Noi Îl iubim pentru că El ne-a iubit întâi. Dacă zice cineva: „Eu iubesc pe Dumnezeu” și urăște pe fratele său este un mincinos, căci cine nu iubește pe fratele său pe care-l vede cum poate să iubească pe Dumnezeu, pe care nu-L vede? Și aceasta este porunca pe care o avem de la El: cine iubește pe Dumnezeu iubește și pe fratele său.
1 Ioan 4:19‭-‬21 VDC
https://bible.com/bible/191/1jn.4.19-21.VDC

El face lucruri mari și nepătrunse, minuni fără număr. El varsă ploaia pe pământ și trimite apă pe câmpii. El înalţă pe cei smeriţi și izbăvește pe cei necăjiţi. El nimicește planurile oamenilor vicleni, și mâinile lor nu pot să le împlinească. El prinde pe cei înţelepţi în viclenia lor, și planurile oamenilor înșelători sunt răsturnate: dau peste întuneric în mijlocul zilei, bâjbâie ziua-n amiaza mare ca noaptea. Astfel, Dumnezeu ocrotește pe cel slab împotriva ameninţărilor lor și-l scapă din mâna celor puternici, așa încât nădejdea sprijină pe cel nenorocit, iar fărădelegea își închide gura.
Iov 5:9‭-‬16 VDC
https://bible.com/bible/191/job.5.9-16.VDC

Come Stai ?

Due parole, poche lettere, una domanda di cortesia così come una richiesta che nasce da dentro, in profondità, nel luogo dove si accumulano sentimenti annodati a pensieri, specialmente quando il tempo e lo spazio separano colui che pone la domanda e il destinatario della stessa. Quando è domanda di cortesia però non ha meno importanza, si tende magari a trascurarne il peso reale, così si risponde con altrettanta cortesia che si sta bene o che comunque le cose vanno, spesso per non addentrarsi nel vero stato in cui siamo o ci sentiamo. Va bene così e si passa oltre. Ci sono poi le volte in cui, chiedendo come stai a qualcuno, si mette tutto il desiderio e la speranza che l’altro stia bene nella domanda e con coraggio si attende la risposta perché non è scontato che questa sia sempre totalmente positiva, dal momento che fa parte della vita inciampare in qualche ostacolo, ed è la paura che l’altro possa stare male a far pensare così qualche volta, almeno così è per me più spesso di quanto vorrei. Il percorso della mia vita mi ha portato a temere forse una volta di troppo rispetto al vivere le cose con la disinvoltura che la vitalità stessa determinerebbe. Ti chiedo, dunque, come stai perché non sapere come stai mi fa stare in ansia. Ti chiedo come stai non per farti un torto rammentandoti come ti senti, se in quel momento non stai bene, ma perché (si perdoni dunque la persona che fa la domanda) certe corde del cuore hanno bisogno prepotente di sapere. E questo sapere va di pari passo con il sentimento che si prova per la persona alla quale ci stiamo rivolgendo. Non c’è tempo perché arrivi fino alla mente ragionante il dubbio che questa sia una domanda inopportuna, anche se talvolta in determinate circostanze lo è. Si chiede, sperando che quel filo di disperazione che porta in superficie la preoccupazione per lo stato di benessere altrui non trapeli troppo vistosamente. E tuttavia è l’abitudine a parlare che fa nascere la domanda ed io, che uso quasi esclusivamente la parola, un giorno ho commesso un errore. E quel giorno ho incontrato qualcuno che mi ha fatto notare che c’è un’alternativa al chiedere come stai, specie se si sta tanto male da non avere parole per rispondere a quella che in quel caso sembrava una domanda tanto superflua da essere fuori luogo. Avrei dovuto capire leggendo nei suoi occhi il dolore che li velava fino a straripare come un fiume in piena, avrei dovuto sentire i battiti del suo cuore riconoscendo il punto in cui uno di essi mancava, avrei dovuto sentire ad occhi chiusi ogni suo grido silenzioso ed avrei dovuto in silenzio, senza domande in mezzo, aprire le braccia e accoglierlo con tutto il suo carico di emozioni e pensieri mettendo da parte me per un po’. Ed ora che guardo indietro, anche chiudendo gli occhi, ricordo, perché queste cose le sentivo anche se, invece di abbracciare soltanto, ho continuato a parlare. Il mio cuore era presente e ricordo ogni solco scavato dal dolore provato perché era nell’aria che si respirava. Superfluo chiedere se si riconosce lo stato dell’altro ma si chiede lo stesso. Non tutti siamo capaci di dire come stiamo, non tutti siamo capaci di chiedere agli altri come stanno né di chiederlo a noi stessi, non tutti siamo capaci di rinunciare a fare domande che in quel momento non servono. Come nella canzone di Baglioni oggi ho ritrovato le sue iniziali nel mio cuore, lì dove riaffiorano più spesso di quello che farebbe bene considerare, talvolta vanificando l’impegno a vivere senza pensarlo. Però accade e insieme a questo sorge dal cuore, da quel punto inciso a fuoco con il suo nome, l’incredibile voglia di sapere come sta, ma la domanda rimane un pensiero e non arriva fino alla corde vocali, si ferma nella gola e annoda qualche ricordo. Dispiace, dispiace per tutto, dispiace per le cose non comprese. Resta viva comunque quella pulsazione del cuore che vorrebbe sapere come sta una persona che non si dimentica facilmente…

Un Cambiamento Nella Forma Della Vita…

Gli studenti, fino al ’68, si erano per lo più caratterizzati per il loro totale disimpegno, per le loro bravate goliardiche, per il loro inguaribile qualunquismo. Ora cambia tutto – nelle ideologie diffuse, nel costume, nei modi di essere e di pensare. „Mi occupo della forma; la forma è essenziale. Dopo gli anni della contestazione molto era cambiato; ma in noi, soprattutto, non tanto fuori. Almeno io ho pensato cosi; e l’unico modo di ricavare davvero, comunque, una vittoria da quella fase, era capire cosa è stato davvero il ’68: un cambiamento nella „forma” della vita, nella „forma” delle cose. […] È cominciato un periodo nuovo, quello del rivoluzionamento continuo di tutti gli aspetti della vita”. „cambiamo la vita”, „riprendiamoci la vita” diverranno del resto, da quel momento, gli slogan preferiti dei movimenti dei giovani.

Una nuova generazione si affaccia sulla scena della politica, salta le tradizionali mediazioni partitiche, si impone come nuovo soggetto della lotta rivoluzionaria. È una generazione che fa’ dalla milizia, dall’impegno sociale e civile la sua scelta di vita, e che informa a questa fede tutti i momenti dell’esistenza: perfino gusti, i comportamenti, l’uso del tempo libero, i modi di vestire (dai jeans all’immancabile eskimo).

É una generazione smisuratamente attivistica, pragmatica, che – come ha scritto Pier Paolo Pasolini – non avrà più lacrime „per un’ottava del Cinquecento”; che rifiuta tutta la cultura precedente (perché „di classe”), ma tuttavia è in grado di liberare forze, idee, energie prima sconosciute.

Il ’68 riporta, nel cuore dell’Occidente capitalistico, il socialismo all’ordine del giorno, come mezzo non solo per abolire la schiavitù dello sfruttamento, ma per cambiare, tutti e ciascuno, i criteri di vita, per ritrovare anche la libertà del singolo, per fondare una nuova morale della persona. Per costruire nuovi rapporti interpersonali, nuovi rapporti tra i sessi, un nuovo rapporto tra uomo e donna.

