparo dal vento e dalla pioggia, per guardare gli altri uomini scalpicciare nella melma, non è più un’idea giusta, è un pregiudizio”. GEORGES BERNANOS.

Conformismul Și Curajul De A Fi Altfel…

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UN ADEVĂR UIMITOR.

Din pricina faptului că se dezvoltă nespus de mult, copacul tropical banyan este cunoscut drept „curmalul care strangulează”. De obicei, aceşti copaci mari îşi încep viaţa când sămânţa lor este aşezată de vreo pasăre sus în frunzişul vreunui alt copac. Rădăcinile copacului banyan coboară pe trunchiul copacului gazdă în căutarea solului de jos. Odată ce au prins rădăcini, rădăcinile „curmalului care strangulează” se îngroaşă şi se lungesc cu rapiditate. Acolo unde rădăcinile curmalului se intersectează, se unesc, creând astfel un grilaj în jurul trunchiului copacului gazda. Treptat, ele omoară prin înfometare copacul gazdă şi îl împiedică să crească privându-l de lumină, apă şi substanţe nutritive. În final, copacul banyan îşi sufoca gazda până ce moare şi putrezeşte, lăsând în locul lui pe curmalul care strangulează. Asemănător, pe când seminţele compromisului se furişează în biserica rămăşiţei lui Dumnezeu, şi sunt tolerate, tot astfel se macina viaţa spirituală şi roadele ei.

SĂ IEI O POZIŢIE.

Anticul fabulist grec Esop ne oferă o povestire interesantă în care explica cum au ajuns să locuiască în întuneric liliecii. A fost un război între fiarele câmpului şi păsări, iar când câştigau păsările războiul, liliacul zbura în jur şi spunea: „Sunt pasăre. Uitaţi-vă la mine cum zbor ! Sunt pasăre !”. Dar mai târziu, fiarele au început să câştige, aşa că liliacul s-a lăsat la pământ şi a zis: „Sunt animal. Uitaţi-vă cum mă târăsc ! Sunt animal !”. Curând, atât păsărilor cât şi fiarelor le-a fost silă de liliacul care încerca să fie de fiecare parte a beligeranţilor. Împreună au izgonit acest fel de vieţuitoare să locuiască în peşteri şi să iasă doar la întuneric. În dorinţa de a-i face pe toţi fericiţi, în cele din urmă nu a reuşit să facă pe nimeni fericit.
Toată lumea, asemenea acestui liliac, tânjeşte să fie acceptată. Dar creştinului consacrat îi este cu neputinţă să fie acceptat atât de lume cât şi de tatăl nostru din ceruri. Domnul Isus a declarat: „Nimeni nu poate sluji la doi stăpâni” (Luca 16:13). Iar Iacob a declarat: „Nu ştiţi că prietenia lumii este vrăjmăşie cu Dumnezeu ? Aşa că cine vrea să fie prieten cu lumea se face vrăjmaş cu Dumnezeu” (Iacov 4:4). Astfel, conform cuvântului lui Dumnezeu, niciun credincios nu se poate bucura de acceptarea lumii şi de toate plăcerile ei păcătoase în timp ce simultan se bucura de pace şi asigurarea care vin dintr-o legătură mântuitoare cu domnul Isus. „Merg oare doi oameni împreună, fără să fie învoiţi ?” (Amos 3:3).

Dar tristul adevăr este că milioane de oameni din toată lumea care mărturisesc a fi creştini caută o cale de compromis confortabil între convingerile lor şi lumea rea în care trăim. Mă simt teribil în această problemă deoarece şi eu mă lupt cu influenţa perfidă şi totuşi treptată a compromisului şi conformismului în propria mea încercare de a-l cunoaşte pe Domnul. Ne aflăm într-o presiune neabătută de a ne conforma lumii. Cel rău se oferă permanent să ne negocieze valorile şi principiile. Rareori se foloseşte de vreun asalt frontal şi deschis, ci preferă să uzeze eroziunea internă în care, puţin câte puţin, suntem sub presiunea de a ne compromite credinţa în părţi mici.

Să faci compromisuri cu cel rău aduce moarte spiritului şi întotdeauna nu aduce vreo satisfacţie de durată. Domnul nostru ne-a spus că nu ne putem afla la mijloc. „Cine nu este cu mine, este împotriva mea” (Matei 12:30). Şi aşa cum spun chinezii: „Nu poţi traversa râul cu câte un picior într-o altă barca”. În realitate, este imposibil să faci compromis cu cel rău, deoarece orice încercare de a face compromis cu satana va duce în cele din urmă la o capitulare totală. Doar printr-o dependentă permanentă de Dumnezeu şi printr-o vigilentă personală putem evita tentaculele acestui monstru.

COMPROMISUL BUN ŞI COMPROMISUL RĂU.

Ei bine, compromisul nu este un cuvânt murdar. De multe ori, reprezintă un principiu minunat care ajută la păstrarea păcii şi unirii în cadrul relaţiilor. Compromisul într-o căsnicie încurajează liniştea căminului. De exemplu, dacă în zilele reci de iarnă, bărbatului îi place să fixeze termostatul la 23 de grade, dar soţia prefera să facă economie şi îl fixează la 20. Aşa că fac un compromis şi îl fixează la 22 de grade ca să se înţeleagă. Acest fel de compromis în probleme „neesenţiale” arata un spirit blând şi umilit. Dar atunci când credincioşii încep să compromită elemente din adevăr, sacrificând principiile morale din Biblie, de dragul realizării păcii, aceasta devine fatal cu consecinţe veşnice. În cuvintele lui Martin Luther găsim: „Pacea, dacă este cu putinţă, adevărul, cu orice preţ”. Scopul primordial al lui satana cu privire la credincioşi este să reducă, încetul cu încetul, decizia ta şi să te facă să renunţi, puţin aici, puţin acolo, până ce înainte ca să-ţi dai seama ce se întâmplă, convingerile tale să fie deja înlocuite cu etica lui şi să-şi atingă astfel ţinta.
Chiar şi într-o scurtă carte ca aceasta, este ispititor să lansezi un război fulger moral în care să ţinteşti multiplele domenii în care biserica face compromisuri. Aş putea cita o listă de standarde creştine care au fost sacrificate pe altarul compromisului pentru a câştiga acceptare din partea lumii. Aş putea scrie despre căile periculoase ale muzicii lumeşti şi despre stilurile „contemporane” de închinare, despre materialismul necenzurat şi datoria ce urmează din el despre alimentaţia şi obiceiurile de sănătate din „babilon”, despre podoabe şi îmbrăcămintea ostentativă, potopul de distracţii populare care ameţesc mintea celor ce se numesc credincioşi. Aş putea chiar aminti cea mai periculoasă din toate ideile de conformism: ideea spălăcită în esenţă prin care creştinii nu mai sunt chemaţi deloc să-şi ia crucea şi să se jertfească. Fiecare dintre aceste compromisuri a neutralizat pacea din inima credincioşilor, a diluat puterea Evangheliei şi a redus creşterea bisericii.
Dar vai, spaţiul limitat nu-mi permite să desfăşor fiecare dintre aceste probleme în detaliu. Aşa că, vă voi atrage atenţia spre principiile mai largi care duc la compromis şi conformism şi cum ne putem împotrivi ispitei de a nu cădea la pact cu cel rău.