Si mutano cosi intere categorie di pensiero e tradizionali modelli di comportamento; si modifica il modo di concepire la famiglia, la sessualità, l’amore. Anche il rapporto di coppia viene investito da quest’ondata dissacratrice. Si cominciano a mettere in discussione „valori” portanti dell’Italia benpensante e bigotta quali la verginità, l’indissolubilità del matrimonio, la gelosia. Si fanno le prime esperienze di „coppia aperta”. Si formano le prime „comuni”, si tenta di uscire dall’isolamento, di liberarsi dalla noia del tran-tran coniugale. „Tento la Comune specialmente per i figli uno spazio nuovo… per ognuno tante madri e tanti padri… voglio dire senza madri e senza padri… Tento la Comune… non esiste proprio più niente che sia possesso… ed è molto più normale volersi bene… finalmente non è un problema nemmeno il sesso”: le parole della canzone di Giorgio Gaber diventano rapidamente senso comune di consistenti settori giovanili.

Anche la dimensione dello svago, della ricreazione, del tempo di non lavoro si politiccizza, si tinge di coloriture ideologiche e culturali. È il caso, ad esempio, della musica, che per i giovani di prima del 68 era soltanto „ballo della mattonella”, sublimazione della propria sessualità repressa, occasione ideale per avviare innocenti e timidi flirt. Anche la musica, dagli spazi angusti delle festicciole del sabato pomeriggio, si trasferisce negli stadi, nelle piazze, nei giardini, e diventa un mezzo per stare insieme, per incontrarsi, per sentirsi più vicini, per lottare. La canzone d’autore, la canzone politica, il free jazz, il pop, il folksongs, i Beatles, Dylan, Joan Baez costituiscono un asse portante dell’acculturazione giovanile e hanno la stessa funzione che per altre generazioni (anche recenti) ebberò la poesia, il romanzo o il cinema.

Musica significa adesso happening, meeting di massa, festa giovanile… un modo, insomma per dare libero sfogo alla creatività e per definire collettivamente la propria identità (sociale e di gruppo). Scriverà qualche anno più tardi Stampa Alternativa: A noi in questo momento non ce ne frega niente o quasi niente di riprenderci la musica, nel senso di contrapporre a dei divi di merda e di plastica altri artisti, cantanti e complessi un pò meno stronzi, più giusti a fare spettacolo. Adesso il problema più importante per noi è un’altro. Adesso per noi riprenderci la musica vuoI dire togliere alle mani dei padroni uno strumento mostruoso di corruzione con cui non solo loro ci fanno miliardi di guadagno, ma che usano per uccidere e castrare la fantasia, la rabbia, la creatività, i desideri di felicità e di socialismo di milioni di giovani”.

„Vous ètes tous concernés”, gridarono – il 7 maggio del ’68 – gli studenti parigini nel corso di una marcia di 25 chilometri dal quartiere latino ai campi elisi e poi di nuovo al quartiere latino. Ed è vero. Il ’68 riguarda tutti, il ’68 ha coinvolto tutti, anche quelli che non simpatizzavano o che addirittura manifestavano ostilità nei confronti degli studenti. Il ’68 ha posto problemi, interrogativi nuovi tanto al movimento operaio quanto al mondo cattolico.

Nel ’68 esplode il dissenso” anche all’interno della Chiesa e ha inizio quella diasporra che solo ora comincia a essere riassorbita. Le comunità di base, le circa duemila comunità che agiscono in tutta Italia, rivendicano un modo nuovo (meno esteriore) di concepire la fede e un diverso rapporto tra fede e politica. I giovani cattolici vivono l’esperienza del movimento studentesco, si incontrano con il marxismo.

Così il prof. Bolgiani ha definito, al convegno su „Evangelizzazione e promozione umana”, le formule che i cattolici hanno inventato per definire la propria presenza nella storia degli anni dal ’68 al ’75: „Abbiamo innanzitutto quella che chiamerei del disimpegno apocalittico, […] abbiamo poi un vasto fenomeno che è stato chiamato della diaspora, che sull’onda della contestazione e del dissenso ecclesiali mira ad una fermentazione dall’interno dei movimenti di massa del paese, secondo un ideale di universo cristiano, contrassegnato essenzialmente dalla invisibilità; ciò che di fatto lo rende subalterno al PCI, anche quando si dichiara, nelle scelte ideologiche, da esso indipendente. Vi è poi una tendenza a proporre e raccomandare l’assunzione di responsabilità coscienti in una situazione politica e culturale pluralistica, in un atteggiamento aperto di dialogo ma senza perdere „certe connotazioni essenziali cristiane, dando vita a punti e momenti di aggregazione culturale e sociale, di promozione umana, se vogliamo dirli così, creando spazi sempre nuovi di libertà e di intervento, nel dialogo di fatto che i due maggiori partiti italiani stanno conducendo, nella realtà del paese, fra di loro e all’interno di loro stessi. C’è infine una tendenza che anche non volendolo formalmente, opera in vista di un nuovo „blocco” cattolico e che, per forza di cose, è obbligata a concepire il pluralismo nella forma del confronto e magari dello stesso scontro tra opposti schieramenti e punta a nuove maggioranze elettorali o, non riuscendoci, prevede l’arroccamento sulla difensiva, riprendendo la tesi del vecchio intransigentismo, solo però in una situazione che è ormai storicamente diversa”. In ogni caso si tratta di un travaglio, della ricerca di coniugare impegno nella società e identità cristiana, autonomia della politica e presenza nella società in quanto cattolici. Il problema del „sociale” è ancora oggi il problema di fondo anche per la Chiesa.

Per quest’insieme di ragioni il vecchio blocco dominante non ha potuto superare, in questo caso, la crisi apertasi nel suo sistema di potere, né ha potuto affrontarla facendo ricorso ai metodi tradizionali e a misure di corto respiro. 0, magari, utilizzando ancora una volta, puramente e semplicemente, l’arma della „rivoluzione passiva”. È tutto un assetto di classe, infatti, che stavolta si è inceppato, precipitando in una crisi quanto mai profonda. Lo ha espresso felicemente Fabrizio De André nella sua canzone del maggio: „Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio… se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento… se il fuoco ha risparmiato le vostre millecento… anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti…”.

Prima Dată Ca Niciodată

DSC_0369Niciodată nu e că prima dată. Nici în durere, nici în bucurie. Nici în victorii, nici în renunţări.
Cu fiecare “primă dată”, betonam o părticică de simţire. O resimţim intens, o consumăm, dar în spatele ei rămâne ca un loc cauterizat, chiar în spatele unei intense fericiri. Niciodată a doua oară nu mai e că prima oară. Nici o palmă nu mai e la fel de usturătoare atunci când e a doua, faţă de cum ai resimţit-o pe prima.
După prima dată, întotdeauna te aştepţi. Nu mai e efectul de surpriză, dezvirginarea senzaţiei…

Asta nu înseamnă că nu mă regenerez de fiecare dată, că nu există multiple “prime daţi”. Nu, nimeni nu are monopolul asupra primei daţi, a primului gest, a primei bucurii, a primei decepţii. În fiecare împrejurare, în fiecare poveste, alături de alţi protagonişti, există mereu o primă dată. Dar există o primă dată şi apoi… restul daţilor. Nu mai doare, în restul daţilor, nu aşa că prima dată. Nici nu mai e explozia… Iar asta, e şi bine şi rău. Bine, pentru că se estompează. Rău, pentru că eu sunt omul pasiunulor, omul lucrurilor fierbinţi, prea puţin pentru mine călduţele, alea da-ţi-le oricui…

Dar fiecare poveste şi fiecare împrejurare are dreptul la o primă dată… Prima dată ca niciodată, că de n-ar fi, nu s-ar povesti.

Generosità Vere E False

3d Nature

Nell’edizione italiana del più importante saggio di Vladimir Jankélévitch – mancano alcuni dei capitoli più belli, e prima di tutto quello sulla generosità, un sentimento attivo, centrifugo, rivolto all’esterno. Il dono è per eccellenza qualcosa che si fa per l’altro, anche se gli psicanalisti esitano ad accettarne la gratuità e teorizzano invece l’esistenza di un controdono.
Mentre l’umiltà implica ripiegamento su se stessi e l’aggressività serve a compensare il senso d’inferiorità, la generosità palesa una natura ricca e vitale. Dice Jankélévitch che essa ricorda un vaso pieno e pronto a straripare: un po’ come alcuni quadri di Rubens.

Bisogna però distinguere tra generosità e prodigalità. Per poter dare, il prodigo deve essere ficco, mentre la generosità si può trovare anche nelle persone più povere. Il prodigo si differenzia, peraltro, dallo spreco che identifica il lusso col superfluo.

La buona generosità implica anche intenzionalità. È in questo senso improprio definire generosa la natura tropicale, perché troppo indifferenziata è la sua prodigalità.
E a questo punto sarà chiaro che non tutte le generosità si somigliano. E che è quindi necessaria una tipologia dei comportamenti generosi.

LA GENEROSITÀ DOC.

Gli animi genuinamente generosi traggono la loro capacità d’amare dall’amore che hanno ricevuto, specialmente nel corso dell’infanzia.
A differenza degli avari, essi sanno che si guadagna più nel dare che nel tenere per sé, perché il dono d’amore appartiene sia a chi dà che a chi riceve: un paradosso dello scambio affettivo che si ritrova anche nella relazione psicanalitica, dove il paziente si arricchisce senza che l’analista si impoverisca.

La generosità è quindi iniziativa, avventurosa improvvisazione, produzione creativa. Secondo Jankélévitch è ordine ordinante, un „ordo ordinans” che si oppone all'”ordo ordinatus”, l’ordine ordinato dei collezionisti, dei piccoli approfittatori, degli amministratori del cuore.

Maria è felice dei suoi figli, che ha allevato con grande attenzione all’ombra del suo amore, della sua bontà e della sua umiltà. È però meno contenta del marito, un intellettuale brillante ma anche affettivamente poco maturo. Emilio ha bisogno di essere amato e vuole che ci si occupi di lui. Vuole tutto quello che gli è mancato da bambino dopo la morte della mamma, sostituita da una donna con la quale è sempre stato in conflitto. Deve buona parte del suo successo professionale a Maria, una donna docile non per debolezza ma perché capace di grande elasticità, oltre che di grande generosità. Maria si occupa di lui quando è stressato, tollera le sue scappatelle perché in esse riconosce una manifestazione della sua immaturità. Dall’esterno potrebbe sembrare che Maria abbia fatto un ottimo affare a sposare un uomo ricco e di successo. In realtà è Emilio che trae i vantaggi maggiori da questa unione, perché la generosità di cuore della moglie non ha prezzo. Purtroppo si trovano sempre meno persone del genere. Se ne avete qualcuna accanto, non lasciatevela scappare.

LE GENEROSITÀ POCO GRATUITE.

Sono quelle in cui si innesta un processo di scambio, perlomeno a livello emotivo. Si situano in questo ambito i fraintendimenti del significato di carità cristiana di quei credenti che si prodigano per potersi poi assicurare la salvezza eterna. E poiché certamente in questo scambio ci guadagnano (a condizione che il paradiso esista), della loro generosità tutto si può dire tranne che sia gratuita. Ci sono peraltro credenti che manifestano una generosità quasi eroica nell’occuparsi di tossicomani, siero positivi e diseredati in genere. E, quasi certamente, in questi casi si tratta di un sentimento del tutto genuino.

GENEROSITÀ E SOLIDARIETÀ.

L’idea di solidarietà si presta ad ambiguità anche maggiori di quella di generosità. Secondo il sociologo Luigi Manconi, tra l’identificazione passionale coi grandi ideali e il neo egoismo egocentrico esiste il potere aggregante di quelle che lui definisce „solidarietà mirate”. In questo ambito, la gente tende a mobilitarsi solo per fenomeni settoriali coi quali è possibile identificarsi. Ne sono un esempio le madri-coraggio che lottano contro la tossicomania a partire dall’esperienza dei loro figli, le associazioni di parenti delle vittime delle stragi di Ustica o della stazione di Bologna, i gruppi che si occupano di assistenza a malati terminali.
Mi occupo con Ada Burrone dell’associazione „Attive come prima”, e sempre mi colpisce la generosità e il calore di queste donne. Peccato che la loro solidarietà si applichi anzitutto a quelle che come loro hanno subito un’operazione per un tumore al seno. Talvolta mi sembra che questo nemico comune, il cancro, limiti le possibilità di una generosità tanto grande.

LE GENEROSITÀ SOCIALI.

Sono quelle del mecenate e dello sponsor, sempre ! Il filo del rasoio tra genuinità ed egoismo. Un noto omosessuale ginevrino che aveva subìto la persecuzione della chiesa protestante ha lasciato alcuni miliardi all’università perché studi, e quindi aiuti, le minoranze erotiche. Sono tra i fortunati beneficiari della fondazione. Lungi quindi da me l’idea di criticare chi ci permette di lavorare ad alti livelli scientifici. Ma, se analizzata dal punto di vista psicologico, la sua motivazione a donare era tutt’altro che disinteressata. Mentre il mecenate trova nella sua generosità una risposta a bisogni interiori e personali, lo sponsor agisce apertamente in funzione dell’utile che ne può ricavare. Quindi, ancor meno si può parlare di gratuità per gli sponsor, che esplicitamente offrono il loro finanziamento in cambio di un ritorno in termini economici o di immagine. Siamo in questo caso lontani dalla passionalità che avvicina la generosità al sacrificio, a quel „sacro furore” simile alla divina follia dell’amore di cui parla il sociologo Ardigò. Il sacrificio non è in questo caso rassegnata accettazione dell’olocausto ma gioia pura che parte da un’intenzione radicata nell’animo di santi, martiri e madri.

Anche il sacrificio non è peraltro immune da ambiguità. Esso può, per esempio, sfociare sia nell’eroismo che nel masochismo. Un tema, questo, abbondantemente studiato dalla psicologia cristiana. Tra generosità sacrificale ed erotizzazione masochista oscillano infatti molte vite di santi, come dimostra la diffusissima e ambigua immagine pittorica del sacrificio di San Sebastiano. In particolare nella raffigurazione di Antonello da Messina, si possono cogliere tanto il coraggio virile quanto l’ambigua erotizzazione della penetrazione (nelle frecce che lo trafiggono). E non a caso, San Sebastiano fa bella mostra di sé in molte case di omosessuali.

GENEROSI SI NASCE O SI DIVENTA ?

La domanda è stata fatta in un recente sondaggio, è un terzo delle persone intervistate ha risposto che generosi si nasce, mentre secondo la maggioranza „la generosità s’impara”. I primi credono che la generosità sia una dote innata, che viene trasmessa attraverso il codice genetico. È un’idea, questa, che affonda le sue radici su un malinteso: la generosità infatti non è innata, ma lo sono i suoi presupposti genetici. Crescere in condizioni di integrità fisica e intellettuale predispone a un atteggiamento maturo, che a sua volta è alla base della generosità.