SE POTRIVEŞTE LA ORICE MĂRIME.

Recent am cumpărat o şapcă din magazinul unui aeroport. Nu este locul cel mai ieftin să-ţi faci cumpărăturile, dar am uitat să mi-o iau pe a mea. Pe toate şepcile de pe raft scria: „Se potriveşte la orice mărime”. M-am îndoit că acest sistem de mărime universală se va potrivi capului meu, dar spre uimirea mea, s-a potrivit ! Erau proiectate să se potrivească pentru orice cap !
Am descoperit că cei mai mulţi credincioşi îşi doresc un sistem religios care să se potrivească destul de confortabil cu păcatele lor. Dar o viaţă păcătoasă a unui om decăzut nu este o legătură „ce se potriveşte la orice mărime” cu Dumnezeu. Oare Dumnezeu îşi va conforma voia să se potrivească cu dorinţele noastre sau oare evanghelia ne va transforma viaţa ca să se potrivească voiei lui Dumnezeu ? Ap. Pavel ne dă răspunsul: „Să nu vă potriviţi chipului veacului acestuia, ci să vă prefaceţi, prin înnoirea minţii voastre, ca să puteţi deosebi bine voia lui Dumnezeu: cea bună, plăcută şi desăvârşită” (Romani 12:2). Nu trebuie să ne potrivim ci să ne transformăm sau „prefacem”.


NU FACEŢI COMPROMIS CU PĂCATUL.

Istoria lui Iosif oferă raitor despre cum putem evita cu succes să ne compromitem convingerile. În timp ce căpitanul egiptean Potifar era plecat cu treburi, nevasta lui a încercat să-l seducă pe Iosif, slujitorul lui cel mai de încredere. Probabil că Iosif a fost ispitit să se gândească la beneficiile acelei legături interzise: poate că ar fi câştigat un salariu mai mare cu mai puţină muncă şi s-ar fi bucurat de mai mult prestigiu în casă, având de partea lui o amantă pe care să o manipuleze. Şi în final, s-ar părea că n-ar mai fi stat la închisoare pentru că i-a refuzat avansurile.
Astfel probabil că a fost o ispită puternică pentru un tânăr sănătos şi necăsătorit să-şi compromită principiile pentru putere şi plăcere. Şi totuşi cu toate şoaptele celui rău, Iosif ştia că era greşit ceea ce i se propunea şi a refuzat chiar să se gândească la fapta rea. „Măcar că ea vorbea în toate zilele lui Iosif, el n-a voit să asculte şi să se culce şi să se împreune cu ea” (Geneza 39:10, trad. Nkjv). Dacă nu aţi observat, Iosif nu numai că a refuzat să comită adulter, dar s-a ţinut şi departe de ispită.
Când un avion supersonic îşi porneşte motoarele la turaţie maximă, echipajul de la sol ştie că trebuie să stea cât mai departe de zgomotul acelor turbine puternice. Câţiva muncitori curioşi, dar neglijenţi au tot întârziat lângă gura uneia din aceste motoare mari şi practic au fost aspiraţi şi aruncaţi pe asfalt. Este adevărat şi că dacă faci compromis lângă limite interzise, vârtejul de moarte al păcatului te va aspira înăuntru asemenea unui uragan de gradul cinci.
Când eşti ispitit de cineva sau de ceva să-ţi compromiţi convingerile, pleacă cât poţi de departe de marginea raului. Nu îngădui păcatului să lucreze asupra ta, slăbindu-ţi decizia. Eva s-a plimbat mult prea aproape de pomul interzis şi apoi a stat să asculte argumentele satanei. De îndată ce a văzut acel copac şi l-a auzit pe şarpe punând la îndoială adevărul lui Dumnezeu, ar fi trebuit să alerge la adăpost. Cuvântul lui Dumnezeu ne porunceşte să fugim de ispită (1 Timotei 6:11).


DOAR PUŢIN.

Nu este prea popular astăzi să vorbeşti împotriva păcatului, mai ales împotriva acelor păcate care sunt general acceptate de biserică. Cei care se ridică să vorbească se pot trezi că sunt etichetaţi drept oameni care nu fac compromisuri sau sunt legalişti. Ştiu asta, deoarece mi s-a întâmplat de multe ori. Dau doar un mic exemplu. Cu o ocazie, am luat parte la masa unei nunţi creştine unde cineva a turnat şampanie în paharul de la locul meu deşi eu nu cerusem. Puţin surprins, am protestat politicos zicând: „Nu, mulţumesc. Eu nu beau”. Gazda m-a asigurat: „Şampania aceasta are doar 8% alcool. Nu o să te îmbeţi din ea !”. Dar eu nu beau alcool deloc am afirmat. Evident supărată, gazda mi-a răspuns: „Nu facem decât să sărbătorim o tradiţie de nuntă ! Nu vrei să le faci cele mai bune urări miresei şi mirelui ?”. Mi-a sugerat măcar să-mi pun paharul la buze şi să mă prefac că beau. Era de parcă diavolul însuşi mi-ar fi zis: „La urma urmelor, toată lumea bea !” „Nu ţii la ei ?”. „Fă-o doar de data asta !”. „Nu fi fanatic !”. Aceste sugestii familiare ades preced un compromis. Dar trebuie să zicem nu… „Şi nu purtaţi grijă de firea pământească, pentru ca să-i treziţi poftele”. (Romani 13:14). Dorind să evit chiar aparenta raului, am refuzat chiar să ţin un pahar de alcool în mână (1 Tesaloniceni 5:22).
Un alt cuvânt familiar al acelora care susţin compromisul cu lumea este „moderaţie”. Nu pot să număr de câte ori am fost abordat şi mi s-a spus că trebuie să fiu „mai moderat”. Dar când judecăm cu atenţie, definiţia pe care o dau ei moderaţiei de obicei este să ne conformăm standardele creştine valorilor lumeşti. Sună cam aşa: „Este ok să-ţi duci familia la un fotbal sâmbătă din când în când. Trebuie să avem moderaţie !”. Cu alte cuvinte, ei ne recomandă să ne moderăm sfinţenia cu puţin păcat. S-ar părea că pentru ei, să fii asemenea lui Hristos înseamnă să fii nemoderat.