Come abbiamo visto, la maggioranza degli intervistati pensa invece che generosi si diventi. Ma cos’è la generosità ? La possiamo definire come la capacità di tenere conto delle esigenze altrui e di soddisfarle, a volte anche a scapito dei propri bisogni. Si tratta di una caratteristica specificamente umana: la psicologia animale è infatti predatoria o funzionale a seconda della specie. In questo senso, la generosità che si attribuisce a certi animali è una proiezione antropomorfica. Se l’animale selvaggio è predatore per natura, quello domestico non lo è solo per esigenze di sopravvivenza. Anch’esso risponde però agli stessi bisogni primari; proprio come il bambino, che soddisfa come può le sue urgenze viscerali, ma apprende in seguito come padroneggiarle.

Ciononostante, talune caratteristiche arcaiche persistono in ognuno di noi, e possono riattivarsi in certe situazioni della vita adulta. In alcuni ambienti finanziari e in Borsa il predatore sopravvive: non solo è tollerato ma persino valorizzato. Il raider interpretato da Michael Douglas nel film Wal/street è molto avido: ma anche per questo stimato e rampante.

Quando si parla di soldi, il generoso è spesso scambiato per un allocco. La stessa parte che interpreta in politica: nei negoziati di governo, l’interesse prevale nettamente sulla generosità. Al massimo si pone una questione di facciata: far apparire le proprie azioni generose anche se non lo sono. È così che si compensa l’assenza di generosità nei rapporti di scambio: anche quando vengono soddisfatte certe richieste di aiuto internazionale, questo genere di operazioni nascondono solo il bisogno di esportazione dello Stato „generoso”. È insomma l’idea stessa di dono che si rivela sostanzialmente ambigua.”

Per fortuna la generosità continua ad esistere nell’ambito del privato, e i momenti chiave dell’esistenza spesso sono proprio quelli in cui è possibile vivere esperienze improntate alla gratuità. Questo sentimento si basa talvolta su principi di umanità o di religione. Nel primo caso, l’archetipo a cui si fa riferimento è quello dell’amore materno: un sentimento non quantificabile e lontano da criteri utilitaristici. Nel secondo, il riferimento è ai principi delle scritture, e in particolare ad: ama il prossimo tuo come te stesso” della religione cristiana, che ha portato a non pochi fraintendimenti.

Che si esprima attraverso grandi gesti o nelle piccole cose, la generosità ha sempre origini molto precoci. Le sue radici affondano nel rapporto tra madre e bambino: in quella relazione che nasce dalla sicurezza interiore di chi ha l’intima convinzione di avere ricevuto e di poter quindi a sua volta donare. Anche i poverissimi possono essere generosi, mentre donare è impossibile se non si ha il sentimento di avere qualcosa da dare. E spesso le persone poco generose tali sono semplicemente perché pensano di non aver gran che da offrire. Non solo manca loro il piacere di dare, ma anche guello di condividere.

In altri casi di avarizia affettiva predomina la paura di uscire impoveriti dalla relazione. Dare per queste persone significa perdere. Alla base di questo atteggiamento c’è l’ignoranza di una delle leggi fondamentali della generosità: più si dà, più si ha.

Ci si arricchisce. A questo proposito, mi è anche capitato di litigare con conoscenti. Per loro, la mia abitudine di dare soldi a chi me Ii chiede per strada è uno dei tanti modi che trovo per farmi abbindolare: „Otto volte su dieci non si tratta di gente che ha bisogni reali ma di drogati” mi si dice. E io credo sia anche vero: ma penso valga la pena sbagliare otto volte se in due casi si riesce a fare del bene. Statisticamente folle: ma come abbiamo visto, la generosità non può essere misurata.

Non è mai inutile donare se si crede al principio della reciprocità. Chi offre il suo sangue sa che un giorno sarà lui a paterne avere bisogno, e per questo arricchisce prima di tutto se stesso. Ho spesso avuto occasione di parlare con chi dona liquido seminale e con le donne che offrono i loro ovociti. Al di là dell’indubbio contributo che queste persone danno alla soluzione del problema della sterilità, emerge sempre il concetto di reciprocità: il piacere di sentirsi utili donando una parte di sé che sopravviverà in un’altra vita si mescola al piacere del piacere dell’altro. D’altra parte, anche chi decide di avere un figlio mescola la gioia di donare la vita al piacere che ne ricaverà.

La generosità non è insomma quasi mai gratuita, ma non per questo perde di valore. Che la gratuità appartenga al mondo dell’utopia non è un male irreparabile, se ci resta la generosità. E credetemi, generosi si diventa. Anche se invecchiando alcune persone ridiventano grette, egocentriche ed esigenti, in altre parole rigide come le loro arterie.

RISERVATO O AVARO ?

La passione di Giuseppe sono le ragazze che lavorano nella moda. Rapporti che durano tre mesi al massimo e che mai si traducono in una vera storia d’amore. Cristina è una di queste, ed è lei che racconta la storia di questo cinquantenne divorziato. La giovane modella ha cominciato a nutrire alcuni dubbi sul suo partner dopo che insieme avevano partecipato a una festa mascherata. Proprietaria di una boutique, era stata lei a scovare gli abiti orientaleggianti che avevano fatto fare una così bella figura alla coppia. E quale è stata la sua sorpresa quando il giorno dopo il suo amante le ha chiesto di pagare metà della cena ! Cristina non ha apprezzato la mancanza di tatto, ma il fine settimana successivo ha comunque accettato l’invito di Giuseppe a Megève, Raggiungere la nota località sciistica era stato un supplizio: al volante di una lussuosa Mercedes lui non spingeva mai l’acceleratore oltre i cento all’ora. Prudenza o parsimonia ? Cristina propende risolutamente per quest’ultima ipotesi. E fornisce altre prove della mancanza di generosità di Giuseppe. In albergo, l’uomo ha messo al bando gli alcolici. No, nessuna dieta: solo un’avarizia che si è fatta sentire anche a letto. Dopo tanti sforzi per conquistare Cristina, Giuseppe si è rivelato una sbiadita brutta copia dell’amatore dei primi incontri. È stato rapido per non consumare troppe energie, e spesso ha interrotto il rapporto senza raggiungere l’orgasmo. Come qualche lettore avrà già intuito, è anche stitico: le funzioni intestinali sono allineate al resto della sua personalità. Sotto l’apparenza di quel corpo ben tornito e migliorato da due lifting al volto, Giuseppe riserba ben poca sostanza. Non appena deve aprire il cuore o il portafoglio si manifesta un irresistibile impulso ritentivo. Delusa da tanta avarizia affettiva, Cristina lo abbandona. La chiave per aprire la propria vita alla qualità dei sentimenti non si trova nell’abbandono totale o nella generosità gratuita: ma è necessario che lo scambio sia perlomeno spontaneo, se non passionale. E soprattutto, nel dare non bisogna avere la sensazione di perdere. Una dimensione che Giuseppe non ha mai conosciuto: non solo non ha piacere nel dare ma neppure nel procurare piacere agli altri. E così facendo preclude prima di tutto a se stesso il mondo delle emozioni.

EGOISMO O EGOCENTRISMO ?

Per alcune persone, tutto ruota intorno al proprio ombelico. Pensano solo a se stesse: e non per scelta narcisistica ma per istinto. Se incontrate qualcuno che fa l’amore spesso e volentieri, ma solo quando lo decide lui, ricordate: anche per lui tutto ruota attorno al proprio ombelico, e non, come potrebbe sembrare, attorno al fallo.

Il mondo è pieno di questi individui che pensano solo a sé. A volte parlano e agiscono con intelligenza (è il caso di certi critici alla moda) e allora molto viene loro perdonato. Personaggi creati dal pubblico proprio per rappresentare le ambizioni popolari, sono per questo giustamente ammirati. Nella maggior parte dei casi, invece, l’egocentrismo altrui è difficilmente sopportabile.

Nel circolo di golf che frequento, abbiamo soprannominato uno di questi rappresentanti della categoria degli egocentrici „il turbo”. Non appena sferra un colpo si precipita in direzione della sua palla, lasciando con un palmo di naso i giocatori a cui tocca ancora giocare. Insopportabile ? Niente al confronto di un altro conoscente, che ormai si frequenta solo perché è sposato a una donna gentile e interessante. Durante le cene, lui mantiene il più assoluto silenzio, e solo se viene sollevato un argomento che conosce a menadito dice la sua. Si comporta come certi finanzieri, o anche cacciatori, golfisti, giocatori di bridge: monomaniacaIi, parlano solo dell’unico argomento che conoscono, come se avessero mandato a memoria certi nefandi manuali sull’arte di riuscire in società. Addentrandomi in quella che mi piace definire „psicologia dell’ombelico” mi è parso di capire che l’egocentrismo raggiunge lo zenit del suo potenziale distruttivo quando si somma al menefreghismo. Le due caratteristiche sono complementari, e chi le possiede riesce talvolta a passare per altruista grazie a salti mortali di diplomazia. Ma alla fine, conferma che dietro certe forme di gentilezza formale si nasconde solo interesse. „Avrà avuto la sua convenienza” diceva in genovese il comico Gilberto Govi quando vedeva passare un funerale, sintetizzando così questo modello di vita.

L’egocentrismo ha portato al successo più di un industriale, che in nome del proprio interesse ha saputo condensare tutte le sue energie su un unico obiettivo. Davanti a questi successi così settoriali credo sia opportuno chiedersi se non sarebbe meglio perseguire „l’aurea mediocritas” di Orazio, e il giusto equilibrio tra le parti, piuttosto che condurre vite che spesso si consumano
nella realizzazione di un sogno.

Le personalità fortemente egocentriche sovente nascondono una immaturità dovuta a mancanza di intelligenza o di cuore. Nel primo caso, la scarsa disponibilità a programmare porta a non delegare, e ad assumersi in modo miope tutte le responsabilità delle situazioni. Si tratta di casi non troppo frequenti. Molto più spesso, a mancare nelle personalità egocentriche è il cuore. Si finisce allora per somigliare a quei gatti, che si lanciano sulla ciotola del cibo senza preoccuparsi dei colleghi felini. Molto raramente nel regno animale, più spesso in quello degli umani, l’istinto predatori o viene frenato dalla solidarietà, senza la quale convivere sarebbe davvero impossibile.

Sul versante opposto di questo atteggiamento ci sono le situazioni che si creano in certe sottoculture nelle quali è negato persino il diritto al desiderio. Nei paesi che hanno vissuto lunghi periodi di colonizzazione, il danno maggiore non è stato provocato dalla perdita dei diritti civili ma dalla negazione dell’identità e della possibilità di esprimere i propri bisogni. Prima di ribellarsi ai poteri dominanti, la sottomissione ha prodotto passività e dipendenza abulica.

Crescere

Ho cercato i sinonimi di questa parola che sono: allungarsi, alzarsi, maturare, svilupparsi, progredire e migliorare. Credo che il significato sia abbastanza chiaro anche attraverso i suoi sinonimi. Ma queste sono soltanto definizioni perché nello specifico, nella vita, trovarsi nel periodo del crescere – non della crescita ma del crescere è vivere un momento complesso. Crescere lo si può fare ad ogni età, perché la reale crescita di un individuo si accompagna allo sviluppo del suo mondo interiore. Il corpo invece cresce e si sviluppa fino ad un certo numero di anni, dopo si mantiene stabile e poi declina, così come insegna la biologia. Ma quello che abbiamo dentro, costruito con pensieri, sensazioni, sentimenti e conoscenza non segue lo stesso iter biologico del corpo. In ogni momento della vita si può decidere di iniziare un nuovo apprendimento purché ne siamo interessati. E’ questione di volontà principalmente. Se la memoria e la testa sono abbastanza sveglie allora perché no ?

Crescere dunque è anche saper ampliare l’orizzonte che ci vede protagonisti. Credo che sia innegabile la miglioria apportata dal riuscire a spostare il proprio sguardo da „soltanto se stessi” a „se stessi e il resto del mondo”. E’ un’aggiunta importante e dipende solo dal punto dove posiamo la nostra attenzione. Ulteriore conferma di progresso personale è sicuramente diventare genitori perché includiamo un nuovo essere vivente nel nostro campo visivo e nel nostro raggio di azioni. Madri e padri consapevoli mettono il figlio avanti a loro quando pensano alle necessità. Se l’ego concentrato su se stesso riesce a cedere parte della sua attenzione all’altro ne scaturisce una crescita personale, si matura. Si impara a crescere cedendo spazio a chi sta accanto, dando una mano e condividendo tempo e cibo avendo ascoltato il proprio cuore profondo. Questa visuale più ampia di ciò che ci circonda insegna a diventare „adulti” se con questo termine si intendono persone che comprendono i bisogni altrui con la stessa intensità che usano per la comprensione di quelli propri. Crescere è spesso difficile perché tendiamo ad essere arroccati nel proprio ego e se pensiamo che „siamo così”, come constatiamo di essere, ed in virtù di questo pensiamo che non c’è possibilità di cambiarsi, di modificarsi per migliorare, comprendendo cose in più, saremo condannati a rimanere dove siamo, smettendo di crescere. Ma questa „condanna” siamo noi stessi a infliggercela credendo di non potersi smuovere dalla posizione presa. Io credo invece che sia sempre possibile mutare qualcosa di noi e che non sia mai troppo tardi per cominciare. In fondo crescere è anche questo, riconoscere che le possibilità ci sono e coglierle per proseguire, limando la paura di commettere possibili errori nel muovere il passo. La vita stessa offre crescita e sviluppo, sta a noi saperla raccogliere al momento opportuno, o quando ci sentiamo pronti, ma non ci sentiremo mai pronti se non lavoriamo su noi stessi.

Bisogno E Desiderio

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FAME O APPETITO ? È meglio la fame o l’appetito ? Ho posto questa domanda durante una serata elegante, per animare un dibattito che fino a quel momento mi era parso sin troppo formale, e approfittando del ritardo nel servizio della cena. Ero convinto che tutti i commensali avrebbero fatto la mia scelta. Certamente meglio l’appetito, che fa parte del mondo del desiderio, piuttosto che la fame che appartiene a quello del bisogno. L’appetito anticipa’ il piacere di una bella cena. È collegato alla buona cucina, alle scelte raffinate, al buon gusto: a sensazioni adulte. Quando si ha appetito si parla dei piatti e dei vini preferiti: è l’appetito che ha portato gli uomini a parlare di cibo, mentre prima se ne occupavano solo le donne. L’appetito è piacere differito. Così la penso io. E grande è stata la mia sorpresa nel sentire quanti prendevano invece la difesa della tesi opposta, e con quale passione ! La fame è gioia, non sofferenza, hanno detto in molti. E hanno aggiunto: «La fame è un’emozione forte, che ci fa sentir vivi; mentre l’appetito è una pratica borghese, un’abitudine che ha perso ogni slancio. La fame è istintiva, viene dal mondo animale: per questo è preferibile». Mi disse un medico che aveva lavorato a lungo nel Sahara: «Lei forse non ricorda cosa si può arrivare a fare quando si ha fame». Altri, a ruota, mi hanno ricordato storie di marinai: di quegli uomini spersi su isole deserte che per fame aguzzano l’ingegno escogitando le più incredibili soluzioni di sopravvivenza.
Non ho voluto obiettare. Le loro argomentazioni mi hanno portato a capire quanto radicata sia l’ideologia del bisogno, e quante siano le persone che ritengono che solo attingendo agli impulsi arcaici si generino i veri cambiamenti. Solo le grandi passioni di santi, eroi e scienziati hanno cambiato le sorti del mondo. E se l’appetito è sinonimo di democrazia, la fame ha il suo equivalente politico nella rivoluzione.