COMPROMIS PLIN DE ÎNGĂDUINŢĂ ?

Argument cunoscut folosit pentru a compromite standardele creştine este aparent de a face mai atrăgător creştinismul lumii. Astfel au gândit unii conducători ai bisericii în zilele lui Constantin. Romanii şi grecii dintre păgâni îşi iubeau idolii. Cea de-a doua poruncă cu privire la idolatrie reprezenta o adevărată piatră de poticnire care îi împiedica pe nenumăraţi păgâni să nu îmbrăţişeze creştinismul. Gândul de a-şi strica sau distruge preţioşii idoli reprezenta o luptă extraordinară pentru aceşti păgâni credincioşi, dar totuşi superstiţioşi !
Aşa că în interesul evanghelizării, unii conducători ai bisericii au sugerat: „De ce să nu-i lăsăm să dea nume creştine eroilor şi sfinţilor lor ? Iar apoi după ce vor intra în biserică, treptat îi vom educa să-şi părăsească idolii !”. Dar ştiţi bine restul povestirii… În loc ca biserica să-i convertească pe păgâni, păgânii au convertit biserica ! Cam aşa merg lucrurile tipic. Ori de câte ori, biserica încearcă să compromită un standard creştin sub pretenţia de a face mai puţin dureroasă convertirea, lumea converteşte biserica făcând ca păcatul să fie mult mai plăcut.


COMPROMIS SAU LUPTĂ.

În vremea lui Ezra şi a lui Neemia, evreii au început să rezidească templul care fusese distrus de Nebucadnetar. În Ezra 4, Biblia raportează următoarele: „Vrăjmaşii lui Iuda şi Beniamin au auzit că fiii robiei zidesc un templu domnului, Dumnezeului lui Israel… Şi le-au zis: „Să zidim şi noi Dumnezeul vostru, şi-i aducem jertfe”. Dar evreii ştiau că aceste naţiuni vecine contopiseră închinarea la adevăratul Dumnezeu cu zeii păgâni asirieni. Cum le-au răspuns israeliţii ? Ei, le-au răspuns: „Nu se cuvine să zidiţi împreună cu noi casa Dumnezeului nostru; ci noi singuri o vom zidi domnului, Dumnezeului lui israel”. Ei au făcut alegerea cea bună, refuzând să îngăduie vreo influenţă păgână neconvertita să definească în ce mod să-şi zidească ei templul cel sfânt al domnului. Dar urmăriţi asta: atunci oamenii ţării, adică exact aceia care se oferiseră să-i ajute, au muiat inima poporului… Ca să-i zădărnicească lucrarea. Subiţi, vecinii lor ce le ofereau pacea şi-au dat aramă pe faţă şi au devenit duşmanii care îi hărţuiau.
Să nu pierdeţi acest adevăr important ! Dacă staţi de partea dreptăţii şi nu vă implicaţi în alianţe decăzute, veţi fi persecutaţi pentru asta. Mai întâi, cel rău vă va aborda cu cuvinte ca: hai să colaborăm. Să ne iubim unul pe altul. Mai lasă şi tu puţin din convingerile tale; mai lăsăm puţin şi noi dintr-ale noastre şi apoi ne unim. La urma urmelor, unirea este atât de importantă !. Dacă nu veţi cădea în această capcană şi veţi rămâne tari la adevăr, ei vor ajunge cei mai mari vrăjmaşi ai dumneavoastră. Ceea ce ne spune ce se afla în inima lor de la început ! Aceasta este o lecţie vitală de importantă cum ne îndreptăm spre ultimele zile, deoarece în final toate religiile lumii vor face concesii ca să formeze o coaliţie religioasă care în cele din urmă să impună închinarea la fiară. Dacă de acum ne formăm un model de a ne jertfi convingerile pentru iluzia păcii, pregătim practic calea pentru închinarea la fiară. Acei care au cedat pas cu pas la cerinţele lumeşti şi s-au conformat obiceiurilor lumeşti, atunci vor ceda puterilor viitoare, mai degrabă decât să se supună batjocurii, insultelor, ameninţării cu închisoarea şi morţii” (Profeţi şi Regi, p. 188).


TEAMA DE A NU SUPĂRA.