VOGLIA O PULSIONE ? La fame è bisogno. L’appetito è desiderio. La prima è un impulso che viene spesso subito. Il secondo è un sentimento che pone il problema di essere gestito. Richiede maturità e consapevolezza. Come l’affetto, che crea difficoltà sia quando è troppo che quando è troppo poco. In genere, sono più le persone che si lamentano della mancanza di calore umano di quelle che ne lamentano un’eccessiva presenza. Non è un caso. Un carente clima emotivo può influenzare negativamente non solo l’equilibrio emotivo ma anche le capacità intellettuali. Non sempre è indispensabile una relazione di calda intimità condivisa, ma quando vengono a mancare anche i presupposti della solidarietà e della fiducia appare inesorabile l’ombra della estraneità. Chi si sente estraneo, poco coinvolto, finisce anche per rinunciare all’impegno scolastico, sociale, politico. Per questo dico che la ricerca dell’intimità non è mai una fuga dalla realtà sociale, o un’ semplice ripiegarsi nel mondo del privato. Al contrario, è proprio la mancanza di calore umano che mina il sentimento di appartenenza ed elimina i presupposti per la condivisione profonda di un progetto sociale. Anche l’eccesso di intimità ha i suoi effetti negativi, che raramente però si manifestano esplicitamente. Più spesso si avverte una sensazione indefinita di malessere che finisce per influenzare la qualità dei rapporti umani.

Ne è dimostrazione la storia di Mario.
A quarant’anni, Mario è un dongiovanni che raramente esce due volte con la stessa donna. Conquista e abbandona: specie se si tratta di donne sposate e per bene. Non lo fa solo per immaturità: in realtà, Mario ha vissuto con la madre il rischio opposto, e per nessuna ragione al mondo vorrebbe correrlo di nuovo. Mario ha dormito nel letto dei genitori fino all’età di 8 anni, ed è rimasto in camera loro, anche se in un letto separato, fino ai 12. Lo spazio in casa non mancava: ma pur di tenere suo figlio sotto controllo, la mamma di Mario non aveva neanche pensato di arredare la stanza a lui riservata sin dalla nascita. Possessiva e soffocante, aveva riversato sul figlio il bisogno di affetto lasciato insoddisfatto dalla lontananza del marito, un marinaio spesso assente di casa. La fuga da casa, verso un paese straniero, aveva salvato Mario da seri disturbi psichiatrici ma non lo aveva messo al riparo da un incubo ricorrente: quello di un armadio che cadendogli addosso mentre dorme lo uccide. In bella vista nella camera dei genitori, questo armadio significa probabilmente il comportamento materno. Insegnante, ultrasettantenne, la mamma non ha mai risparmiato a Mario le sue raccomandazioni: in autunno lo chiama per ricordargli di indossare la maglietta di lana; d’inverno gli ricorda di fare scorta di gasolio per il riscaldamento. A 40 anni suonati, Mario continua così a vedere una strega in ogni donna, e una catena in ogni relazione duratura. In questo classico esempio Mario non ha potuto e non può esprimere liberamente i suoi desideri perché sono sempre stati schiacciati dai bisogni affettivi della madre.

PRECOCE O PREMATURO ? La dialettica tra bisogno e desiderio si intravede spesso anche alla base della sessualità e dell’erotismo. Pensiamo al sintomo sessuale più comune. Quell’eiaculazione precoce che affligge milioni di coppie italiane. Nel meridione. Prima della rivoluzione sessuale, alcuni maschi ne parlavano come di una prova d’amore: «Mi piaci tanto che non riesco a trattenermi» si sentiva dire. Più che un bisogno, l’eiaculazione precoce è peraltro il sintomo di altri disturbi dell’affettività la cui identificazione è necessaria prima dell’inizio di ogni terapia. Abbiamo considerato quattro casi clinici. Solo quando svolge il suo lavoro in Borsa, Giangiacomo trae vantaggio dalla sua rapidità. Per il resto ne soffre. Emotivo non solo a letto, parla veloce e quando è ansioso balbetta. A tavola, è sempre il primo a finire di mangiare. Quando era ragazzo, gli capitava di eiaculare mentre ballava. La sua prima volta, con una prostituta, fu un fallimento perché venne ancora prima di togliersi le mutande. Ora raggiunge l’orgasmo in media trenta secondi dopo la penetrazione. Senza entrare nei dettagli della sua storia personale si può dire che Giangiacomo soffre di un eccesso di impulsività. Le sensazioni soverchiano la capacità di controllo. Il problema non è nell’oggetto d’amore, se una donna sia più o meno eccitante, ma in lui stesso. Fino all’età di nove anni, Giangiacomo ha fatto la pipì a letto, e ancora adesso è precoce in tutto. Più che di una terapia sessuale, credo che abbia bisogno di tecniche di rilassamento o di ipnosi, e a queste lo indirizzo. Quanto Giangiacomo è impulsivo, tanto Maurizio è riflessivo e controllato. Grande negoziatore nella sua attività di commerciante di diamanti, è del tutto indifeso con le donne, verso le quali prova attrazione e paura allo stesso- tempo. Solo dopo i 23 anni è riuscito a entrare in contatto col sesso femminile, senza peraltro riuscire a superare le sensazioni sgradevoli che gli danno il colore delle mucose, la peluria del pube, le secrezioni. Per Maurizio la vagina è uno spazio misterioso nel quale è meglio lasciare il pene il meno possibile. E l’eiaculazione precoce è per lui una fuga necessaria da quella zona di pericolo e, al tempo stesso, una reazione di paura più che di eccitazione.