A-ţi auzit vorbindu-se de pastorul care nu vroia să-şi supere membrii cu bună stare din biserica lui ? El le-a spus cam aşa: „Dragi fraţi, dacă nu vă gândiţi să vă pocăiţi, într-o oarecare măsură, şi să vă schimbaţi puţin, aşa cât se poate, probabil că, şi regret să o spun, veţi fi întrucâtva osândiţi”. În realitate, un mare procent de compromis şi conformism îşi face locul în viaţa noastră pentru că nimeni nu vrea să supere pe nimeni. Suntem instruiţi din primii ani să fim politicoşi şi atenţi să răspundem cererilor oamenilor şi să nu facem nimic care să supere pe cineva. Dar Domnul Isus ne-a învăţat că nu este cu putinţă să predicam evanghelia fără să nu supărăm pe cineva (Gălăteni 5:11).
Să presupunem că va apare o pată mică de cancer de piele malign, dar dermatologul nu doreşte să vă supere, aşa că v-a spus că este ceva banal. Se poate numi el prietenul dumneavoastră ? Prin însăşi natura ei, esenţa convingătoare a Evangheliei ne aduce o lumină orbitoare în inima care să alunge nivelul de ipocrizie şi să ne expună motivele egoiste şi gândurile necurate. Într-o zi, se spune că Cohn Presley mergea călare pe un drum când i-a venit ideea că în ultimele trei zile, nu suferise nici cea mai mică persecuţie. Nici măcar o cărămidă sau vreun ou sau vreo insultă verbală nu-i fusese adresată de trei zile întregi. Alarmat, şi-a oprit calul şi a exclamat: „Oare am păcătuit sau am călcat vreo poruncă ?”. Dându-se jos de pe cal, Presley se aşeză pe genunchi şi începu să-l roage pe Dumnezeu să-i arate unde greşise, dacă greşise undeva. Chiar în acel moment, un tip dur de cealaltă parte a unui gard viu i-a auzit rugăciunea, s-a uitat înspre el şi l-a recunoscut pe pastorul neobişnuit. „Îl liniştesc eu pe pastorul ăsta !” zise el, apucând o cărămidă şi aruncând-o de cealaltă parte a gardului. Deşi cărămidă şi-a greşit ţinta şi a căzut neputincioasă lângă Presley, emoţionat, predicatorul a sărit în picioare bucuros, exclamând: „Slavă Domnului, totul e bine. Încă mai am prezenta lui !” Apostolii au fost toţi ucişi sau întemniţaţi pentru credinţa lor deoarece solia lor supăra pe cineva. „De altfel, toţi cei ce voiesc să trăiască cu evlavie în Hristos Isus, vor fi prigoniţi” (2 Timotei 3:12). Sunt de părere că un motiv pentru care nu vedem mai multe persecuţii ale creştinilor în America De Nord astăzi este pentru că am făcut compromisuri atât de mari cu lumea că ocara Evangheliei s-a diluat nespus.

O CALE DREAPTĂ.

Fluviul Chace se afla printre apele cele mai şerpuite din lume. Nu este bun pentru navigaţie deoarece acoperă o distanţă doar de 56 km, practic pierzând 225 km în cotituri şi şerpuiri. Motivul pentru care fluviul devine şerpuitor este pentru că urmează calea cu cea mai mică împotrivire, acelaşi motiv pentru care creştinii ajung strâmbi. Dar calea unui creştin ar trebui să fie mai ales că o funie strânsă decât ca o urmă şerpuitoare. Chiar înainte de moartea sa, Moise le-a spus copiilor lui Israel: „Luaţi seama dar, să faceţi aşa cum v-a poruncit domnul, Dumnezeul vostru; să nu vă abateţi de la cele ce a poruncit el nici la dreapta, nici la stânga. Să urmaţi în totul calea pe care v-a poruncit domnul Dumnezeul vostru, să umblaţi, ca să trăiţi şi să fiţi fericiţi” (Deuteronomul 5:32, 33). Luca 4 raportează încercarea puternică a celui rău de a-l compromite pe Hristos. „Diavolul l-a suit pe un munte înalt, i-a arătat într-o clipă, toate împărăţiile pământului, şi i-a zis: „Ţie îţi voi da toată stăpânirea şi slava acestor împăraţii;… Dacă dar, te vei închina înaintea mea, toată va fi a ta” (versetele 5-7). Diavolul dorea să facă un târg. Vroia că Hristos să se gândească la varianta de a negocia un tratat pentru a pune capăt marii controverse dintre bine şi rău. Satana vroia să lase să se înţeleagă că Isus putea să evite crucea şi să conducă lumea dacă vroia doar să se închine lui satana. Şi toată lumea putea să trăiască fericită până la adânci bătrâneţi.
Dar cum i-a răspuns Isus ? „Înapoia mea, satano ! Este scris: să te închini domnului, Dumnezeului tău, şi numai lui să-i slujeşti” (v.8). Isus nici măcar nu s-a gândit la aşa ceva. A fost practic acelaşi răspuns pe care Hristos i l-a dat lui Petru când ucenicul i-a sugerat lui Isus să nu ajungă la cruce. Uneori, cel rău lucrează prin cei mai apropiaţi nouă, dar atunci când suntem ispitiţi să ne compromitem principiile şi convingerile creştine, trebuie să învăţăm să spunem: „Înapoia mea, satano ! Nu voi face asta”.

COMPROMISUL L-A UCIS PE HRISTOS.

Evenimentele din jurul condamnării lui Hristos, putem vedea cum compromisul l-a răstignit în cele din urmă pe Domnul. În Ioan 18, în timp ce era întrebat de Pilot din Pont, Isus declară: „Eu pentru aceasta m-am născut… Ca să mărturisesc despre adevăr. Oricine este din adevăr ascultă glasul meu”. (v.37). Răspunsul lui Palat: „Ce este adevărul ?”. Indică cu claritate atitudinea sa cinică şi oscilanta cu privire la adevărul absolut. În Imperiul Roman, toată lumea punea la îndoială orice. (Nu-i aşa că nici în America nu stau lucrurile altfel astăzi ?). Un filosof din Roma îi încurajă pe toţi să cerceteze ambele faţete ale fiecărei probleme, sperând că astfel să lărgească mintea cetăţenilor. Dar în cele din urmă, augustul l-a alungat deoarece lumea sfârşea prin a considera adevărul drept ceva relativ şi slătineni nu lua partea vreunui adevăr clar definit. Nimeni nu susţinea vreun punct, deoarece orice poziţie avea vreun argument raţional împotriva ei. În cazul nostru, adevărul era foarte clar şi pişat a recunoscut pe faţă ca Isus era nevinovat. „După ce a spus aceste vorbe, a ieşit iarăşi afară la Iudei, şi le-a zis: „Eu nu găsesc nici o vină în el” (v. 38). Cu toate acestea, în loc de a ţine partea adevărului şi de a-l elibera pe Isus că nevinovat, Pilat a căutat să-şi compromită convingerea pe care o avea cu privire la adevăr că să câştige aprobarea, o purtare care ades le face rău politicienilor.
Din dorinţa de a linişti mulţimea, Pilat le spune că va porunci să-l bată pe Hristos şi apoi îl va elibera. Dar dacă Isus este nevinovat, de ce să pună să-l bată ? Răspunsul este că odată ce începi să cobori pe calea compromisului, oriunde te-ai opri, cel rău te va aştepta şi va termina drumul cu tine. Deja i-ai semnalat slăbiciunea, manifestând o bunăvoinţă de a negocia cu răul dacă preţul este corect. De acolo înainte, este ca şi cum ai încerca să te urci pe un steag din gheaţă. Odată ce începi să-ţi sacrifici convingerile, este foarte uşor să aluneci spre distrugere.
Sesizând slăbiciunea lui Pilat, satana s-a folosit de mulţime ca să-l împingă pe conducătorul nedecis să poruncească răstignirea. Pilat a început să coboare pe drumul negocierii cu cel rău şi aici îşi dorea cel rău ca să ajungă el. Iată de ce atunci când Pilat a încercat să fie mai deştept decât cel rău, s-a înşelat amarnic. El l-a oferit pe Baraba ca un compromis în locul lui Isus. Pilat l-a prezentat cu pompa pe ucigaşul cu sânge rece în faţa mulţimii ca un exemplu de adevărat om rău în contrast cu exemplul unui Hristos fără de păcat. Probabil că s-a gândit în sinea lui: „Ăştia vor neapărat să vadă o răstignire, aşa că am să le ofer un compromis şi evident că îl vor alege pe Isus”. N-a visat niciodată că îi vor cere să-l elibereze pe Baraba, dar exact asta i-au cerut.
În cele din urmă, micuţa concesie de compromis făcută de Pilat a ajuns la locul unde nu i-a mai stat deloc în putere. În zadar, „Când a văzut Pilat că n-ajunge la nimic, ci că se face mai multă zarvă, a luat apă, şi-a spălat mâinile înaintea norodului, şi a zis: „Eu sunt nevinovat de sângele neprihănitului acestuia”. Treaba voastră !. (Matei 27:24). Dar chiar era curat ? El declarase că mântuitorul este neprihănit, dar dăduse o sentinţă sub presiunea mulţimii.
Asemănător, când vom începe să facem compromisuri cu adevărul şi faptele noastre o vor lua razna, iar urmările vor ajunge dureroase, nici noi nu vom fi în stare să pretindem că suntem nevinovaţi. Aşa că odată ce începeţi să vă gândiţi să coborâţi pe calea compromisului, aduceţi-vă aminte de Pilat. Reţineţi că Isus a murit deoarece cineva a crezut că poate face compromis cu adevărul.

FII CURAJOS !

Într-o academie militară din New York, studenţii obişnuiau să recite rugăciunea cadetului în capela: „Ajută-ne să alegem partea dreaptă chiar dacă e grea decât partea greşită chiar dacă e mai uşoară şi să nu ne mulţumim niciodată cu jumătate de adevăr, când se poate rosti întreg adevărul. Înzestrează-ne cu curajul care se naşte din realitatea faţă de tot ceea ce este nobil şi demn, care dispreţuieşte compromisul cu viciul şi nedreptatea şi nu cunoaşte nici o teamă când adevărul şi dreptatea sunt în pericol”. Abia dacă se mai aude acest gen de decizie nobilă. Mulţi cred că este virtuos să compromiţi adevărul în numele unirii, dar nu conform Bibliei. Să refuzi să te supui presiunii compromisului necesită un curaj divin. Domnul i-a spus lui Iosua: „Întăreşte-te numai, şi îmbărbătează-te, lucrând cu credincioşie după toată legea pe care ţi-a dat-o robul meu Moise; nu te abate de la ea nici la dreapta nici la stânga, ca să izbuteşti în tot ce vei face” (Iosua 1:7). Nu trebuie să ne facem griji că Dumnezeu nu ne va ierta dacă ne pocăim sincer de compromisul făcut şi ne îndreptăm. Dar atunci când păcătuim, când ne poticnim şi greşim, ne învăţăm să coborâm iarăşi pe acea cale. Dumnezeu vă poate da o inimă nouă, dar să nu credeţi că puteţi continua să faceţi compromisuri şi nu veţi culege roadele. Un compromis continuu vă poate şterge conştiinţa până ce ajunge să se conformeze lumii.

NU URMĂRI SĂ FII CA TOŢI CEILALŢI.

Când vine vorba să compromiteţi cuvântul lui Dumnezeu, să nu aveţi o minte deschisă. Veţi fi numit un extremist conservator pentru că nu acceptaţi standardele lumii. Dar nu vă lăsaţi intimidat când veţi fi acuzat că aveţi „mintea încuiată”. Este bine să fie încuiată când este vorba de poruncile lui Dumnezeu. Când ai o soţie cu care ai făcut un legământ: nu ai mintea deschisă la nimic altceva care ar putea să distrugă această promisiune. Cel rău lucrează în biserica în ultimile zile, predicând o solie de unire prin compromis. Încetul cu încetul, ne aduce la calm deciziile, încurajându-ne să facem mici concesii şi compromisuri astfel că atunci când va veni încercarea cea mare, să ne aibă acolo unde îşi doreşte el.
Citiţi Daniel 3 şi urmăriţi cum l-aş parafraza eu. Nebucadnetar le-a zis lui Sadrac, Mesac şi Abednego: „Deci, voi nu v-aţi închinat ? Ştiţi ce vreau să vă spun ? Nu vreau să vă pierd, că faceţi treabă bună ! Va mai dau o şansă şi am să pun orchestra să mai cânte o dată. Poate că aţi vrut alt cântec ? Dar când veţi auzi sunetul, trebuie să vă închinaţi !”. Dar cei trei tineri evrei i-au zis împăratul cu hotărâre ca nu trebuie să-şi piardă timpul cu ei. „Noi n-avem nevoie să-ţi răspundem la cele de mai sus. Iată, Dumnezeul nostru, căruia îi slujim, poate să ne scoată din cuptorul aprins, şi ne va scoate din mâna ta, împărate. Şi chiar de nu ne va scoate, să ştii, împărate, că nu vom sluji Dumnezeilor tăi, şi nici nu ne vom închina chipului de aur, pe care l-ai înălţat !” (Daniel 3:16-18). Ei nu s-au tocmit, chiar când cel rău a încercat să-i atragă.
Cel rău ar prefera să mori după ce n-ai ascultat decât să mori ca un martir şi să fii un exemplu de biruinţă. Dar dacă vei muri în lumea aceasta înălţând cuvântul, vei avea viaţă viitoare. Aşa că astăzi, trebuie să fim credincioşi în cele mai mici lucruri. S-ar putea să nu credem că cele mai mici încercări pe care le trăim acum reprezintă o problemă de viaţă şi de moarte, dar dacă nu putem învăţa aritmetica cu bănuţii, nu o vom înţelege nici cu bancnotele. Dacă acum facem compromisuri şi ne conformăm în lucrurile mici fără nicio ameninţare de moarte care să atârne deasupra capului nostru, ce vom face oare când vom fi ameninţaţi cu închisoarea sau moartea ?