Un altro tipo di paura è alla base del problema di Piero, 40 anni, un professionista con alle spalle una lunga esperienza di analisi e qualche difficoltà nella definizione della sua identità sessuale. Con le donne, Piero ha proprio paura di non farcela. Durante il corteggiamento le sommerge di rose e di inviti a cena. Ma quando poi si tratta di prenotare un albergo per un week-end, vuole sempre camere separate (seppur comunicanti). Alla partner, Piero dice che è necessario salvaguardare la sua rispettabilità di banchiere. A se stesso non può negare la realtà, e cioè che ha troppa paura di rimanere senza vie d’uscita in caso di fallimento a letto. Preoccupato dalla sua erezione più che dalla sua galanteria, Piero dimentica la gentilezza del corteggiamento mentre si impadronisce di lui l’ansia di non sfruttare il «momento buono). Spia il suo sesso invece di osservare se la partner è disponibile e ricettiva. Per troppa apprensione non si abbandona alle sue sensazioni e non riesce a vivere il presente del rapporto. Purtroppo, neppure i fachiri sono in grado di controllare l’erezione con la volontà. Per mettere fine alla sua ansia, Piero è arrivato anche a considerare la possibilità di adottare una protesi. Al momento, non riesce a controllare l’eiaculazione, che raggiunge inevitabilmente quando teme che il suo sesso perda rigidità. La sua eiaculazione precoce è in realtà solo impotenza mascherata. Il risultato è che la sua partner rimane profondamente delusa dal rapporto, non tanto per la qualità della prestazione virile, quanto perché si sente utilizzata, per niente considerata, e poco ascoltata nei bisogni profondi del suo corpo. Gino e la moglie vivono un rapporto stabilmente conflittuale. Lei non smette di lamentarsi: della sua scarsa brillantezza, del suo stipendio troppo basso, di se stessa che ha rinunciato a un buon partito per cedere alle lusinghe di un uomo che ora la costringe a lavorare e ad occuparsi dei figli. I rapporti di potere si giocano anche sul terreno della sessualità. Lei dice che Gino potrebbe benissimo trattenere l’eiaculazione, ma che non lo fa per pigrizia, anche se sa che lei è particolarmente lenta a raggiungere l’orgasmo. Lui la possiede in un rincorrersi di eccitazione ed ostilità, e raggiunge l’orgasmo proprio quando lei chiede di essere aspettata. L’eiaculazione precoce è lo strumento punitivo di Gino, una vendetta, l’arma che toglie l’intimità alla coppia. Da qualche mese, il corpo della moglie palesa il suo disagio attraverso una colite spastica che lei cerca di tenere a bada con analgesici e tranquillanti. Per ora. Fino a quando non comprenderà il meccanismo sadomasochista nel quale è rimasta invischiata col marito. L’eiaculazione precoce è sempre l’espressione di un bisogno, non di un desiderio. Di rado questo bisogno parte dal fisico: quasi sempre si tratta dell’espressione di un disagio psichico che trova nel corpo uno strumento di reazione: i quattro esempi hanno mostrato il ruolo nefasto dell’eccessiva eccitazione, della paura e della vendetta.

URGENZA O EMERGENZA ? Il sentimento e la sensazione d’urgenza permettono di ben studiare i rapporti tra bisogno e desiderio. A vivere in una situazione di urgenza perenne sono in molti. Spesso si è costretti a questa condizione dal lavoro. Il giornalista ha, per esempio, una nozione del tempo necessariamente rapida, nella misura in cui morte e resurrezione di un giornale si ripetono quotidianamente. Anche i manager sono obbligati dalle proprie responsabilità a decisioni fulminee. I migliori tra loro sono dotati di quella capacità di sintesi e di quell’ordine interno che permette loro di distinguere gli eventi prioritari dalle situazioni procrastinabili. Ci sono invece persone che ci trasmettono solo agitazione, insieme alla sgradevole sensazione di dover fare tutto in fretta. Schiavi dell’urgenza spesso girano a vuoto, e quando raggiungono un posto di potere, diventano facilmente tiranni del tempo altrui. Altre vivono l’urgenza come l’espressione del loro mondo interiore. Massimo,. Per esempio, sulle prime aveva collegato la frenesia di cui è vittima al suo lavoro di giornalista. Poi ha capito che la motivazione era più personale, legata all’angoscia di avere ancora poco da vivere. Massimo soffre di diabete. In sé, si tratta di una malattia non grave e facile da controllare, ma il medico che l’ha diagnosticata ha descritto con una coscienza a dir poco eccessiva tutte le implicazioni possibili nella neuropatia diabetica. Ed è da allora che Massimo, terrorizzato, vive il più velocemente che può le sue giornate, assillato dall’ombra della morte o della decadenza fisica. Vi sono poi pazienti che somatizzano la loro urgenza e per questo appartengono alla vasta area dei malati psicosomatici. Franco, ad esempio, non riesce a procrastinare nulla.’ deve risolvere subito ogni problema. La sua ansia di portare a termine ciò che è rimasto in sospeso spesso gli procura persino dei dolori di stomaco. Schiavo di un’educazione rigida che gli ha insegnato che non è bene rimandare a domani quello che si potrebbe fare oggi, Franco impone il suo attivismo a se stesso e agli altri, sia in ufficio che in famiglia, e le tensioni si somatizzano non appena il bisogno di agire non può concretizzarsi. Ai bruciori di stomaco, Franco alterna periodi in cui fuma troppo ed altri in cui si impegna in una forsennata attività fisica. Il suo caso non è isolato. Dalla psoriasi alle crisi d’asma alle coliti sono numerose le patologie psicosomatiche che nascono dall’incapacità di differire le proprie azioni, stante la specificità che di caso in caso determina la scelta dell’organo e della sintomatologia. In questi casi, il bisogno di agire è spesso legato all’incapacità di inquadrare mentalmente i problemi: esprimersi attraverso il linguaggio e i simboli offrirebbe infatti ben altro margine di manovra rispetto a quello consentito dal corpo e dall’azione. Altre volte, l’urgenza è legata non tanto a manifestazioni aggressive o sessuali che non possono essere simbolizzate e quindi canalizzate, ma a una patologia delle categorie dello spazio e del tempo. Abbiamo già citato il dramma di chi soffre di eiaculazione precoce per via di una patologia soggettiva del tempo: è la sensazione di essere sempre in ritardo, e non l’eccitazione o altro, a farli godere troppo in fretta. Il problema riguarda anche le donne. Una paziente mi raccontava che quando si eccita sente «come una scossa elettrica» che la lascia insoddisfatta. Ha l’impressione che le sia «scappato un orgasmo». Per lei il godimento è una reazione violenta, rapida e locale che le impedisce di vivere pienamente il rapporto e soprattutto di condividere le sue sensazioni col partner, la cui progressiva eccitazione diviene così insopportabile. Se nasce da funzioni fisiologiche elementari, la sensazione di urgenza può trasformarsi in un tratto del carattere in quelle persone in cui permane quella che viene chiamata «morale sfinterica». L’espressione viene usata per chi non ha imparato da giovane a controllare i propri bisogni fisiologici e che continua a moltiplicare nel corso della sua vita momenti in cui domina l’urgenza del bisogno ad altri in cui il controllo prevale. Quest’alternanza si manifesta ad esempio nei disturbi alimentari con quella che Fausto Manara ha chiamato «ciclotimia alimentare».1 A lunghi periodi di anoressia segue, in questi casi, la bulimia, cioè la pulsione più arcaica che si esprime attraverso l’urgenza di mangiare. Lo stesso fenomeno si osserva in sessuologia nei casi di quanti oscillano tra periodi di anoressia sessuale senza alcuna libido e crisi di bulimia sessuale che si concretizzano nella ricerca di partner e di esperienze saltuarie. Altre volte, peraltro, la sintomatologia che concerne l’incontinenza resta confinata al campo genito-urinario. È il caso del taxista che qualche mese fa mi ha raccolto all’aeroporto di Milano. Notavo che esitava sul percorso da prendere, e per questo ho attaccato discorso. Saputo che ero medico, mi ha confessato di essere perennemente angosciato dall’idea di dover fare la pipì. Aveva quindi selezionato attentamente i bar muniti di toilette e non troppo affollati, e in base alla 10iO dislocazione sceglieva il percorso. Gli adulti che fanno dell’urgenza il fondamento del loro comportamento autoritario e capriccioso sono molti. Col loro volere tutto e subito si mettono in una situazione di grave handicap nelle relazioni sociali, perché l’urgenza emotiva è poco compatibile con i ritmi delle altre persone. Radicalizzando malintesi che con un po’ di pazienza avrebbero potuto essere chiariti e superati, la fretta ha mandato in crisi migliaia di matrimoni. Il comportamento corrispondente al sentimento d’urgenza è la precipitazione, anche se questa spesso viene gabellata per velocità di esecuzione. Si sa invece che la rapidità del pensiero implica l’intuizione, oltre che l’assenza di inibizioni nel passaggio tra pensiero e parola, e tra quest’ultima e l’azione. L’urgenza provoca proprio l’effetto contrario: la confusione tra pensiero, parola ed azione che nasce dall’incapacità di soppesare o verbalizzare la pulsione iniziale. Nella famiglia di Ludovica, lo scorrere del tempo è scandito dai ritmi della religione e della montagna. Lei è la più piccola di quattro figli. Mi descrive i genitori, gente onesta della Valdossola, come una coppia di lavoratori imbrigliati nei doveri e nei ruoli. La gestione degli affetti è delegata alla madre, che ha allevato i figli, e le ragazze soprattutto, secondo i principi più tradizionali. Il loro futuro è stato programmato sin dall’infanzia: dagli studi all’apprendistato, fino al matrimonio con un serio lavoratore della zona, se possibile astemio. Dato che i soldi erano pochi, la mamma aveva pensato di spingere Ludovica sulla strada della vocazione religiosa. Dopotutto lei era servizievole e ubbidiente. E si tollerava ben volentieri quell’unica passione per le quattro tartarughe che allevava con tanta cura, che disegnava in classe e che, in definitiva, le permettevano di vivere di riflesso una vita lenta, intensa, difesa da una corazza protettiva. Ma quella che all’apparenza sembrava una bambina modello nascondeva un vulcano di emotività. E riuscendo a finanziarsi da sola gli studi da infermiera, Ludovica riesce a sfuggire a un destino di religiosa e all’angusta vallata della sua infanzia. Il primo uomo che Ludovica incontra, e al quale chiede soprattutto affetto, la mette incinta. Da allora le sue storie d’amore sono caratterizzate da due costanti: la negatività e la non disponibilità del partner. I partner che Ludovica trova o sono già impegnati oppure addirittura sposati. Con ognuno, lei vive nell’illusione di essere stata scelta, e si adegua ai suoi tempi. Ma poi, frustrata e delusa, finisce per interrompere una relazione che spesso si è ridotta al solo rapporto sessuale. L’emotività bipolare di Ludovica si manifesta anche nel corpo. All’anoressia si alterna la bulimia, ai rari periodi in cui si sente sessualmente disponibile [«continuamente bagnata», come dice lei) seguono fasi di completo disinteresse per il sesso. La sua analisi inizia proprio a partire da questo problema. Ed è subito chiaro che si tratterà di un processo molto lento: i cambiamenti richiederanno anni più che mesi. All’inizio, cerco di farla uscire dalla sua passività e dalla posizione di sottomissione a cui è abituata. Assuefatta a privarsi del diritto di desiderare, lei sarebbe portata a ringraziarmi per il solo fatto di averla ammessa alla terapia. Dopo mesi di investigazione del mondo che si nasconde dietro la sua mancanza di energia, Ludovica sembra risvegliarsi. Vive esperienze sentimentali e sessuali che finalmente la soddisfano. Ma al primo incontro con un uomo che conta e che per di più è disponibile, emerge in lei un insopprimibile sentimento d’urgenza. Me ne parla, e dice che sta rischiando di mandare tutto all’aria. Lui è come lei uno studente: hanno simpatizzato, mangiato insieme, e dopo qualche giorno hanno fatto l’amore. Non abitando nella stessa città, il legame è mantenuto vivo da ripetute telefonate. Di qui il problema. Lui ritarda una telefonata di poche ore, e lei mi dice che le è insopportabile aspettare tanto a lungo qualcosa di cui ha bisogno, in questo caso l’affetto dell’uomo che ama. Si sente affamata di affetto, e per fortuna è riuscita a trattenersi dal parlarne con l’amico, ed ha elaborato questa pulsione in sede terapeutica. Le faccio notare che questa urgenza è legata alla difficoltà che lei incontra nel gestire i sentimenti, dato che i bisogni del cuore vengono assimilati a quelli della pancia. Nel corso della seduta, Ludovica mi chiede di alzarsi: deve andare urgentemente in bagno, ed è facile per me mettere in relazione questa incontinenza al suo bisogno viscerale di vivere emozioni e sentimenti. Le personalità incapaci di vivere gli affetti senza mediazioni, non nel mondo del desiderio ma in quello scandito dall’urgenza del bisogno, sono molte. La sfida per loro è sperimentare con il terapeuta una strada alternativa. Se si riesce a stabilire con loro un rapporto di fiducia, anche le pulsioni dell’emotività possono essere differite. Se viene superata l’insicurezza di fondo si attenua anche la paura dell’abbandono che così spesso porta all’urgenza.