STAI TARE !

Când copiii lui Israel au ajuns la malul mării roşii şi stăpânii lor egipteni alergau iute după ei ca să-i prindă şi să-i înrobească din nou, situaţia părea întunecată. Dar Moise a spus poporului: „Nu vă temeţi de nimic, staţi pe loc, şi veţi vedea izbăvirea, pe carev-o va da Domnul în ziua aceasta” (Exodul 14:13). Odată ce ştim că ceva este drept şi după cuvântul lui Dumnezeu, avem răspunderea să stăm de partea dreptăţii. Dumnezeu va face lucruri mari pentru aceia care vor sta de partea lui. El cauta oameni care să aibă încredere în el. „Căci Domnul îşi întinde privirile peste tot pământul, ca să sprijineasca pe aceia a căror inima este întreagă a lui” (2 Cronici 16:9). Când vei sta ferm de partea adevărului, viaţa ta va fi o mărturie de salvare pentru familia ta, pentru prietenii tăi, pentru vecinii tăi şi chiar pentru îngeri. Dumnezeu se va uita în jos din ceruri şi va zice: „Ai văzut pe robul meu Iov ? Nu este nimeni ca el pe pământ. Este un om fără prihană şi curat la suflet, care se teme de Dumnezeu şi se abate de la rău”. (vezi Iov 1:8.) Dar Domnul Hristos nu ne-a lăsat să stăm singuri. El ne oferă propria lui armura ca să ne protejeze. „Îmbrăcaţi-vă cu toată armatura lui Dumnezeu, ca să puteţi ţine piept împotriva uneltirilor diavolului… De aceea, luaţi toată armatura lui Dumnezeu, ca să vă puteţi împotrivi în ziua cea rea, şi să rămâneţi în picioare, după ce veţi fi biruit totul” (Efeseni 6:11, 13). Reţineţi că poziţia corectă a acelora care poartă armura lui Dumnezeu este să stea în picioare, să stea tari !
William Jennings Bryan a declarat: „Să nu vă fie niciodată teamă să staţi de partea unei minorităţi care are dreptate, pentru că minoritatea care are dreptate vă fi într-o bună zi majoritate. Să vă fie teamă întotdeauna să staţi alături de majoritatea care nu are dreptate, deoarece majoritatea care nu are dreptate vă fi într-o bună zi minoritate”. Ellen White, unul din autorii creştini preferaţi ai mei, a remarcat următoarele: „Cea mai mare nevoie a lumii este nevoia de oameni, oameni care să nu se lase cumpăraţi sau vânduţi, oameni care în adâncul sufletului sunt sinceri şi cinstiţi, oameni cărora să nu le fie teamă să spună păcatului pe nume, oameni a căror conştiinţa să fie îndreptată spre datorie că acul busolei, oameni care să stea de partea dreptăţii, chiar dacă ar cădea cerul” (Educaţie, p. 57).
La Dumnezeu toate lucrurile sunt cu putinţă, inclusiv să duci o viaţă fără compromisuri şi conformism faţă de lume. Decide-te acum prin puterea lui să stai tare de parte stâncii şi să te împotriveşti valului de compromis care îi duc pe copiii lui Dumnezeu departe de ţărmurile mântuirii. Şi să reţineţi întotdeauna că atunci când staţi tare de partea dreptăţii, nu staţi singuri. Domnul Isus se află alături de dumneavoastră.

Paranoia Este Mare

Am observat în ultimii ani un fenomen patologic extrem de interesant. DEXul spune aşa: PARANÓIA s.f. Nume generic pentru un grup de boli psihice cronice care se manifesta prin lipsa de logică în gândire, prin idei fixe, prin susceptibilitate, prin orgoliu exagerat, prin mânia persecuţiei, prin halucinaţii etc.

Am impresia, paranoică, că mulţi dintre semenii noştri suferă de această boală. Nu sunt psihiatru, însă cred că paranoia este strâns legată de: depresie, insatisfacţie, greutăţi cotidiene, eşecuri în viaţa personală şi incapacitatea unora de a le depăşi. Într-un cuvânt TEAMĂ. De aici până la a spune: „totul îmi este potrivnic sau toţi îmi sunt duşmani” e doar un pas mărunt.

Când nu ai experienţa şi viaţa te-a ţinut în puf, e mult mai uşor să-i bagi pe toţi în aceeaşi oală şi pe tine să te pui deasupra.

Paranoia da o oarecare sensibilitate în percepţia realului. Paranoicul vede o ameninţare în orice şi reacţionează. Uneori şi o expresie gen: „du-te puţin mai încolo !”, este interpretată ca un atentat la libertatea sa personală. Sau a bunului simţ, dar e alt capitol.În mai toate cazurile nici nu e nevoie de cuvinte. În mentalul sau se înfiripează instantaneu o mlultitudine de scenarii, toate cu final potrivnic, de genul: „Aha, lasa că ştiu eu ce vrei să faci cu adevărat ! Precis vrei să…”. De aici până la „Nenorocitule, vrei să mă omori !” mai e puţin. Alteori o simplă discuţie, cu argumente, în care unul din protagonisiti rămâne fără replică, poate fi percepută de acesta ca o agresiune şi remarcată astfel: „Nu se poate, tu ai dreptate tot timpul ! Vrei să te dai mare ? Nu vezi că toţi zic ca mine ?”.

Observăm că paranoicul nu are forţă să-şi susţină cauză şi cauta sprijin în mulţime. Simte că ceva nu este în regulă cu el. Cauta confirmarea că toţi sunt ca el, „normali”, şi „agresorul” este cel ciudat… altfel.