Grandezza E Decadenza Della Tenerezza

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La tenerezza è il lievito affettivo che permette la crescita e la coesistenza degli esseri umani.

Intrisi di tenerezza sono gli scambi tra la madre e il bambino fin dai primi momenti della vita, „i rapporti di coppia, i legami con gli anziani. La goffaggine e la malagrazia di alcuni adulti si spiegano con la poca attenzione che hanno ricevuto da piccoli: l’origine della tenerezza è infatti precoce e corporea, un vissuto viscerale più che intellettuale. La disponibilità e la capacità di condividere i propri sentimenti sono definiti dal modo in cui si è stati tenuti in braccio da piccoli, dal tono della voce di chi ci parlava più che dall’intelligenza delle parole che ci venivano sussurrate. Il ruolo della tenerezza è anche testimoniato dalla solidarietà che si scatena, al di là dello spirito di carità cristiana, verso le popolazioni che soffrono per la fame o per i gravi problemi connessi al sottosviluppo. La tenerezza è poi un ingrediente fondamentale persino dei rapporti con gli animali, come ha dimostrato la recente rievocazione dell’affetto che legava Sigmund Freud e Marie Bonaparte ai loro cani chow-chow.

Dal punto di vista psicologico, gli attributi della tenerezza sono il calore, la fiducia e la continuità. In essi affondano le vere radici del rapporto madre-bambino e del suo successivo sviluppo nei legami di coppia. Tenerezza non significa infatti soffocamento, ma rispettosa partecipazione ai bisogni dell’altro, un’intimità privilegiata e condivisa che dà fiducia e sicurezza. La tenerezza non ha niente a che fare con la sdolcinatezza del dovere sociale. È un sentimento autentico. Un esempio tra tanti: la pietà che suscita la vista di un bambino malato ci permette di identificare nel bambino le nostre fragilità. O meglio: è proprio il bambino che è dentro di noi a identificarsi nell’altro e a indurre i sentimento di tenerezza. E in questo senso, la solidarietà può essere vista come un mezzo per curare la nostra debolezza proiettata nell’altro.

Ma esiste anche un’altra faccia della tenerezza. Questa infatti spesso serve da copertura a sentimenti più ambigui. Cercheremo di affrontare la questione nelle prossime pagine. Ma con prudenza, perché per molti italiani parlare male della tenerezza è come offendere la mamma o parlare male di Garibaldi.

1. LA TENEREZZA PUÒ ESSERE UN OSTACOLO ALL’EROTISMO.

Per alcune coppie, la tenerezza affettiva e corporea è la rampa di lancio dell’erotismo. Continuă lectura