Sunt cazuri în care, pe un fond de labilitate psihică, paranoicul se poate izola de grup, şi dezvolta o strategie de apărare, nu prin contra-atac, ci prin eschivare şi fuga. În mintea lui, el îi considera pe ceilalţi agresori, însă nu luptă. Am întâlnit des replici de genul: „Oricum nu fac faţă. E mai tare decât mine ! Mai bine cedez eu.”. Nu e acceptare, ci eschivare. În mod sănătos, acceptarea înfrângerii se face prin detaşare imediată şi cu „zâmbetul pe buze”.

Paranoia este o degenerare a unei manifestări fireşti de conservare, instinctuale. Una e să percepi o agresiune şi să reacţionezi, nu neapărat printr-o altă agresiune, şi alta e să generalizezi orice acţiune drept agresiune şi să reacţionezi agresiv.

Paranoia se vindeca prin încredere şi prin a accepta că „nu toţi vor să facă rău”. Şi prin învingerea fricii. Frică poate fi stăpânită prin cunoaştere şi experienţă. Aşa apare curajul de a te implica în noi şi noi provocări, până când descoperi că nimic şi nimeni nu-ţi mai poate face rău, decât dacă îi dai voie.

10 Strategii De Manipulare Colectivă

Noam Chomsky este un lingvist nord-american, devenit cunoscut în urma semnării unei petiţii pentru apărarea libertăţii de exprimare a lui Robert Faurisson (specialist în analiza documentelor, cel mai autorizat contestatar al Holocaustului evreiesc, din care cauza a şi fost ţinta unor atacuri din partea organizaţiilor evreieşti). Evreu el însuşi, cu o sensibilitate rebelă şi justiţiară, Noam Chomsky considera că ’’libertatea de exprimare este mai importantă decât orice versiune a faptelor susţinută de ordinea stabilită, oricare ar fi raportul pe care aceasta îl întreţine cu adevărul faptelor în sine”. Noam Chomski este cel care a identificat şi stabilit lista celor „Zece strategii de Manipulare” prin mediile de informare în masă. (Miron Manega)

1. ’’A distrage în permanenţă atenţia publicului, departe de adevăratele probleme sociale, captivata de subiecte fără importanţă adevărată. A ţine mereu publicul ocupat, ocupat, ocupat, fără nici’un timp pentru gândire” scrie Chomsky.

2. A cauza probleme şi, apoi, a oferi soluţii.

Această metodă se mai numeşte şi ’’ problema – reacţie – soluţie”. La început, se creează problema, sau „situaţia”, prevăzută pentru a suscita o anume reacţie a publicului, pentru că tocmai acesta să ceară măsurile mai dinainte stabilite pentru a fi acceptate. De exemplu: dezvoltarea intenţionată a violenţei urbane sau organizarea de atentate sângeroase, pretinse antisemite, pentru că publicul să ceară legi represive, în detrimentrul libertăţii.

3. Strategia „în degradeu”.

Pentru că publicul să accepte o măsură inacceptabilă, este de ajuns să fie aplicată în mod progresiv, în ’’degradeu”, pe o durată de zece ani. în acest fel, au fost impuse condiţii sociale şi economice absolut noi au fost impuse din 1980 până în 1990. Şomaj masiv, imigraţie – invazie, precaritate, flexibilitate, delocalizări, salarii care nu mai asigura un venit decent, iată schimbările care ar fi provocat o revoluţie dacă ar fi fost aplicate în mod brutal.

4. Strategia acţiunii cu date diferite.

O altă manieră de a obliga publicul să accepte o hotărâre nepopulară este de a o prezenta ca „dureroasă, dar necesara’’, obţinând acordul publicului în prezent, pentru aplicarea în viitor. Este mult mai uşoară acceptarea unui sacrificiu viitor decât al unuia apropiat. în primul rând, pentru că efortul nu trebuie făcut imediat, apoi, pentru că publicul are mereu tendinţa de a nădăjdui ’’totul va merge mai bine mâine” şi că sacrificiul cerut va putea fi evitat. în fine, aceasta manieră lasa publicului timp pentru a se obişnui cu ideea schimbării, pe care o va accepta cu resemnare la momentul venit. Exemplu recent: trecerea la Euro şi pierderea suveranităţii monetare şi economice, acceptate de ţările europene între 1992 – 1995 şi aplicate în 2002.

5. A se adresa publicului ca unor copii mici.

Cea mai mare parte a publicitatilor destinate marelui public folosesc discursuri, argumente, personaje şi un ton absolut copilăreşti, aproape debile, ca şi cum spectatorul ar fi un copil mic sau un handicapat mental. De ce oare ? ’’de 12 ani.” Dacă ne adresăm unei persoane ca şi cum ar avea 12 ani, atunci aceasta, prin sugestibilitate şi cu o oarecare probabilitate, va avea un răspuns sau o reacţie tot atât de lipsită de simţ critic ca al unui copil de 12 ani” analizează Chomsky.

6. A face apel mai mult la partea emoţională decât la gândire.

Este o tehnică clasică pentru a opri analiza raţională şi, deci, simţul critic al oamenilor. Ïn plus, folosirea emoţionalului deschide accesul la subconştient, pentru implantarea unor anumite idei, dorinţe, spaime, pulsiuni sau comportamente.

7. Menţinerea poporului în neştiinţă şi prostie.

A face în aşa fel ca poporul să nu înţeleagă tehnologiile şi metodele folosite pentru controlarea şi robirea lui. Calitatea educaţiei dată claselor inferioare trebuie să fie cât mai slabă, încât prăpastia de neştiinţă, care separa clasele de jos de cele de sus să fie şi să rămână de neînţeles de cele dintâi.

8. A încuraja publicul să se complacă în mediocritate.

A încuraja publicul să creadă că e” bine” de a fi prost, vulgar şi incult. A-l îndopa cu seriale americane şi emisiuni de tele-realitate, nişte dobitocenii monstruoase.

9. A înlocui revolta cu învinovăţirea.

A face omul să creadă că numai el singur este vinovat de propria’i nenorocire, din cauza unei inteligenţe insuficiente, sau a capacităţilor şi eforturilor necorespunzătoare. Astfel, în loc să se ridice împotriva sistemului, individul se sub-estimeaza şi se învinovăţeşte, ceea ce crează o stare depresivă, având ca efect abţinerea de la acţiune. Şi, fără acţiune, nu există revoluţie !

10. Şi, ultimul punct, a cunoaşte oamenii mai bine decât se cunosc ei înşişi.

Ïn ultimii 50 de ani, progresele fulgerătoare ale ştiinţei au săpat o prăpastie crescândă între cunoştinţele publicului şi acelea deţinute şi folosite de elitele conducătoare. Mulţumită biologiei, neurobiologiei şi psihologiei aplicate, ” sistemul” a ajuns la cunoaşterea avansată a făpturii omeneşti, fizic şi psihic. Sistemul cunoaşte individul mediu mai bine decât el însuşi. Aceasta înseamnă că, în majoritea cazurilor, sistemul deţine un control mai mare şi o putere mai importantă asupra oamenilor decât ei înşişi.

De Ce Nu Îmi Pare Rău

Un inginer la o companie privată avea ca temă, echiparea unor cutii metalice cu amorizoare de şoc, de un tip mai special. Lucrarea era pentru afară. A dat un search pe net şi a găsit două oferte – una germană şi cealaltă a unui institut din România. În pagina românească spunea că amortizorul cu pricină a fost premiat în 1999 la Geneva, şi a reprezentat efortul unor ani de muncă din partea unei echipe de cercetători, în frunte cu profesorul Xulescu.
Soră-mea, cum e o fire mai patriotică, şi cum pe vremuri lucrase şi ea într-un institut similar, i-a dat pe nemţi la o parte şi i-a sunat pe românaşi. A vorbit cu ei şi i-a chemat la sediul firmei, să-şi prezinte oferta.
După două zile, s-au prezentat doi tipi, unul pe la 68 de ani, iar celalat pe la 50. Primul era profesorul, iar celălalt era asistentul.
Le-a povestit despre ce e vorba, caracteristicile aparatului respectiv şi ce are nevoie. Se aştepta ca aceştia să scoată „obectu'” pe masă şi să zică „costa atât”, cum era firesc şi cum văzuse în oferta nemţilor de pe net.
Ce credeţi că s-a întâmplat ? Profesorul – „Ştiţi, noi avem un prototip; nu e încă lansat în producţia de serie”. Fac o paranteză – produsul respectiv e de mărimea unei cutii de Diazepam şi conţine două pistoane şi un arc. Răspunsul lor: „Completaţi-ne dumneavoastră o cerere pentru temă de cercetare, în care să specificaţi toate caracteristicile aparatului, eventual ne puneţi la dispoziţie şi aparatul (20.000 $), după care noi vom lansa tema. Pentru lansare ne trebuie cam trei luni, şi după ce vom finaliza cercetarea, ne mai ia încă două să executăm produsul. Costurile s-ar ridica cam la 15.000 de euro.”. Soră-mea a rămas masca ! Chiar şi-a găsit cu greu cuvintele, nu emoţionată de profunzimea discursului, ci de imbecilitatea protagoniştilor. În cele din urmă le-a sugerat elegant ca se va gândi la propunerea lor, dar i se pare cam mult, că după 11 ani produsul să nu fie lansat în producţia de serie. Şi că a mai găsit o ofertă, din Germania, în care apare o listă cu 100 de dimensiuni, de la 1 euro, la 50 euro bucată. Iar livrarea se face în maxim 7 zile.
Cam asta a fost povestea ei.

Şi să vă spun şi povestea mea. Protagoniştii, nu erau chiar imbecili, pentru că dacă ar fi fost, bunicuţul de 70 de ani, ar fi fost demult la pensie. Ştiţi câţi bani au păpat institutele de cercetări româneşti în ultimii 20 de ani, fără să scoată aproape niciun produs de serie, sau să se vadă vreun rod al muncii creatoare ? Cred că sute de miliarde de Euro. De ce ? Pentru că imediat după ’90 crema cercetării româneşti a făcut scandal, că… „moare cercetarea !”. S-a dat legea prin care an de an s-au alocat fonduri grase, şi aşa s-a „salvat cercetarea”. Toţi puturoşii, pupincuriştii şi neamurile politicienilor s-au aciuiat în fel şi fel de institute, şi-au tras SRL-uri căpuşa, au făcut rost de proiecte fictive şi s-au pus pe tocat banii statului.

Vedeţi, de-asta nu-mi pare rău pentru ce-o să ne aştepte în viitorul apropiat. Unii chiar o merită ! Şi am vaga bănuială, că nu sunt foarte puţini.

Facebook

Am o nelămurire: ce este Facebook-ul ? Ăştia zic că e cel mai tare site de socializare. Să reformulez, ce insemana socializare în viziunea facebook ? Ca în viziunea mea, insemana să schimbi impresii… să talk-uiesti, că scrii acolo ceva, iar guguştiucii din lista să-şi activeze neuronii şi să comenteze şi altele asemeni, adică ceva ce lipseşte pe situl cu pricina.
Cum se aleg prietenii pe Facebook ?
Păi la câte cereri de prietenie am primit, deja încep să am dubii privind criteriile de selecţie. De regulă te uiţi în profilul celui care… sau pe care…, şi în funcţie de ce vezi acolo, mă refer la pictures, că de text nu poate fi vorba, scrisul fiind de regulă o activitate intens scânteietoare, dai add… Celălalt te vizionează şi da accept. Şi-atât ? Gata ? Ţi-ai mărit portfoliul de prieteni. Exact ca la pescuit. Faci poză cu carasu’ şi o pui pe net.

Ce se scrie pe facebook ?
Păi, hai să vă dau câteva extrase din homepage.
G. Was plowing on their fărm and struck oil – black gold ! They can’t use all of it themselves !
Linkuri pe youtube şi poze din vacanţă la New York sau alt tărâm exotic. A, şi două rânduri în inglish, să se vadă că eşti titrat.

În rest, nimic altceva, cum spuneam, o idee, o strălucire etc. Ba nu, mint, din când în când cineva mai bagă o „nelămurire” socială sau personală. Acum un an, începuse o amplă dezbatere despre etică. Aia chiar că mi-a plăcut.

Concluzie, ori sunt io bou şi nu mai ştiu ce însemna să socializezi, ori nu înţeleg rolul Facebook, ori nu apăs pe butonul care trebuie. Vă rog să mă lămuriţi, să nu mor prost ! Multzam !